"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 9, dicembre 2004                                        


Ogni scrittore, come ogni persona, ha le sue stelle d’orientamento, e a sua volta è stella (danzante?) per altri. 

Proviamo a segnalarne qualcuna

 

Cechov, Céline, Bulgakof, Benn: I medicamenta del dottor Scrittura

 


 

9. Gustave Flaubert

 

 

 

Il dottor Bovary (...c’est moi?)

“allora il medico scappava, raccomandandogli 

di rispettare la dieta” (G. FLAUBERT, Madame Bovary)

 

 

Per strenua volontà di mamma - esistevano già i figli viziati! - e in mancanza di ogni talento e vocazione, Charles Bovary si ritrovò medico. Non fu facile: attraversò le discipline mediche, “porte di santuari gremiti di tenebre auguste”, “imparando anticipatamente a memoria la risposta a qualsiasi domanda”, e consumandosi nella fatica di un “cavallo all’argano”, che gira e gira “nell’assoluta ignoranza di quanto fa”!..

 

L’oscura e tenace coscienza di sé di certi mediocri (“Charles non aveva ambizioni”), lo tiene alla larga dei guai, e cioè nella perenne paura “di ammazzare i suoi clienti”.

 

E dunque l’impagabile saggezza dell’ignavia che fa da Musa ed evita i danni peggiori: col dottor Bovary si rischierà la malattia ma almeno evitando la catastrofe da dottore spericolato! Mai una ricetta che vada al di là del quasi niente che non fa mai male: “pozioni calmanti, qualche emetico, un pediluvio, al massimo un’applicazione di sanguisughe”... (però, a differenza del giovane dottore degli Appunti di Bulgakov, conservando un “polso di ferro” nelle estrazioni dei denti, e nessuna pietà nel salasso!).

 

Eccola, finalmente, la routine!... 

A parte la setta già insignificante dei medici pazzi per troppo démone (da Faust fino a Jekill), esaurita anche la genìa balzachiana dei martiri laici d’un Progresso che nelle campagne prometteva soprattutto impressionanti programmi di pulizia genetica con l’abolizione - già in un paio di generazioni! - dei “cretini”, resta il medico da sciroppo e lassativo, il don abbondio del clistere sistematico.

 

Non leggiamo proprio nel Voyage di Céline che la coscienza è soprattutto una gran fifa? - Da ciò il riconoscimento nostro, benché postumo, di Charles Bovary come il primo medico minimalista! Fosse vissuto in tempi spiritati di New Age e omeopatia, di anti.-antibiotici e di cure Di Bella, avrebbe rischiato successi addirittura ideologici.

 

E tanto più per noi ridotti negli appartamenti di carton gesso, il suo ambulatorio è già un ritratto da piccolo idillio alla Mulino Bianco: vittime degli endo-stetoscopî dacciaio, e dei mille bip-bip delle Eco e delle Tac, quale senso di pace e di tiepida rassegnazione pensarsi visitati in una casa di campagna mentre “l’odore di soffritto arrivava dalla cucina”!... 

 

...quando le malattie e le cure erano sempre le stesse, e non era che uno status-symbol, umile come un gozzaniano pappagallo impagliato, la serie di tomi “sempre intonsi” del Dizionario di scienze mediche... comprata del resto tale e quale di quinta o sesta mano, e giunta polverosa ma indenne da un dottore di provincia all’altro!

Si moriva a quarantanni, ma che semplicità! E che meravigliosa carenza di agonie!

 

In questo Eden (appena secondo altri punti di vista del tutto uguale a certi immedicabili orrori cechoviani) il disastro arrivò per un’ambizione appena insufflata dal serpentesco farmacista, che indusse il nostro a provarsi nel “nuovo metodo per la cura dei piedi storti”: non solo in senso ortopedico, passo subito più lungo della gamba!

 

*°*

 

P.S.: Quanto al non troppo strano caso di quella turbolenta parentesi nella sua vita che fu la seconda moglie del dottor Bovary, di quella donna perennemente equivocata - e già da sé stessa! -, prendiamo una buona volta un libro alla lettera e riconosciamo l’evidenza: Emma non fu che l’isteria di un breve indscrivibile volo d’Icaro, sullo sfondo di quel cielo senza nuvole che era l’anima di Charles, dottore in medicina in mancanza di meglio... Qualcosa di puro come il sereno di quel quadro di Bruegel che mirabilmente cantò Auden in Musée des Beaux Arts (1938)... 

Ed Emma che lo capiva (“Che ometto! Che ometto!”), finché non ne poté più, rispediva sempre il marito dove minore era il danno: “ai suoi malati”.


 

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