"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 7, maggio 2004                                          


Ogni scrittore, come ogni persona, ha le sue stelle d’orientamento, e a sua volta è stella (danzante?) per altri. 

Proviamo a segnalarne qualcuna

 

"Fondamenta degli Incurabili" di Iosif Brodsky

 


 

4. Rudolf Borchardt

 

 


 

"Arrise a uno di sollevare il velo della dea di Sais. E bene, che vide? 

Vide - meraviglia delle meraviglie - se stesso". 

Novalis, I discepoli di Sais

 

Solitario e “nient'altro che un dotto”, incastonato nel monile della sua villa lucchese come la Dickinson più riservata, Borchardt non osava dirlo al giardino, confessargli il proprio lutto. Un dovere coniugale, tra i più delicati, imponeva il rispetto del silenzio, tacere l’irrefrenabile caduta del Granitico Impero. Del resto, meglio, molto meglio continuare a carezzare i bersò trasfigurando in sorrisi le gore disperate, vezzeggiarlo con idee di Forma e Immaginario, vaste come la notte e la chiarità (Baudelaire). E altro che lamentazioni sulla totalità delle macerie della Storia, la sua, della sua Prussia... Le siepi parevano assecondarlo, in certo modo tenergli testa, ascoltando ossequiose i precetti e vegliando con lui, a dispetto della iattura delle mezze stagioni.

Anglomane, “giardiniere appassionato”, astratto e tempestoso, Rudolpf Borchardt traduceva Dante, e lusingava l'Inattuale dedicandogli prose turgide, sinfonie librate nel simbolo, aduggiate di cromatismi: naufragava insomma, naufragava nelle mucillagini madreperlacee della poesia stefan-georghiana.

 

Epperò quale Venezia la sua! Una Visione della e dalla Distanza: l’Irriconciliabile, lo Struggimento che è Eterna Irrequietezza baluginata negli occhi blu di Dioniso: un Fiore azzurro alla Enrico di Ofterdingen, svelato alfine al mistero dei sensi, e per il godimento loro: vivere la vita nella memoria artistica delle pietre.   

 

“...all'orizzonte occiduo, alla riva degli Schiavoni, si notano alberature di navigli, campanili, le cime svettanti di grandi giardini in gramaglie. Da ogni parte si vede fluire l'acqua dai canali, fiottare lungo le banchine, scorrere intorno alle case, scivolare tra le chiese. Il mare, raggiante e tralucente come seta e come metallo, avvolge e intride Venezia come un'aureola. Il Palazzo ducale s'incastona in tutto il resto, come un solitario in un monile. Non lo descrivo. Ho voluto soltanto goderlo, senza tentare di capirlo. Nulla si può vedere di simile in architettura. […] Si Entra; […] Non c’è uno spazio vuoto o gelido, tutto è animato di statue e rilievi. Qui l’emendatrice pedanteria del dotto architetto non si è intromessa per trattenere o arginare la spumeggiante inventiva e il desiderio di rallegrare l’occhio. A Venezia non si è troppo rigorosi, non ci si trincera dietro a dogma e dottrina. Non ci si può indurre a baciare la polvere davanti a una facciata rigorosamente concepita secondo le regole di Vitruvio; piuttosto si pretende da un edificio soltanto che prenda e allieti tutta l’anima.

(Rudolf Borchardt, Venedig, 1898)

 


 

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