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 "Cronachette improbabili"
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Vjola
nuovo c.s.


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Inserito il - 08/10/2006 :  16:11:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il post di Mapi mi ha ispirata a scrivere quest'altro e a riportarvi questo brano a mio avviso esilarante, tratto dal libro "cronachette improbabili" di Francesco Carracchia

LA CASA POPOLARE

Era dai tempi dell’università che non prendevo un autobus urbano a Catania. Lasciata la mia vettura al centro assistenza per una usuale operazione di manutenzione, mi vidi recapitare dalla signorina che aveva diligentemente sbrigato tutta la pratica, un biglietto per il bus. Andata e ritorno dal centro della città
Non sono mai stato un gran camminatore e quindi decisi di sfruttare quel biglietto che mi era stato cortesemente, peraltro senza grandi possibilità di alternativa, consegnato.
L’attesa sotto una pensilina per prendere il famigerato 29 barrato nero era una sensazione che si era assopita nella mia memoria, ma che immediatamente si rinverdì come l’erba sotto una pioggerella primaverile.
Le novità tuttavia non erano poche: il vecchio, glorioso 29 che ci portava alla cittadella universitaria lungo tutto il serpentone baluginante di luci della via Etnea non portava più lo stesso nome. Adesso, immagino, per il mostruoso sviluppo periferico della città, si chiami 539. I colori di bandiera sono stati sostituiti ed il nero e arancione sono frammisti al blu ed altri che non ricordo. I vecchi sedili sono stati soppiantati da comode, anatomiche poltroncine; i posti a sedere, almeno all'apparenza, mi sembrano diminuiti. Il bus è ecologico e non più individuabile in lontananza per i suoi segnali di fumo invidiabili persino dai Sioux. Le portiere sono più ampie, i finestrini più grandi e luminosi ed infine i passeggeri, pochi, almeno in questa prima fase del viaggio, quasi tutti seduti, ognuno chiuso nei suoi pensieri, alcuni quasi assorti. Mi apparve tutto talmente diverso dal mio vecchio 29 barrato nero che quasi ne ebbi un rimpianto, anche perché tornavo indietro anche molto indietro nel tempo.
Il bus era al capolinea, ancora fermo e nessuno mi spingeva per andare avanti. Timbrato il biglietto mi soffermai a parlare con l'autista per chiedere informazioni sull'itinerario che avremmo percorso. Era lo stesso di un tempo, almeno questo, fino ad ora, era l'unica cosa non cambiata.
Scoprii senza nessuna difficoltà che il nostro pilota si chiamava Agatino e quando mi svelò il suo nome confesso che faticai non poco a trattenere il sorriso. A fronte infatti di un così delicato vezzeggiativo per nome si ergeva di fronte a me un gigante di dimensioni spropositate. Alto certamente quasi due metri, con delle braccia da Ercole ed un addome che si congiungeva, senza interruzioni con il torace, facendolo apparire in tutta la sua maestosità. I tratti del viso erano piacevoli, la barba ben rasata, i capelli lisci e neri portati indietro con cura.Dopo appena 10 minuti fui invitato a sedermi per la partenza imminente e presi posto alle spalle dell'autista per non interrompere il flusso delle chiacchiere e dei ricordi.
Dopo qualche fermata, appena la nostra nave prese a discendere lungo il vialone che portava alla cittadella universitaria, si riempì come l'arca di Noè.

Vjola
nuovo c.s.


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Inserito il - 08/10/2006 :  16:13:58  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
. Il culmine si raggiunse a piazza Borgo dove il bus si riempì fino all'inverosimile e lo immaginavo, come accade nei fumetti, dilatato sui fianchi.
La voce di Agatino si ergeva su tutto e tutti e ad ogni fermata egli dirigeva le operazioni di stivaggio dei passeggeri: andare avanti, avanti c'è posto, lasciate salire, timbrare il biglietto, passàtivi ‘a manu ‘ndâ cuscienzia (tradotto voleva dire, siate coscienziosi, fate il biglietto) finendo con l'annuncio per la imminente partenza dato per microfono: reggersi...
Dopo l'ultimo imbarco ‘ô burgu il nostro autista sentenziò: siemu a tappu, non ci trasi cchiù nenti, 'a prossima firmata speriamo ca scinni qualcunu.
Invece alla successiva sosta le portiere si aprirono e richiusero senza, come disse Agatino, né perdere né guadagnare (in altri termini nessuno osò salire e nessuno pensò di scendere).
Il vocio si era miracolosamente attutito, i passeggeri sembravano in attesa, col fiato sospeso quasi arrisucati ri rintra (risucchiati dentro) per occupare meno spazio.
Fu in questa atmosfera di equilibrio precario che una vociata feroce si materializzò a poppavia dell'autobus: ri cu sunu sti manu? (a chi appartengono queste mani?); ovviamente la piacente passeggera si riferiva al compagno di viaggio che, profittando del marasma aveva palpato le sue natiche. Mi girai divertito e in una scena felliniana vidi un vecchietto ossuto che con le mani in alto dichiarava a gran voce: i miei no, aggiungendo mesto, peccato. Devo comunque ammettere che con una signorilità anglosassone nessuno si scompose più di tanto e l'incidente diplomatico si chiuse immediatamente.
La mèta di piazza Stesicoro per la fermata ‘â fera (alla fiera) era ormai imminente e la nostra nave cominciava a vomitare fuori la sua umanità. Gli spazi all'interno si ampliavano, la gente cominciava a respirare, la tensione lentamente scemava e si ricominciava a parlare fra noi passeggeri.
Fu in questo momento che, di poco superato l'incrocio della via Etnea col viale Rapisardi, procedendo il bus sulla sua corsia preferenziale a velocità di crociera, da un budello laterale si materializzò di colpo alla destra dell'autobus una vecchia Fiat 127 di colore celeste scuro, carica di cartoni sul tetto fino all'inverosimile.
Agatino, rivelò le sue doti di esperto autista urbano e con prontezza, pigiando con tutta la sua mole sul pedale del freno, arrestò a pochi centimetri dalla vettura il bus.
Fu a questo punto che fra insulti e proteste per il brusco atterraggio egli, quasi a giustificarsi con i suoi passeggeri, si alzò in piedi ed uscì dal posto di guida.
Con un plateale quanto categorico gesto del braccio destro zittì tutti. Silenzio!
Fece indietreggiare i passeggeri che si erano rovinosamente accatastati davanti ed azionò l'apertura della portiera anteriore. Solo allora ci rendemmo veramente conto del pericolo scampato, infatti la Fiat 127 si trovava praticamente a pochi centimetri dal predellino di salita del bus. Credo che il malcapitato ebbe un sussulto vedendosi piazzato davanti e per di più in posizione di dominio Agatino il quale, se già ai nostri occhi appariva un gigante a quelli del cartonaio dovette sembrare un Polifemo.
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Vjola
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Inserito il - 08/10/2006 :  16:16:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La scena per me che avevo il palchetto in prima fila apparve esilarante. L'autista della vettura appariva come impietrito, affacciato al suo finestrino con le mani strette sul volante nel tentativo estremo di arrestarsi. Il carico sul tetto della 127 si era pericolosamente inclinato su di un lato e se non si interveniva con una certa urgenza si sarebbe di certo rovesciato, trascinando con sè la vettura. Non si comprendeva bene se il cartonaio stava immobile per questo o per timore di una reazione di Agatino.
Quest'ultimo invitò i suoi passeggeri a guardare di persona e a giudicare se la sua brusca manovra era giustificabile. Un complimento giunto dal fondo lo rasserenò: menu mali ca c'era Agatino ca guidava ‘u mezzu, annunca 'u scafazzava (per fortuna guidava Agatino, altrimenti lo avrebbe schiacciato). Il nostro eroe, ottenuto un riconoscimento ufficiale dei suoi meriti, quasi autorizzato da tutti noi, si rivolse allora al suo atterrito avversario traendo fuori dal suo sub-conscio tutta la sua anima catanese: chi spacchiu sì, chi forsi nun la viri sta casa popolari che roti? (tralascio volutamente la traduzione di chi spacchiu sì per una interpretazione soggettiva della colorita allocuzione dialettale. Tuttavia, dando appena una lontanissima infarinatura, potremmo dire: che cavolo fai forse non riesci a vedere questa casa popolare con le ruote?
Un coloroso applauso avvolse Agatino che, voltatosi verso i suoi fans, allargò platealmente le braccia e ringraziò con un mezzo inchino.
Finita l'ovazione il buon catanese che c'era in lui prese il sopravvento. Egli scese finalmente dall'autobus ed avvicinatosi alla vettura già pericolosamente in bilico, senza chiedere aiuto nemmeno all'autista, raddrizzò il pericolante carico di cartoni rimettendolo in equilibrio e facendo in modo di raddrizzare anche la macchina. Conclusa l'operazione si avvicinò al finestrino e disse: …biestia, stai attentu pirchì ti putissutu fari mali! (il bestia non và inteso in senso dispregiativo bensì quasi come un affettuoso richiamo per la bestialità commessa). Agatino a questo punto tornò al timone e con fare professionale al microfono annunciò: reggersi… si parte. Prossima fermata villa Bellini.

Sono riuscita a farvi sorridere? spero di si'[:)]
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_Nico_
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Inserito il - 22/09/2008 :  02:29:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
M'hai fatto sorridere, e per dirtelo m'hai fatto iscrivere. [:)]
È stato più che un sorriso. Da Catanese che ha usato autobus come il 29 barrato, mi sono dilettato parecchio a leggere delle novità. Ma Carracchia non l'ha detto: i personaggi, l'intercalare sono ancora del 29 barrato... [;)]
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Generated in 0.08 sec. Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03