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V I S U A L I Z Z A    D I S C U S S I O N E
santommaso Posted - 22/06/2008 : 16:47:22
plotone d'esecuzione



“Mon dieu! Ô mon dieu!” - disse il Signore.

La vita del signore era stata costellata da una serie di avvenimenti a dir poco sconcertanti, l'ultimo dei quali era appunto di trovarsi, tradito da uno, e ancor di più da tutti coloro non l'avevan creduto, dinnanzi ad una platea fatta di persone pronte a tutto sí ma non al perdono. Come se il perdono non fosse fatto per costoro, come se il perdono non esistesse punto.

Due uomini gli erano accanto: c’è chi dice che soltanto uno venne salvato, un altro invece dice che ambedue furono condannati, altri ancora tacciono sulla questione. Come dire che dei fatti ci son versioni discordanti, cui credere o meno; cui dar credito, e credibilità, o, per lo meno, verosimiglianza. E se invece fossero vere tutte le versioni? o false amendue? Forse la verità era nel silenzio di quelli che tacevano? E perché la tacevano? Era dunque una verità indicibile? O semplicemente non riuscivano a far corrispondere le cose all’intelletto di esse?

“Un, due, tre: fuoco!”

C'era dunque un numero per ognuno di loro, e il fuoco per tutti.

“Mon dieu, Ô mon inaccessible dieu!”

15   U L T I M E    R I S P O S T E    (in alto le più recenti)
iniziali comuni Posted - 03/01/2012 : 12:15:13
[img]http://spa.fotolog.com/photo/58/20/112/villaanbar/1278537512233_f.jpg[/img]


behemoth


“O il male è ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura”.

Qual eccellenza di pluralità si cela in questo nome: - behemoth! - quasi che nel suo nome siano racchiusi tutti i nomi degli animali a venire, e quelli leggendarî e quelli reali; e chi sa se poi gli animali da leggenda non diventino, in un futuro a noi noto, reali, o se, in un passato a tutti ignoto, non lo sian stati, e chi sa che i reali non diventino, estinguendosi via via le specie tutte, immaginarî, o se, estintesi esse specie di già, di già immaginati, di là da immaginare.
Una notte, forse la notte dei tempi, behemoth, questo il suo bizzarro nome, addormentandosi da veglie inquiete, si ritrovò mutato, nel suo letto di foglie, in una creatura pien di meraviglia; e prese a sognare: quello che era il luogo della sua dimora, o la dimora del suo luogo, e il tempo altresí, – tutto, tutto era come d’incanto mutato, e la stessa sua dimora non era piú la stessa. Era una notte onnipervasiva, una notte totale, assoluta, che avvolgeva di sé ogni cosa rendendone indistinti e i contorni e di che la loro consistenza. Al tocco suo le cose tutte assumevano nuove forme, ed anzi, era proprio come se le perdessero, quasi evanescendo le forme nuove e vane nascendo morte al vano, e le evanescenti in vece come se ne trovassero finalmente una, a latere della propria latenza, o d’altrui, e piú e piú forme a margine dei loro proprî marginalia, o dei suoi dèi. Il letto di foglie volate via, un sibilo di vento di sibilla sillabi e sillabe di fatto in soffio soffiando su di esse, desso, si ricomponeva nell’aria senz’aria come d’un tappeto miniato di nebuloscure, venate e innevate, grondanti larme di larve, e stilla a stilla stillanti nerinchiostri, e poi bianchi, e poi un uovo, intanto che il fior di loto e la pianta sua selvatica e salvatica, alla cui ombra behemoth giaceva, al di là s’innervavano d’ogni visibilia, d’ogni mirabilia al di là. Umido umore emanando da la palus putredinis che abitava, da cui era abitato, qual tumido tumore a capo, ne rilasciava liquido liquor vitreo e diaccio a bagnare di sé il fuor di sé, quasi che nulla potesse proteggere il cerebro suo dalla spina puntuta e pungente. Là dove la terra terragna era – ora, a ogni passo da gigante, le dimensioni sue essendo ancora cotali, la falda si sfaldava in mota smottata, come d’un tremuoto che aprisse crepe e crepacci, e solchi e solchi minati di sé, o d’altro, e abissi, e abissi, pronte le mine a esplodere, a implodere; di ossi di ossa, le pareti scoscese d’osceno teatro d’ossesso, il greto sgretolato d’ogni enfio fiume volto all’urna o al sepulcrum, dalla lettera muta di bellezza, del gran mare cinereo, e d’oronero e di nerocarbone fin qui nato, lembi lambiva l’equo reo di nessuna colpa, di nessuna innocenza, – e quale la colpa, allora? – e quale l’innocenza, allora? Solid’ali di nulla a nulla attaccate, se non al resto di nulla, volavan senza volare per la solid’aria men comune, epperò piú comune se solo fosse stata non di tutt’altra solidità, re spirando e la natura tutta e lo stato senza stato d’essa e delle cose altresí, come d’un evolvere in voluto nolente di nessuna intelligenza e nesciente di nessuna scienza, che progredisse solo e soltanto nel regresso d’ogni bene per – e quale il bene, allora? – o che regredisse solo e soltanto nel progresso d’ogni male diviso e condiviso – e quale il male, allora? Di gorgo in gorgo il traffico stupefatto e stupefacente d’organi organato alla bisogna della mancanza d’ogni ben navigato essere alla necessità del superfluo – e quale la necessaria necessità allorquando la presenza invece d’ogni male tra pianto espianto espiando chi sa cosa, chi sa chi? Et cetera et cetera muta mutava in dolenza di rotta voce e dirotta, o di verso smisurato e diverso, senza piú metro, senza piú regolo né regole, privati gli archi a tutto sesto in un di sé dissesto da particole privanti, qua lí men che mai nonunque, e cosí la sofferenza provata dai provati d’essa, e cosí il dolore provato dai provati d’esso, – a che? a che la purezza, impari ad ogni impuro? a che la giustitia, e questa giustitia ingiusa, e quella insusa, e amendue insulse e ingiuste? e ché negare ai di già negati? e ché rifiutare ai di già rifiutati? Ad ogni angolo di strada rifiuti e rifiutati, anzi, non v’era piú strada da percorrere in questo percorso di bujo, e l’erta antiqua fatta di rovine, d’eventi senz’evento, e ogni casa disabitata dalle parole: solo un rumore disumano abitava di tra l’abbandonate all’abbandono mura, come non di spirti ma di lemuri; soltanto la paura abitava questi luoghi senza luogo, questi tempi senza tempo. Cava la montagna non piú montagna, cava la cava d’ogni esserci – mento armato: la verità era che si mentiva nel dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità – e quale la verità, se non disarmata, e disarmante? La realtà era che non c’era realtà, se non da disarmare – e quale la realtà, allora? Ogni cosa disabitata d’umano, ove mai fosse l’uomo umano, o fosse stato, al tocco del behemoth, quest’animale, questa bestia, questo spirto spiritello, si riappropriava di sé, e tornava a esser cosa, e la natura innaturale natura, e l’uovo nuovo uovo.
iniziali comuni Posted - 03/01/2012 : 12:12:38
[img]http://spa.fotolog.com/photo/58/20/112/villaanbar/1278537512233_f.jpg[/img]


behemoth


“O il male è ciò di cui abbiamo paura, o il male è che abbiamo paura”.

Qual eccellenza di pluralità si cela in questo nome: - behemoth! - quasi che nel suo nome siano racchiusi tutti i nomi degli animali a venire, e quelli leggendarî e quelli reali; e chi sa se poi gli animali da leggenda non diventino, in un futuro a noi noto, reali, o se, in un passato a tutti ignoto, non lo sian stati, e chi sa che i reali non diventino, estinguendosi via via le specie tutte, immaginarî, o se, estintesi esse specie di già, di già immaginati, di là da immaginare.
Una notte, forse la notte dei tempi, behemoth, questo il suo bizzarro nome, addormentandosi da veglie inquiete, si ritrovò mutato, nel suo letto di foglie, in una creatura pien di meraviglia; e prese a sognare: quello che era il luogo della sua dimora, o la dimora del suo luogo, e il tempo altresí, – tutto, tutto era come d’incanto mutato, e la stessa sua dimora non era piú la stessa. Era una notte onnipervasiva, una notte totale, assoluta, che avvolgeva di sé ogni cosa rendendone indistinti e i contorni e di che la loro consistenza. Al tocco suo le cose tutte assumevano nuove forme, ed anzi, era proprio come se le perdessero, quasi evanescendo le forme nuove e vane nascendo morte al vano, e le evanescenti in vece come se ne trovassero finalmente una, a latere della propria latenza, o d’altrui, e piú e piú forme a margine dei loro proprî marginalia, o dei suoi dèi. Il letto di foglie volate via, un sibilo di vento di sibilla sillabi e sillabe di fatto in soffio soffiando su di esse, desso, si ricomponeva nell’aria senz’aria come d’un tappeto miniato di nebuloscure, venate e innevate, grondanti larme di larve, e stilla a stilla stillanti nerinchiostri, e poi bianchi, e poi un uovo, intanto che il fior di loto e la pianta sua selvatica e salvatica, alla cui ombra behemoth giaceva, al di là s’innervavano d’ogni visibilia, d’ogni mirabilia al di là. Umido umore emanando da la palus putredinis che abitava, da cui era abitato, qual tumido tumore a capo, ne rilasciava liquido liquor vitreo e diaccio a bagnare di sé il fuor di sé, quasi che nulla potesse proteggere il cerebro suo dalla spina puntuta e pungente. Là dove la terra terragna era – ora, a ogni passo da gigante, le dimensioni sue essendo ancora cotali, la falda si sfaldava in mota smottata, come d’un tremuoto che aprisse crepe e crepacci, e solchi e solchi minati di sé, o d’altro, e abissi, e abissi, pronte le mine a esplodere, a implodere; di ossi di ossa, le pareti scoscese d’osceno teatro d’ossesso, il greto sgretolato d’ogni enfio fiume volto all’urna o al sepulcrum, dalla lettera muta di bellezza, del gran mare cinereo, e d’oronero e di nerocarbone fin qui nato, lembi lambiva l’equo reo di nessuna colpa, di nessuna innocenza, – e quale la colpa, allora? – e quale l’innocenza, allora? Solid’ali di nulla a nulla attaccate, se non al resto di nulla, volavan senza volare per la solid’aria men comune, epperò piú comune se solo fosse stata non di tutt’altra solidità, re spirando e la natura tutta e lo stato senza stato d’essa e delle cose altresí, come d’un evolvere in voluto nolente di nessuna intelligenza e nesciente di nessuna scienza, che progredisse solo e soltanto nel regresso d’ogni bene per – e quale il bene, allora? – o che regredisse solo e soltanto nel progresso d’ogni male diviso e condiviso – e quale il male, allora? Di gorgo in gorgo il traffico stupefatto e stupefacente d’organi organato alla bisogna della mancanza d’ogni ben navigato essere alla necessità del superfluo – e quale la necessaria necessità allorquando la presenza invece d’ogni male tra pianto espianto espiando chi sa cosa, chi sa chi? Et cetera et cetera muta mutava in dolenza di rotta voce e dirotta, o di verso smisurato e diverso, senza piú metro, senza piú regolo né regole, privati gli archi a tutto sesto in un di sé dissesto da particole privanti, qua lí men che mai nonunque, e cosí la sofferenza provata dai provati d’essa, e cosí il dolore provato dai provati d’esso, – a che? a che la purezza, impari ad ogni impuro? a che la giustitia, e questa giustitia ingiusa, e quella insusa, e amendue insulse e ingiuste? e ché negare ai di già negati? e ché rifiutare ai di già rifiutati? Ad ogni angolo di strada rifiuti e rifiutati, anzi, non v’era piú strada da percorrere in questo percorso di bujo, e l’erta antiqua fatta di rovine, d’eventi senz’evento, e ogni casa disabitata dalle parole: solo un rumore disumano abitava di tra l’abbandonate all’abbandono mura, come non di spirti ma di lemuri; soltanto la paura abitava questi luoghi senza luogo, questi tempi senza tempo. Cava la montagna non piú montagna, cava la cava d’ogni esserci – mento armato: la verità era che si mentiva nel dire la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità – e quale la verità, se non disarmata, e disarmante? La realtà era che non c’era realtà, se non da disarmare – e quale la realtà, allora? Ogni cosa disabitata d’umano, ove mai fosse l’uomo umano, o fosse stato, al tocco del behemoth, quest’animale, questa bestia, questo spirto spiritello, si riappropriava di sé, e tornava a esser cosa, e la natura innaturale natura, e l’uovo nuovo uovo.
questo quello ciò Posted - 10/11/2010 : 11:30:28
[img]http://www.theoi.com/image/Z19.1Mnemosyne.jpg[/img]


"Era al di sopra di tutti, ma questo non dipendeva da lui: aveva semplicemente dimenticato di desiderare..."
(Cioran, L'inconveniente di essere nati)
questo quello ciò Posted - 09/11/2010 : 10:36:52
[img]http://www.unisve.it/blog/images/blog/hp_big_159.jpg[/img]


"La musica esiste solo fintantoché dura l'ascolto, come Dio esiste finché dura l'estasi."
(Cioran, Confessioni e anatemi)
boboross Posted - 08/09/2009 : 22:45:01
Lo spririto del tempo
è un vecchio berciante
dall'occhio adirato
che straparla della sua prostata
e desidera la morte altrui

Sembra che viva in un mondo tutto suo
fatto di ricordi falsi
che ha truccato da solo.
Parla di un buon tempo antico
che non è mai esistito
che epo che po e sia Posted - 03/09/2009 : 15:12:45
(- Ci sarà al meno una volta in cui ciò che è stato detto qui di seguito sarà già accaduto?
- Sta forse, in questo preciso istante, accadendo qualcosa?
Non sapendo dire cosa sia o cosa fosse, e né meno se, già mai, pur accadendo, si sarebbe saputo se accaduto questo qualcosa, o accadente, o appunto da accadere.
- Sta dunque, più semplicemente, per accadere, senza che in realtà accada?
E però non ce ne sarà nessuna, né di volta, né di volte, nella realtà e del dover accadere, e del potere: nulla realmente accade.
- "Queste cose sono solamente nel futuro."
Il futuro non è mai, se non una memoria profetica d'oblio.)


m'ell'onta tau_t'alogica


Qual sigillo di sigilli una pietra, come dire o una pietra sopra, sebbene non si sappia sopra di che, o una prima pietra, cui però non segua forse mai più una seconda, una pietra a forma di cubo, ma non intero, né intera, un solido senza solidità, con, ad interrompere il tutto pieno, una cavità, e all'interno di essa cavità, d'esso vuoto, d'esso buco, a cercare forse di cavar da sé come buco la verità del cubo, e dal cubo come sé la verità del buco in sé, un rotolo, su di cui, d'amendue i lati, scritti i nomi infiniti: un nome per ognuno di noi, noi tutti per ognuno di essi; un nome per ogni cosa, tutte le cose per ognuno dei nomi. Solo da decifrare il mistero di là dove il luogo, d'allor quando il tempo, di come il come, di perché il perché, e le varie et eventuali combinazioni, inabili e variabili costanti. Dunque, anzi ché non la prima pietra, l'ultima per esempio: per esempio, ma inesemplare, scomparse tutte le lettere, scomparsi tutti i nomi, e le cose, e le infinite pietre e del muro e della muraglia, e della torre e delle torri, e della città e delle città, solo il ricordo dell'ultima di esse, ma dimenticato, solo la memoria profetica dell'ultimo di essi,ma dimenticata, come d'una salvezza che non salvi, e questa la sua salvezza, come d'una dannazione che non danni, e questa la sua dannazione: un segno senza tratto, o senza fronte da segnare, né recto né rettitudine, senza potere dispari; una misera misericordia, un sacro esecrando; un'ultima burla.
che epo che po e sia Posted - 03/09/2009 : 09:55:57

coazioni a ripetersi

[img]http://www.antiarte.it/urobornauta/drago.jpg[/img]


"S'è anche detto che quel luogo è mistero, è dotato di dialettica ma non conoscibile, è incline all'autobiografia, ma come racconto del sé al sé, e tuttavia non tautologico."
(G.Manganelli)
che epo che po e sia Posted - 01/09/2009 : 16:09:05
[img]http://i18.tinypic.com/61n9onl.jpg[/img]


"ci fu un gran correre verso le porte; ma queste, per ordine del re, erano state chiuse a chiave non appena egli era entrato"
(E.A.Poe)

[img]http://heavenonearth.ilcannocchiale.it/mediamanager/sys.user/43185/magritte.gif[/img]


che epo che po e sia Posted - 01/09/2009 : 15:36:48
[img]http://www.diquipassofrancesco.it/immagini/clipart/TAU%20FRANCESCO.jpg[/img]
nelson dyar Posted - 27/08/2009 : 20:55:46
http://www.youtube.com/watch?v=ktaDmv_MkjI&feature=related
jam session ben minuto Posted - 01/08/2009 : 16:23:21
tetr’agone m’usi che musica non m'usa





Il Signore era ai quattro lati d’una figura che potremmo definire come un teatro da burattini, ma senza più burattinaio né burattini, o come uno scacchiere, o scacchiera, ma senza più pezzi: le torri eran cadute, e no, non c’era nessun re, neanche nel c’era una volta, né le regine c’erano; dei cavalli nulla più d’una men che idea di cavallinità, ma non c’era alcuna mossa da fare, né altro da fare.

“Rien ne va plus, les jeux sont faits.”
“Mais les faits, on nous demande, qu’est-ce que sont les faits?”
“Existent-ils encore? ou n’existent pas?”
“Ou pas. Et pas.”
“Passo, no, passi, no, singolare passa plurale, no, passato: è passato, è passata: où pas?”
“Qu’est-ce que c’est ce pas-là? Et ce pas-ici?”
“On nous sépare, se pare sé, on nous divise.”
“Agli angoli!”

Aveva, davanti a sé, dietro di sé, ora essendo all’angolo, ora essendo agli angoli tutti, dei pezzi di quell’unica gran torre, e di questa, della minuta, delle due torri bianche, o d’avorio, e delle nere ugualmente, d’avorio anch’esse. Come se la partita, finita da sempre, non fosse per altro mai stata giocata, eran pezzi del resto delle torri, cadute, pezzi oramai fatti a pezzi, non più che rovine, da guardare, ma senza più occhi che le potessero guardare. Di tra questi resti di nulla ne immaginava alcuni come fatti di porte, o come fatti a forma di, quasi che i fatti potessero avere o essere forma di, o come fatti ad imago e simillimità di, quasi che i fatti potessero essere o avere imago o simillimitudine di: come forse le finite porte della torre infinita, come forse l’infinita porta delle torri finite. E man mano che ne varcava il limen, o da cui ne veniva varcato, non sapeva più dov’era che fosse: se dentro o fuori. Qualora fosse stato dentro, gli si chiedeva d’uscire. Qualora fuori, di entrare. Talora si pensava fuori e dentro insieme; talaltra, fuor di sé, come ritornato in sé; talaltra ancora, pur essendo in sé, e forse solo e soltanto per sé, come riuscitone fuori, senza per altro riuscire ad alcun ché, senza del resto riuscire a riuscirsi, né a riuscirne né a riuscirsene. E così, a volte gli accadeva di pensare di essere dentro al fuori; e, altre volte, d’esser fuori dal dentro. Rare erano invece le volte di pensarsi dentro al dentro, e altrettali quelle di fuori dal fuori.

“Fuori i minuti! Fuori i secondi!”
“Dentro l'istante?”

Ma c’erano, ora li vedeva, sebbene non sapendo se con gli occhi volti al passato o rivolti al futuro, volti all’indietro o rivolti in avanti, in rivolta, sebbene non sapendo se il passato fosse indietro o avanti, e così il futuro, c’erano, ora li vedeva, altri resti, altre rovine: c’erano anche dei pezzi di scale, non tutti i gradini, no, ma solo alcuni, e di questi non interi ma parti, e parti di parti: forse finiti parti di parte infinita; forse infinito parto di parti finite. E man mano che d’un grado saliva, o da cui n’era salito, e man mano che d’un grado scendeva, o da cui n’era sceso, non sapeva più dov’era che fosse: se sopra o sotto. Qualora fosse stato sotto, gli si chiedeva di salire. Qualora sopra, di scendere. Talora si pensava sopra e sotto insieme, così da supernarsi infernico, così da infernarsi supernico; talaltra gli accadeva di pensare di essere sopra al sotto; e talaltra ancora di sotto al sopra. Rare eran invece le volte di pensarsi sopra al sopra, e altrettali quelle di sotto al sotto.
In bilico in bilico tra dentro e fuori, in bilico in bilico tra sopra e sotto, rare facendosi in fine le volte, e quella volta che e questa, e questa volta che e la prossima, e la prossima volta che e tutte le volte, e tutte le volte che e una volta, rare facendosi le volte una volta per tutte, una volta per tutte le volte e nessuna, e pure pure facendosi, senz’altro senza altre volte che, relative a, e insieme assolute, ma non da absolvere, analphabetiche essendo, senza nulla e nessuno dunque, né ego te, né es d’io, né altero apostrophando o meno, dimidiato o intero, e né men che meno da risolvere se non senza soluzione di continuità, come di notte il giorno del, e viceversa come di giorno la notte del: si destava al sogno d’un quadro di insieme, ma senza insieme, fondamento e fondamenta di nulla fisso lo sguardo su qualcosa anzi ché non nulla, o di qualcosa fisso su nulla anzi ché non qualcosa, in un luogo ora mai comune, in un tempo ora mai comune, là dove non c’era spazio per, né tempo, allor quando non c’era tempo per, né spazio, come d’una memoria da non farsi storia, come d’una storia da non farsi memoria, come d’una memoria disfatta in più storie senza storia, come d’una storia disfatta in più memorie senza memorie: come d’una minuta percezione d’esse d’esse impercepibile, la cui natura ora mai muta ammutolisse di nuovo d’antiquo.

“Gong!”

In un corpo a corpo d’anime, animate solo e soltanto in agoni d’agonia, forse già morte, forse mai nate: si destava al destarsi d’esse, anime dal corpo disanime, anime dal corpus esangue, che langue, al presente dell’assenza, langue che langue minuta, e muta; e ricomposte lame ora mai fredde fredda d’un colpo, d’una colpa, di tutte le colpe, di tutto; e ricomposte lame ora mai diacce diaccia di tutto, di tutte le colpe, d’una colpa, d’un colpo: di colpo ferire differita ferita d’inferire in un conto alla rovescia, tre due uno, zero prima della fine, zero prima dell’inizio, nel rovescio, nel diritto, nel rovescio del diritto, del diritto a, uno due tre.

“Un attimo!”
“Un desiderio?”
“L’ultimo desiderio.”
“Prima della fine.”

Prima della fine del desiderio, non desiderare alcun ché, così che non possa finire, né possa finire di desiderare ancora.

“Ancora?”
“Ancora.”
“Ancora una parola?”
“L’ultima parola.”
“Prima della fine.”

Prima della fine delle parole, non dire alcun ché, così che non possa finire, né possa finire di dire ancora.

“Encore?”
“Encore: prima dell’inizio.”

Prima dell’inizio del desiderio, non desiderare alcun ché, così che non possa iniziare, né possa iniziare a finire il desiderio. Prima dell’inizio delle parole, non dire alcun ché, così che non possa iniziare, né possa iniziare a finire di dire.

“Di nuovo?”
“Di nuovo.”

Di nuovo si destò al sogno d’una rivelazione, ma senz’averne memoria, se non come d’una profezia da inverarsi ancora, o non più, né meno nome avendone d’una chiara percezione, se non come d’una rarefatta chiaroveggenza, più oscura che non: ai quattro angoli del quadrato, ora era tale la figura, come forse propria d’una geometria, sì, ma imaginaria, d’una immaginazione morta, ma da immaginare; ai quattro angoli della terra, questo guscio pieno di vuoto, per la cara pace del carapace; ai quattro angoli quattro angeli, o custodi. Forse, se presi due a due, d’un lato, ma non si sa quale, gli angeli custodi, uno per ogni torre loro assegnata non si sa da chi, da custodire, e dall’altro, e si sa quale, gli angeli sterminatori, uno per ogni torre loro assegnata si sa da chi, da sterminare; forse, se presi uno a uno, e tutti, i custodi della porta e delle porte d’essa torre, d’esse torri, d’esse torre, cui chiedere d’entrare, cui chiedere d’uscire; o forse, e più semplicemente, gli angeli, o custodi, delle scale soltanto, cui chiedere di salire, cui chiedere di scendere. Quali che fossero, di tanto eran prossimi, di quanto precedevano. Quali che fossero, di tanto eran vicini, di quanto s’allontanavano. Quali che fossero, di tanto eran lontani, non distanti, no, di tanto eran lontani, di quanto s’avvicinavano; e s’approssimavano. Eventi trattenevano, e venti rilasciavano. O al contrario: eventi rilasciavano, e venti trattenevano. Il gran vento del destino, di fatto loro destinato non si sa da chi, di fatti non a loro destinati si sa da chi, avanti ventava ad essi adesso, o forse avanti ad uno soltanto di tra essi, o forse quest’uno non era affatto uno di essi, non era uno di nessuno, o viceversa era uno di nessuno.

“Pausa.”

Era ora il tempo ch’era stato: una tempesta, tradotta in una parola tradita, dall’accento non più circonflesso, dall’accento spezzato in due acuti, ma senza acuzie alcuna d’acuto, più tosto gravi senza esser gravi, e d’una gravità assoluta, come d’un suono dal silenzio, come d’un suono del silenzio; una tempesta, tradita in una parola tradotta se bene intraducibile, ma non detta, né meno senza dirla indicibile, dall’accento gravido d’ogni ordine e significato, sì, ma come avvolto nella volta del cielo in ogni disordine e gradus ad, come d’una e più e più strofe all’ingiù volte, volte all’insù.

“Pausa.”

E il cielo e la sua volta, quella volta e questa, e questa e la prossima volta, eran sono e orlo, come dei dall’accento grave, come dei veli penduli nella volta di bocche spalancate dall’urgenza posteriore all’ultima preghiera, da disvelare e rivelare; e saranno sono e urto, come d’un nomade nome dell’ade, come d’una monade d’abitare, da cui essere abitati, ripiegata e ripiegati su se stessa, su se stessi, piega su piega, piaga su piaga, in una spiega da spiegare, da dispiegare e ripiegare, da svolgere e riavvolgere, a ché il significato sia dunque solo sfiorato, quasi come una carezza, nel punto suo di tangenza, a ché il significato sia solo tocco e toccato, a ché la carezza tocchi, e sia toccata, da mani lievi, a ché mani lievi suonino d’uno strumento fatto di vento una musica di gratia per ogni disgrazia.

“Pausa.”

Era ora il tempo ch’era stato futuro: una tempesta, detta progresso.

“Pausa.”

Era ora il tempo che sarà passato, ou pas, che sarà stato, ou été, che sarà essere stato, ou esse été: una tempesta detta regressus ad infinitum.

“Pausa.”

Intanto che nel dolore implacabile ci si senta sentiti; in tanto che nel male incurabile ci si conosca conosciuti: per tutti i popoli oppressi, per tutti i morti, era ora il tempo che sarà per essere.

“E che sarà?”
“E che sarà mai?”
“Sarà mai?”
“Sarà ora.”

“Pausa.”

“Tempo.”

campi giovanni Posted - 17/07/2009 : 15:30:49
cronache di croniche porte


http://www.radio.rai.it/radioscrigno/player/scrigno_player.cfm?txv553.rm
jam session ben minuto Posted - 16/07/2009 : 10:32:59
"Dopo la caduta, che rendendo mediata la lingua aveva posto le basi della sua pluralità, non c'era più che un passo alla confusione delle lingue. Poiché gli uomini avevano offeso la purezza del nome, bastava solo che si compisse il distacco da quella contemplazione delle cose in cui la loro lingua passa all'uomo, perché fosse tolta agli uomini la base comune del già scosso spirito linguistico. I segni devono confondersi dove le cose si complicano. All'asservimento della lingua nella ciarla segue l'asservimento delle cose nella follia quasi come una conseguenza inevitabile. In questo distacco dalle cose, che era la schiavitù, sorse il piano della torre di Babele e con esso la confusione delle lingue."
W.Benjamin Sulla lingua

[img]http://www.lettere.unimi.it/~sf/imago/RRKlee_file/image034.jpg[/img]
jam session ben minuto Posted - 14/07/2009 : 15:07:35
[img]http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/d/da/VichtenEuterpe.jpg/250px-VichtenEuterpe.jpg[/img]
luigiorgio Posted - 12/07/2009 : 16:20:24
"Si è di fronte ad un evento che dichiara l'assenza della realtà ontologica del soggetto: l'assenza dello spazio interno dell'uomo privo della Parola. Assenza che è il vuoto dell'esagono della biblioteca di Borges, nel vortice del quale c'è quel precipitare all'infinito nella vertigine della follia."
(C.Milanese, Postfazione a Scritti letterari di M.Foucault)

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