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Ippolito
nuovo c.s.


10 Messaggi

Inserito il - 27/02/2007 :  19:22:05  Mostra Profilo  Clicca per vedere l'indirizzo MSN di Ippolito  Rispondi Quotando
Ciao volevo consigliarvi questi racconti del grande Borges,quando lo finirete di leggere,vi arrivera' una fitta all'anima. ;)

campi giovanni
c.s. oltre


861 Messaggi

Inserito il - 08/04/2009 :  10:48:43  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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senza punto


questa volta, al principio, di già degli occhi, occhi di acqua, e con ciò non
s’intendano acque di mare, o di lago, piuttosto, se proprio non potesse
farsi a meno d’un’imago nell’imagine, ebbene, andrà ad usarsi il rivolo di
gelo, o, meglio, il batuffolo di nuvola, o peggio, non fossero, queste,
ipotesi di metafora non simillime al nostro picciolo ardire e al di là della
nostra comune possibilità di dire, e dunque, Voi, Lettori, cercate di
sostituirli ai Vostri – è degli occhi che si parla, - vedete però come tutto
più non sia, come non solo il nero, non solo il dolore, non solo la matta
disperazione, vadano scomparendo, ma anche il bianco, e il puro, e
l’innocenza, vadano di poco in poco svanendo, come tutto vada di meno
in meno affievolendosi, come tenda al minore, e poi al minimo, e poi al
nulla, a meno che Voi non preferiate mutare gli occhi nel batuffolo di
nuvola, ma, se pur così fosse, sarà meglio che badiate a considerarlo, tale
batuffolo, come un nonnulla, o peggio, non si sa se intinto nel vespro, o se
absorto nella porpora, né si sa se riverberato in sillabe, sibille, dal te
dio o dal preludio, non dunque come presagio di pioggia né come
involucro – sebbene evanescente – di acqua di là da venire o già venuta
giù, non come la possibilità di acqua ma semplicemente come l’acqua
stessa, come un nonnulla, si diceva appunto questo, non altro, che Voi
fareste meglio a ritenere, o peggio, e se in vece Vostra alcuno di Voi
dovesse prefigurasi gli occhi, ma ci è difficile da credere, detto che il
nostro dubbio sia il quid d’assoluto che tutto governa e regge, ma non si
sa in qual modo possa il dubbio tutto governare e reggere e non nulla, e
insomma, se alcuno di Voi dovesse preferire la imago del rivolo di gelo
nella imagine degli occhi di acqua, ebbene, meglio sarà fare attenzione a
ciò ché sì fatto gelo non risvegli in Voi il ricordo d’una qualsivoglia, o
peggio, per esempio di una tempera di colore, o anche solo dei colori di
base, o d’una scheggia di notte che la Paura ritorni, o in contradicto d’un
fiammare di giorno che il non impossibile Inizio di Storia pur richiami
, ché il gelo non vien dato come principio d’un chi, né d’un che, anzi, sta
al contempo fuori e dentro, sta a sé, come d’un sostantivato incoloro,
come d’una demenza in cui il tutto venga a finire, o peggio, sia di già
finito, ed è anche per questo che di repente son state omesse le acque e di
mare e di lago, son state estromesse d’un qual si sia estro dal senso degli
occhi di acqua ché avrebbero implicato un che di troppo, o peggio, un chi,
i quali traslati non sono, né son sono, posto come esempio dei quali, di
fatti, la di mare acqua, ebbene, essa avrebbe potuto offrirsi come segno di
onda, ma certo i Vostri non sono occhi di onda, e ancora l’onda avrebbe
potuto essere infranta da altra onda, sì da provocare spuma, ma certo i
Vostri occhi non son di schiuma, e ancor di più il mare avrebbe potuto
essere uno specchio di mare sì da dare non solo la imago del mare
nell’imagine dell’acqua ma addirittura lo specchio dell’imago del mare
nell’imagine degli occhi di acqua, ma certo una cotanta allegoria si
presenta come assente dai nostri umili sintagmi retrattili, e inoltre, il più
non è da noi, né l’ancora, né l’ancor di più, noi che si è da meno, e non
ancora, o non ancora se non di meno, e così quel che si è tentato di dire per
gli occhi di acqua di mare questo vale anche per gli occhi di acqua di lago,
la quale acqua, o il quale lago, e non fate caso al caos dei generi, per altro,
avrebbe potuto avere la forza dell’altrove, chi sa, ad esempio avrebbe
potuto essere il simbolo di foreste intiere, ma certo non la foresta di
simboli, no, questo no, questo proprio no, o un segno di montagna, ma
certo non la montagna incantata, no, nemmanco questo, e dunque non
questo, né quello, son da escludere queste ipotesi di occhio, e quelle,
d’escludere son tutte le ipo tesi, e dunque non occhi di foresta, né di lago,
ma di acqua, occhio di acqua, e perdonate il non confacente passaggio dal
molteplice al singolare, e dall’uno all’emanazione dell’uno, ma tale
espediente drammaturgico, ché di ciò in vero trattasi, Vi verrà chiaro solo
in seguito, o forse mai, il mai essendo appunto il centro e la chiave del
centro, ma si è detto forse, e allora meglio sarà attendere e fare dell’attesa
non tanto la Speranza, o l’Illusione, quanto il lucido, preclaro assemplo
del poco in meno, e, via via, e via e via via ogni via, via ogni via di fuga,
via dal meno per il mino re, e dal minore in minimo, e dal minimo in
nulla, o peggio, peggio sarà attendere, e allora, ritornando agli occhi di
acqua, si è pregato, per modo dire si è pregato, senza preghiera si è
pregato, in qualche modo senza preghiera si è pregato di farli Vostri, in
modo tale che possiate fare a meno del Passato, e del Futuro, e viviate,
anzi, no, Voi non vivete, meglio usare un sintagma sostantivato anteposto
al verbo affinché faccia comprendere peggio la situazione, e il situarsi, e
dunque da larve Voi viviate in una fantasima del Presente, e cioè nel
presente dell’Attesa, nel presente del Nulla, come pure è stato detto
nell’inciso parentetico di tra una virgola e l’altra, ora tra endosfere di
limbo ora tra esosfere di neutro, ma badate all’ancipite ora, esso avverbio
vien da attribuirlo al patetico, lubrico, insulso Presente, ché codesto
attorno o dentro la sfera sembra non voler suggerire altro che una
attimosfera in cui si sia absorti, un regno di sospeso, di dilatato, di
imploso, sembra essere però e l’altrove e il centro, e allora si potrebbe
quasi dire, quasi dire, dire quasi, quasi quasi, dire dire, di essere, no, non
di essere, quasi essere, essere quasi, dire di essere, quasi dire di essere,
quasi dire di quasi essere nel centrosfera, sì, ma adelomorfo, e insomma,
come se il centro e l’altrove fossero la medesima volontà di espressione, o
peggio, la stessa nolontà, e così pure l’in e l’oltre, o quasi quasi, non
proprio peggio, di tra volontà e nolontà dire di un segreto, di una ieratica
scrittura, da iniziati, o peggio, da finiti, e dunque all’inaspettato sì ecco
subito il ma, come a sottolinearsi la inane, magnifica ambiguità,
l’eccezione e l’inganno, l’assenza di chiarezza di forma, l’assenza di
chiarezze delle forme, l’in medio adelomorfo, che si è insediato, e che
insidia, essendo appunto il testimonio dell’assenza di definitive forme, e
pragmatiche, ma a questo punto, in fine, non può farsi a meno di
paragrafare anche i notevoli, esaustivi a capo, là dove si parla
naturalmente di dio, di tesi, di re, i quali, tra l’altro, potrebbero esser stati
confusi, come d’un enfatico gesto di chi voglia disperatamente mettersi in
mostra, quali mostri da baraccone, o quali aborti lasciati vivere, non è
questa la parola, non è vita, ma insomma lasciati quasi vivere per dei
paradossali sensi di colpa, sebbene abbandonati, e gli aborti e i sensi di
colpa, al caos, o chi sa qual altro fenomeno, umano o sovrumano, in via di
estinzione, un caso singolare di disumano, o di subumano, ma si diceva di
altro, cioè di come dio, tesi e re avrebbero potuto esser stati confusi con
tagli retorici, con dissociazioni d’etimologia, confusi appunto d’un ateo
trattino a fine rigo, cosa che è stata omessa di fare nel tentativo di
mistificare la mistificazione dell’apparenza di senso dando niente credito
a rarefatta esegesi, quella per cui andrebbe ad affermarsi che intenzione
del curatore di queste pagine sciolte sia stata d’esprimere una viva
pseudoteologia secondo cui non sarebbe esistito altro dio al di fuori di te
sebbene poi lo stesso esegete abbia taciuto su chi questo te, e invece
fornendo ampio respiro a quegli esponenti della psicanalisi applicata alla
letteratura secondo cui il nostro autore andrebbe incontro a vere e proprie
crisi di schizofrenia, la qual cosa è stata pur sottesa in un qualche luogo, e,
per tanto, quelle confusioni che furon additate al Lettore andrebbero
attribuite ad una sorta di esorcismo del malato, e dunque il Lettore, mai
come ora, avrebbe piuttosto centrato nel notare il retorico artifizio della
tmesi, epperò senza minimamente rammaricarsi del precario stato di salute
mentale dell’autore, la qual cosa, stando a voci d’ambienti vicini, pare
essere avvenuta appunto senza darsi, e come che sia, proseguendo nella
divagazione, a proposito di re si racconta di come esso discenda da una
stirpe di uomini dimidiati dal potere, ma non sapendo se potere sia verbo o
sostantivo senza sostanza, mentre un’altra leggenda fabula di come esso
sia nato dalle acque di già metà uomo e metà re, di come abbia poi
incontrato la figlia mai nata di colei che fu amante di colui che uccise
quello che nacque dalla stessa madre di colei che non partorì mai nessuna
figlia e dalle stesse acque di esso re quantunque dicevasi che avesse,
quello essendo il primo nato dalle Acque, delle magistrali corna, le quali
in vero non aggettarono da allora il capo di nessun re o forse furon
soltanto rese segrete da corone come che fossero di rose di spine d’oro etc
etc, e insomma si narra di come il Re e la Mai-Nata sian stati agevolati
nella conoscenza affinché rendano lieve, in qualche modo, la cupa
disperazione di Colei, ma non solo, affinché rendano lieve l’Errore da dèi
di consentire a Colui, uomo qualunque, di divenire l’eroe del labirinto,
Eroe perciò positivo alla visione di coloro che abitano il Mondo, Eroe
simbolo, emblema, esemplare modello di comportamento per tutti coloro
in rivolta da sempre e per sempre contro il Male e dunque contro l’errore,
coloro non sapendo d’errare loro con tali azioni certo non indegne eppure
inconciliabili con il Fato da uomini cui non l’Errore è concesso ma solo
errare, con il Fato a loro destinato, e dunque si novella di come il Re e la
Non-Nata sian diventati non soltanto semplici amici, ma compagni, e
forse dei quasi amanti, non fosse per altro irreparabile errore, e cioè che un
re, nato dalle Acque, nato dal Caos delle idee, re della solitudine, non può
in alcun modo esser dimidiato con l’umano, ché non vien dato, che si
sappia, Uomo che sia re, o Re che sia uomo, un re essendo un semidio,
potenza che divien atto, il Re non potendo vivere in Terra senza che gli
decada la corona, senza che cioè si renda manifesto l’essere, è del Re che
si parla, esso il Cornuto, il Maligno, l’Anarchico, e allora o il nostro Re è
il novello o antecedente gesùcristo, ovvero non il Re è re, bensì la Mai-
Nata, la quale, in vita non essendo donna né uomo né come che sia umano,
è la meglio adatta, da larva qual insomma è non essendo, da semidio o
potenza, a divenir atto o dea, e dio, per cui non l’Amore si può dare di tra
il Re, che non è re, e la Non-Nata, che forse è re, semidio, atto, dio, quanto
meno non l’amore dei sessi, ché, se anche il Re fosse stato donato, la qual
cosa non pare certo che sia avvenuta, di fallo, o rosa, la Mai-Nata non
ebbe, e mai avrà, carne né carni, e né orifizi né verghe, ma è la leggenda
ad asserirlo, non noi, e dunque non l’amore delle viscere è dato, sibbene
quello delle anime, la lunula dell’Amore, e pur tutta via concedendo loro
così fatto Amore, andrebbe a dirsi delle prime impossibilità non
impossibili, per esempio si potrebbe dire della non esistenza, del non
essere, della non creazione, e addirittura potrebbe costruirsi la teoria dei
contrari, di una fine che avviene alla nascita, anzi, del desiderio di non
nascere affatto, soltanto di finire, e solo di esser parte della creazione,
senza esser parte, ma, ma forse c’è chi si chiede se da sempre ci sian
occhi di acqua, o finiti, per sempre, e come che sia, non più del cenno
potrà dirsi sulla tesi, e non tanto ché ha minore importanza di dio e re,
quanto ché ogni tesi è da considerarsi omessa o elusa, sì che il testo risulti
senza senso, o meno, che venga a dirsi solo di codesta inferiorità sia di
quantità sia di qualità, o meglio, che venga a dirsi e di quanti quanti e di
quali quali, o peggio, solo e soltanto di codesta negazione e di tempo e di
spazio


(uno scritto giòvanile)




Modificato da - campi giovanni in data 08/04/2009 11:29:07
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campi giovanni
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Inserito il - 13/04/2009 :  12:28:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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“Signore e Amico amatissimo”.
Mi piace principiare, mio Principe e Monarca, con parole non mie, esordire celato di tra le mani e la mente, o soltanto di tra le lingue – intese in modo ancipite, - di altro autore; mi piace, in quanto crea una distanza, una sorta di sorte avversa, un fatto che abbia a che fare con il fato disfatto, con il destino a me destinato, ostinato io nel giocare d’un gioco infante ma tenerello, che sia quello così detto dei quattro cantoni, quello del nascondarello, o altro di cui non conosco nemmanco il nome, e né le regole, e né sapendo con chi giocare o con cosa.
Dunque, considerando il primo dei due giochi su citati, non ci si può esimere dal considerare altresì alcuni preliminari, capisaldi d’un discorso a venire che pare pure non giungere mai; naturalmente, non possono non essere che quattro, codesti punti, e allora:
- punto primo: - qual si sia l’infante, costui sia dotato d’anima doppia e cartonata;
- punto secondo: - luogo deputato sia l’incanto dato dai cantoni fatti di cartone;
- punto terzo: - limitato di natura sia il tempo;
- punto quarto: - la trama sia a braccio che scrivi una lettera che vada dispersa.
Supponiamo, per colmo di fantasia, che codesto infante colga un frutto immaginativo dall’albero della conoscenza, frutto terragno, null’affatto esotico, e che, nonostante partecipi d’una forte allegoria, è metà mela metà arancia. Per la metà che è mela, il frutto sia messaggero d’un tutto non indistinto, parte bacato, parte setato, e dunque o larvatamente inverminito o morbidamente vellutato; per la metà che è invece arancia, messaggero sia d’un non che di filamento d’odore, un aroma parte agro parte dolce, come dire, un fine pasto che riveli tracce o di moscato o d’amaro, un retrogusto passito, marca d’antiquariato, una vera rarità, accorrete accorrete! Risibile trovata, questa, di confondere l’acque avvinazzandole, una gag da guitto di provincia, uno slogan per sagre di paese. Di fatto, ponendo che tali parole sian pronunciate d’un guitto, questi di null’altro sarà protagonista se non della così detta comica finale che usava un tempo al termine del film della domenica; pronunciate in paese, saranno d’un imbonitore che abbia partecipato al, ma soltanto alla prima lezione del, corso serale per sommelier organizzato dalla proloco di turno, o che abbia acquistato un libercolo a meno della metà dell’originale prezzo di copertina maggiorato però di più del doppio dal solito straopaco cartellino che sempre i bancarellari usano, il titolo del libro, scritto da un professorucolo con non poche velleità di pedagogo trattatista filologo, essendo “Trattato di retorica per vivere al meglio il cotidiano andar del tempo che fu”, basato il tutto su fonti d’autori antiqui ma mai citati. Ma ascoltiamole un attimo codeste ciarle: “… la fragranza del quale essendo persistente, il bouquet rilevasi in guise di non inadeguata raffinatezza, come ali d’uccello nobil che levansi su per l’empireo, sempiterna essenza che arda o del fuoco vivo o del sacro fuoco, a seconda che consideriate gli dèi tutti o il vostro unico solo vero Dio, quel Padre Nostro che fate oggetto di preci per ogni dove d’ogni come, in ispecie la prece per quel che a voi più preme: la salvezza. Partorito dal reticolo, di tra mani e piedi di coloro i quali, fra i tanti, non han timore di tingersi del sanguineo colore, essendo stati prescelti in sede di selezione naturale, il nostro nasce di neonata vita di già non privo di scrupolo alcuno, anzi, potrebbe dirsi che nasca pleno d’un tremor panico dei più pii, e tuttavia esso vorrebbe darsi: tutto sé lui darebbe, se soltanto…” – Peccato dover interrompere, causa decorso termine ultimo, la frase a mezzo: non sapremo mai le condizioni per le quali il nostro si darebbe, - miserrimo me, per non aver messo sotto contratto che un solo attimo di codeste ciarle, ma tant’è! Di fatti, l’interruzione d’un che che sia a questo porta, o questo comporta. Che, come si voglia formulare anche la più improbabile dell’ipotesi, essa non troverebbe smentita alcuna da chi che sia, per assoluta mancanza di prove che comprovino, o di conferme che confermino, per tacer del fatto che in siffatta guisa usasi quella particolare forma retorica detta della reticenza, che equivale a non dire il di già non detto, un non dire al quadrato. S’inauguri, dunque, la ricerca di indizi, di tracce, di orme, di segni e cifre cifrate: quasi che ognun sia o un detective o un capo indiano, uno psicologo o un matematico; e di queste professioni si faccia esperto conoscitore, perfetto, più che perfetto imperfettibile. Si parta perciò dal parto, si espleti una parte da teatro dei mimi, una farsa, una burattinata senza manovre di fili con fini reconditi; recitino di tutti, giocolieri, acrobati, equilibristi, clowns, buffoni, guitti, e si scambino di tra essi i ruoli: uomini in vesti donna e viceversa; infanti in quelle d’anziani, e vegliardi facenti moine capricci burle; e via e via dicendo in una sarabanda senza senso, in un tourbillon, in una giostra impazzita che giri e rigiri su se stessa senza che vada in alcun dove, come d’un nulla di fatto, d’un niente di nuovo, ci si mordi pure la coda! Ecco, se dall’intreccio di più e più fili potesse nascer un qualcosa che, tramando tramando, sviluppi da sé solo una trama che non sia quella a braccio, ma con dramatis personae d’una psicologia compiuta, con un tessuto storico-esistenziale che prenda in esame gli aspetti essenziali d’un’epoca, con una propria visione del mondo che sia al contempo originale ma profondamente radicata, che metta a tappeto o a soqquadro, minutamente, dettagliatamente, mai all’ingrosso, i valori, le funzioni, il senso, le volontà di ciascuno e di tutti, allora non sarei io quel che sono: nient’altro che un pennivendolo, un robivecchi della carta straccia, un men che artigiano che a mala pena si fatica il pane, come dire ancora?, un copista compilatore, un amanuense d’altrui testi; ed invece, appunto questo, e non mai altro, io, questo pronome di poco o affatto nullo conto, sono. Per cui quel poco o niente che posso è questo menomo testo, oserei dire questo testicolo, se solo non venissi tacciato d’irreverenza o impudicizia; un testo tessuto a pezzo a pezzo, dal prezzo irrisorio, come dei saldi di fine stagione o come merce in liquidazione per fallimento coatto ma non provvisorio, un vero affare – ma per chi? – E se fossero dei frutti fuori stagione?
Come che sia, ritornando al discorso principe, fatto com’è fatto – ora mai l’avrete infine capito – di vie traverse o trasversali, scritto per gente di strada, - barboni, cartonai, musici vagabondi, giramondi, - l’infante, lo ricordate ancora?, che vive una vita di stenti, ma che possiede, essendo nella sua poca fantasia un re, una voce stentorea, l’infante, dicevo, urla ai suoi compagni il via.
Via vai, zig zag, pim pom, qui qua: questi i nomi di battaglia dei quattro. Il gioco del quadrato, non sto qui a raccontarvi di quel che consiste per non dilungarmi oltre modo, parte con le parole della formula magica che apre qualsiasi porta, anche quella porta che porta al di là dello specchio, là dove c’è l’incanto dei cantoni: il mondo dei cartoni, cioè il disegno di un dio, o di déi cotanti: i cartoni animati, dove quando tutto è possibile, o quando dove. Se la luna si posa in un angolo, da quello opposto levansi il sole, se il sole viceversa si cala d’un poco ecco alzarsi di tanto la luna; o vero, insieme giocando, sole con luna, proprio nel centro del cielo è il loro incontro: nel bel mezzo del foglio che noi tutti tien scritti. Tali le parole che ora l’uno ora l’altro dei quattro a viva voce pronunziano, un oroscopo di auspici e di auguri, l’annunzio rituale. Come su d’un’altalena, in bilico in bilico, naturalmente fino in fine o a capo naturalmente, l’oscillante pendolo compie il movimento suo proprio tenendo in conto l’Ore, femmine dèe, amiche del gioco della vita che i quattro aman giocare; di fatti il pendolo, ora di là andando, di qua venendo, ma sempre stando al centro di tutte le cose, come il motore d’una macchina più che perfetta, i cui ingranaggi sian tessere d’un mosaico d’altri tempi, il pendolo, dicevo, regolo di tutte le regole, regnando regna e regola noi tutti infimi terragno. I quattro, di cui in vero io, il mio nome essendo zig zag, partecipo, come buffoni a corte, il trastullo del re desideriamo. – L’anacoluto è d’obbligo in certi casi: noblesse oblige. – Ecco dunque le irragionevoli ragioni per cui, a manca e a dritta, giro girando, attorno al centro ch’è il pendolo, un girotondo insceniamo, ma particolare: un girotondo che fa specie, un girotondo quadro, quadrato, estroso, dalle bizzarre diagonali, irregolare in tutto, ma nel nulla regolare – quel che significhi siffatta ultima menoma frase. – Epperò, quali pianetini o satelliti, che orbitano attorno al pianeta principe, o meglio, quali pianetini principi che orbita descrivono attorno a quel pianeta re, noi possiam vedere i nostri quattro gironzolare, anzi, per meglio dire, - io essendo dei quattro, e il girotondo avendo del quadrato, - voi, appunto Voi, nostro Monarca e Tiranno, Caro Lettore, potete osservare noi quattro gatti quadrangolare attorno a codesta macchina perfetta qual è il pendolo, che al centro instà come null’altro mai potrebbe. Il gioco della vita, cui partecipano come spettatrici interessate l’Ore gemelle, continuando, ecco l’altre parole della formula magica: se la notte annotta in un dove, dall’opposto aggiorna il giorno, se il giorno invece d’un poco oscura ecco rischiara di tanto la notte; o sia insieme giocando giorno con notte, proprio nel centro del cielo è il loro incontro: nel bel mezzo del foglio che noi tutti tien scritti. L’oracolo, questo figlio illegittimo dell’Ore, ritualmente ce l’indica. Come su d’un dondolo, in bilico in bilico, naturalmente fino in fine o a capo naturalmente, l’oscillante pendolo o dondolo che dirsi voglia compie il movimento suo proprio tenendo in conto l’Ore dèe del tempo: nulla si muove che non stia al tempo come allo spazio l’immobilità. Il dondolo, che tutto in sé o fuor di sé muove, ora di là andando, ora di qua venendo, ma sempre nel bel mezzo del mondo immobile stando, come perno essenziale d’una macchina più che perfetta, i cui ingranaggi sian tessere d’una tarsia infinita, il dondolo, dicevo, codesto domino di tutti i domini, regnando regna e domina noi tutti infimi terragni. Noi quattro gatti alla corte del re, come artigiani del non far nulla, apprendisti del niente di nuovo, guitti sguatteri del nulla di fatto, buffi buffoni, il trastullo del re è il nostro unico desiderio assoluto. Di punto in bianco di nero dipinti, o di tutto punto di bianco dipinti, di punto in nero di bianco dipinti, o di tutto punto di nero dipinti, di punto in punto – noi – di nero o di bianco di tutto punto dipinti gioco giocando, di dritto o di rovescio, attorno al centro ch’è il dondolo, un giro girotondo, gira il mondo, gira la terra, mettiamo in scena: e tutti giù per terra. Tutti giù per le terre a rotolare, i nostri eroi da fumetto, birilli colpiti dal sasso gettato dalla mano d’uno, trottole dal moto perpetuo, che come cadono, sì si rialzano, un torneo giocando di tempo futuro o remoto, o una giostra medioevale; cavalieri di ronzinanti ronzini, personaggi di un romanzo di cappe e spada, e di coppe e spade e ori e bastoni, guerrieri cartacei, che abitano regni e regge e castelli di carta, arrivano i nostri (sic!) là, dove, passo passo, rotola il sasso. Ma chi sia l’uno o nessuno che, di propria mano, lo gettò, non si sa. Come che sia, la frase essendo stata pronunciata in guisa di sentenza dall’oracolo figlio illegittimo, e perciò infallibile nella sua propria inverificabilità, i nostri procedono immobili nella via del gioco; ed io con loro. E Voi, mio Principe e Monarca, con noi. In giro andiamo senza andare in alcun dove, né in alcun quando, che non sian limitati. La condizione senza cui, per chi a capo voglia andare, è voltar pagina.

(fate finta di voltar pagina)

Come tradizione vuole, in quattro e quattr’otto, noi quattro gatti e i nostri quadrupedi, la banda delle mele marce, dando di matto, fingendo virtù necessaria, la scena madre insceniamo, dall’atto quarto della tragedia omonima tratta: - descrizione di una battaglia. – Per amor di brevità, non più d’un sol cenno vorrà dirsi su di essa, anzi, trascriverò soltanto la premessa redazionale, quasi una seconda o quarta di copertina scritta dall’autore medesimo: “Come le parole convergano in tela di ragna, in maglia di rete ricadano o in terra terragna s’interrino, ella è materia teterrima e acre e acue, simillima a una miniatura le di cui tessere, sfere universe o particole iperboli, ellissi o coni, o tronchi di cono d’aria in pulviscolo, polta poltiglia di cenere, polvere di granulo grano e sgranato, o fratta frattaglia o fragmento fracto, materia teterrima simillima a un domino di domini, le di cui tessere, dicevo, disintegrata l’integrità, disunita l’unità, polverizzata la polvere, incenerita la cenere, frammentato il frammento, sian andate ineluttabilmente perse nel mare magnum di leggere lettere”. A questo punto, mio Caro Re, Vi è ormai chiaro come la di me umillima inattìa a cosa che sia, più d’altro mai voglia quel che segue: d’una foglia farne un foglio, con quel che possa significare una frase cotale. S’adagia però la venata foglia, soffio a soffio i venti fatalmente su d’essa ventando come sanno; si posa, in modo che si possa leggervi la linea del destino. Qual sonno della ragione, a tal bisogna vien richiesto l’aiuto d’intenti intenditori, di veri specialisti del settore, cioè a dirsi; cartomanti, che interpretino le carte; streghe e stregoni, che preparino intrugli e filtri; maghi e fate, dagli alati cappelli e bacchette; negromanti, che interroghino il negro seme inseminato da cui l’albero della conoscenza, o quello disseminato da cui l’albero capovolto della ignorantia. Dotta la fola si riempie dunque di personaggi, fra i più disparati, comparse del mondo circense: vedansi fachiri passo passo passeggiare su puntuti aculei d’acume; acrobati esercitarsi in acrostici senza rete alcuna, doppio salto mortale, capriola carpiata in avvitamento, tali essendo i loro numeri preferiti; e giocolieri gioco giocare di destra destrezza, e equilibristi, sul filo del rasoio, in bilico in bilico, o su d’un’altalena alternandosi, una trama a braccio filare: - le eque nozze di equinozio. – E clowns e buffoni e guitti, tutti insieme divertire il gentile pubblico intervenuto.


(Il sipario si chiude, cala, cade: - prego, gli applausi. –)


Ma il re, avendo in canna il colpo di scena finale, dal palco reale lo esplode: fa mostra del pollice verso in segno di diniego e disprezzo. Qual senso di dissenso, pervasivo in quanti vi sono e siano, lentamente si leva un brusio, un masticar di bruco brucante all’interno di mele; un mormorio, marmoreo andar del mare, e venire; un borbottio, sottomesso a, ma quanto urticante; un gloglottio, un ingoiare rospi che attendano il bacio d’una principessa, essendo stati principi nella prima edizione: un vero e proprio mescolar le carte in favola. A caso. Ma caso volle che: “C’era una volta un cavaliere, il quale era detto errante, sebbene fosse agli ordini d’un re, o forse proprio per questo, così detto in quanto il re non altri era se non il re fuso.”


(non dimenticate: io, pennivendolo e librivecchi, io, dalla gran copia di copioni, io ricopio: talvolta mi lascio andare, scrivo, come dire, solo per sentito dire; tal altra, si spunta la mina, da miniata e minuziosa che era, minima e minuta diventa, per cui non posso altro che abbandonarmi al fascino del si dice che, delle leggende del luogo, delle voci in giro o dicerie)


(una sottospecie di favoletta)

Modificato da - campi giovanni in data 13/04/2009 12:29:33
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campi giovanni
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Rovello della posta



Simpliciter:- Bene poniamo.
Complicatibis: - Bene o male ponendo, diciamo: posto è tutto, e niente è a posto, se oltre l'essere o non essere dipartita da Voi o da Chi non c'è nulla? perocché dicendo l'essere e ciò che è altro dall'essere, il non essere appunto, detta è ogni cosa?
Simpliciter: - Appunto ogni cosa.
Complicatibis: - Ma non anco ogni Chi... e pur tacciamo per ora Chi e a Voi veniamo.
Simpliciter: - Veniamo.
Complicatibus: - Venendo a ciò, ciò poniamo: l'essere essa dipartita da Voi, e non essere essa dipartita da Chi.
Simpliciter: - Opiniamo.
Complicatibis: - Or dunque, se dipartita essa è da Voi, è chiara cosa che rende impossibile tutte le altre opinioni contrarie a sé, come le contrarianti cose ad esempio.
Simpliciter: - Di necessità.
Complicatibis: - Necessita la mente del lamento dell'essere dipartita da Voi, essa non essendo pur anco digiunta, se non un solo menomo istante, e poi disparita al tutto.
Simpliciter: - La disparità del tutto di contra all'uno pare evidente cosa.
Complicatibis: - Di fatto l'uno non è tutto, giacché essendo l'uno il tutto comporterebbe parti di parti di sé dipartite (o forse dipartiti?) da sé per finire nell'infinito tutto, la qual cosa non è.
Simpliciter: - Potremmo immaginare le parti del tutto, o i parti del tutto, come un tutt'uno ermafrodito.
Complicatibis: - Comunque resterebbe un resto di sé dipartito, come dire un resto di nulla.
Simpliciter: - La prova matematica dell'esistenza del nulla.
Complicatibis: - E sia dunque detto: e dicasi anco, secondoché è a vedere la non visione, che, o sia l'essere essa dipartita da Voi o non essere dipartita da Chi, tutt'una propriamente essa è e non è, e appare e non appare: e scompare.
Simpliciter: - Come un aborto, come un nato morto.
Complicatibis: - E dispari dispare.


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campi giovanni
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Inserito il - 13/05/2009 :  01:59:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

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del suono delle sibille da sibillini sillabi a sibilanti sillabe


non c’è un solo sono in questo poemetto di Viola Amarelli, il cui titolo è di già nei fatti - Notizie dalla pizia - allitterante e oracolante, non ché enigmatico di per sé o al meno quanto al chi e al che tratta, e ancor di più al come verrà trattato; non c’è un solo sono, si diceva, che non sia consono e insieme consuono: consono, d’un verso, e nelle assonanze e nelle dissonanze, le quali dunque e si fingeranno tali e si fingeranno tante e finte, come d’una finzione nella finzione; e d’altro verso, et altero, consuono, ché in esso, per ogni dove e per ogni quando, risuona una eco di miti e di tomi del mito, ma sottile, la si direbbe una eco lieve, come appunto lievi son le sue mani a condurci, e le loro, delle sibille, altrettali, o come l’eco d’un filo conduttore elettrico che ci porta, e di corda c’accorda e di briglia c’imbriglia, a cavallo di secoli distanti d’istanti, oh! ma quanto è piacevole andare a cavallo della cavallinità che vola, che vola! che vola per le terre, di tra soli soli e lune tante, e che vola per cieli, di tra morte gore e chiare e fresche et dolci acque; e pur tutta via non stando a me, estemporaneo qual sono o qual senza essere sono, e estravagante in modo simillimo, non stando a me, dicevo, il tuffo nella contemporaneità sintagmatica “d’una joint-venture” quale che sia ad assemplo delle altre tutte, cui, al meno per me, non c’è divag’azione, e dunque non stando a me il tuffo in “questo” presente “dannatamente ancora vero” posto a inciso, e che in vero pure e quanto incide, nell’epilogo del prologo, messo di tra parentesi a guisa di chiosa, m’instà viceversa di vertiginare nel rovescio d’esso, e cioè nell’angelico non più falso, così da fingerne pur anco me la finzione, e così da riprendere anche la dedica manoscritta, e datata, per darle forse una parvenza di realtà quando invece si sa che non si esiste, se non appunto angelicati, e siano pure, codesti angeli, i custodi o i caduti, epperò nel primo caso dedicandolo, il poemetto dico, all’altro da me, e nel secondo, in qualche modo senza modo, a me, o al meno a quel che ne rimane dalla caduta di me: a me, dunque, che son “stolto”, e che “cerco ancora le parole” per dire le parole, e non si dica per trovare le parole per dire le parole, le parole non si trovano, le parole ci trovano, o soltanto si cercano, e dunque da “stolto” “me stesso ho consultato”, e quale la risposta? – “so, che sapere non serve” – questa è una delle risposte a detta de “la veggente”, e come non crederle? come non credere alla sibilla che “sa l’infelice”? come non credere a questo corpo che si fa voce, a questa voce che si fa corpo, che sa dunque questo sapere più forte ancora di ogni altro sapere, questo sapere estremo, che porta ad ogni strenuo stremo? epperò è “ad uso degli allocchi” l’ultremo “responso”, non a caso detto “l’unico” de “l’Implacabile”: “non aver dubbi” – finalmente una certezza, ma quale? “vana ogni domanda”, vana ogni domanda cui non si dà risposta, ché risposte non si danno, ché risposte non vi sono; ma, pure, c’è ancora qualcuno che “continua a interrogar” le sibille, ed ecco che, di tra questi, c’è chi “ha avuto una risposta”, una risposta data dal tempo, questa continuità discontinua, questa discontinua continuità: “stanotte è già domani” ed “era - è - mattina”: allor quando “è” è scolpito d’un tratto ad altro tratto, di dura pietra d’estro, di dura pietra d’astro, come presente e singolare; ma è davvero presente questo presente? ma è davvero singolare questo singolare? o non più tosto “è” è altro? forse è stato passato? “più non sappiamo” il tempo, né i tempi, “ci dicono i ricordi che nulla è perso come mai nulla si perde”, ed allora sarà forse futuro? “oppure, forse, un altro tempo probabilmente”? è dunque sono? forse “è” è un singolare plurale? o forse è un plurale plurale? sono forse sono? “sgombera il superfluo, soffio di sillabe sibille”! ogni disvelamento è per un ulteriore velo, anch’esso da disvelare, e disvelato e ri-velato, in una danza di veli infinita: “al ritorno accecati si accontentano schegge sillabe l’indicibile”, questo segreto che di sé greto ne fa, o d’ogni ipotesi margine che non m’argina, né me nota nota né ignota, come di marginalia, nomina nominando pluralia tantum, lacuna di cune di tenebre, o viceversa nomina nominando singularia tantum, sapientia de “la sapienzale” appunto appunto “questo sapendo”: “chi nel possesso è, là quello perso”, e questo e quando altrettanto, ma quanto? quanto perso il quanto? “vibra all’orlo” “l’urlo, frantumato”, “tempo” senza più tempo, se non altro, “e spazio” senza più spazio, se non altro, come di “eliche e stringhe”, o come theorie d’esse o di super esse di donne d’io mal vaghe o di dio, “ha detto la donna o il dio, che importa”, “io sola il dio”, lei sola il dio, voi là, voilà a voi là viola, che viola ogni legge, che cataloga il logos del discendere e del risalire, che è “[img][img]quello che vivi, le verità”, che dei quanti dei e deesse d’esse son sono
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campi giovanni
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Inserito il - 27/08/2009 :  09:03:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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ininfinita liturgia d’amore


come il testo, che non supporta d’essere inquadrato in alcuna delle categorie tradizionalmente intese, non romanzo dunque, ma né meno romanzo in versi, né tampoco prosa, né prosa poetica, né infine poesia, in vero non perché non sia d’ognuna d’esse un preclaro assemplo qual è, ma tutte abbracciandole d’un afflato comune e insieme fuori dal comune, tutte vivendole e ravvivandone le forme, e superandole nel divenire d’esse relative assoluto, testo assoluto dunque e per eccellenza e per voc’azione – là dove la voce è azione d’emblée, di “un soffio”, di “un soffio” che “la seppellì lì per lì / l’alba a brandelli” , di “un soffio” che in vita invita, - ma quale? quale qualità di vita? e quanta? quanta quantità di vita?, forse una vita da “scheletri nottambuli”?, da “scheletri emersi dalla vita” stessa come sua propria “metamorfosi naturale”?, forse una “vita e morte”?, forse una morte e vita”?, forse una vita da “spudoratamente vivi”?, - come il testo, si diceva, così il libro, ch’esso testo dovrebbe contenere, il libro, quest’apparenza oggettiva, quest’oggettività apparente, non supporta d’esser soltanto tale, ma si metamorfosa non appena lo si apra e lo si cominci a sfogliare: eccolo da rigido divenire sinuoso, morbido, liquido, e assumere forma e forme divariate di tra regni come che siano, e prendere infine corpo in chi abbia il dono di riceverlo facendosi non solo un solo nuovo corpo con esso ma corpus e corpi, un tutt’uno di molteplicità, un singolare di pluralità.
il testo tessuto nel libro si libra così libero al di fuori di sé parola per parola, personaggio per personaggio, e voce e azione d’essi ne fanno e una scena e uno scenario, del teatro come mondo e del mondo come teatro: e il teatro, non essendoci “stella che illuminasse stella”, e dunque senza lustrini di lustri di sorta né d’illustri né d’illustrissime sorti e magnificenti e progredienti ed anzi, al contrario, affatto regredienti e per nulla imaginifiche, senza lustrini, perciò, e senza nemmanco luminarie di luminari luminosi e illuminati e illuminanti quella parte di secolo saecula saeculorum sì buio, il teatro, si diceva, eccolo d’un “guizzo scuro” inchiostrarsi d’atro tegumento a nocumento d’ogni ben documentata menzogna sul male e d’ogni verità celata sul bene per così “il visibile diventare invisibile”; e il mondo, siffattosi teatro d’immondo, come d’una inconciliabilità d’opposti, il mondo mondo di sé, il mondo immondo d’io e per ogni dove e per ogni quando, eccolo dunque, il mondo, d’una “radice” senza vera radice, intestarsi e impiantarsi sradicato d’ogni diversità e d’identità e di diversità, d’ogni possibilità d’essere diverso, o d’essere altero, se non come numero, se non come “numeri” - “siete numeri, altro che”, siamo numeri d’enumerare ne “la conta” che non conta, che “non torna”, ne “l’appello serale” senza appello, per una incomprensibile comprensione – “sei nel mondo” “ma nel mondo non sei”.
come del suicida si può “comprendere l’uomo nel non trovarvi riparo”, così allora “comprendere è una parola priva di connotati”, è un volto senza connotati, è un volto senza volto, senza figura di volto, senza tratti, senza più occhi che possan guardare se non l’inguardabile, senza più occhi se non affossati in loro stessi, nella propria “fossa lacrimale”, “gocce battenti” già ché “l’occhio non risponde”, senza più orecchi che possan sentire se non il nonsentire, e l’insensibile, e l’insensato, o che possan sentire solo “un rumore” o “tre rumori adesso”, “quello dei denti”, battenti, “quello del cuore”, battente, “e poi quello strano” e “che strano, il rumore veniva da lì”, ed eran “topi”; e senza più nasi che possan odorare se non il “maleodorante andare”, se non “l’orribile e puzzolente”; e senza più bocche che possan sorridere o baciare o articolare voci, se non “la voce della tempesta”, se non l’urlo muto, di chi “non ha voce”, e lo strazio, straziato e straziante, - “quella terra mi sa di strazio”, “quella terra che sa di strazio”, - senza nelle bocche più denti se non da estirpare, “preludio alla macabra ricerca dell’oro,” così che non si possa essere se non “nello spazio di un dente mancante”, o senza più denti se non che ci “si spezzano” per “tremare – ancora. E poi ancora” senza nelle bocche più lingua se non per “lucidare gli stivali”: tale è il volto, come d’una maschera che mascheri ogni senso e che una volta sollevata smascheri la dissennatezza di un “sol” levato e sorgente “anche dove la luce scompare” – così che “si perde il senso dell’essere uomo”. - “e poi ancora”: senza più mani che possan “toccare” se non la propria “disperazione”, senza più mani se non come ricoperte d’un guanto, che pur toccando non tocchino, che pur essendo toccate non siano toccate: un contatto senza tatto, senza insieme, senza contatto, come d’una “mano che non sa”.
e pure, di tutte queste parole, “una ad una, una ad una”, non ce n’è una che sia una che possa essere altra da quella che è, che possa essere diversa da quella che è stata scritta dalla, o si è scritta attraverso la, gratia di tocco della mano della maroccolo, che dunque sa, e sa di sapere sia che quella “mano non sa” sia ciò che non sa, e pure e solo per questo suo sapere ci dona la possibilità di toccare, la mano nostra tenuta dalla sua, tutta l’impossibilità di toccare, e la “disperazione” che ciò comporta, incomportabile; e pure, e ancora, non c’è una sola parola che non doni voce a chi voce non ha, o che non ridoni voce a chi voce non ha più, “la vostra voce”, lei “sarà”, “ – ovunque siate, – “ e la nostra ugualmente, grazie alla gratia di suono della voce sua, che dunque suona, ed evoca, e suona evocando, ed evoca suonando, - “ovunque” si sia – lei è, e pure e solo per questo suo vocare, e pure e solo per questo suo suonare, ci dona la possibilità di dire, la voce di tutti evocata dalla sua, tutta l’impossibilità di dire, e il dolore che ciò comporta, incomportabile; e pure, d’ognuna d’esse parole, non ce n’è alcuna che possa essere mutata, senza che muti l’ordine del disordine esistente, senza che muti la gratia d’ogni disgrazia, senza che muti l’astro d’ogni disastro, senza che muti la luce d’ogni buio, solo vivendo ci si può avvicinare al mistero della morte, solo morendo ci si può allontanare dal mistero della vita, - “ovunque” noi si è lei sarà “il riflesso del volto”, là dove dovunque è gelo e freddo sarà “il calore del fiato”; e pure, pure son le sue parole, pure in tutta l’impurità che ci racconta intatta è la sua purezza: “ – pure a me giungi – pura “.
“ infinito – non ti sento più “
ma
“ potessi infinita – raggiungerti “
“ sogno tra tutti i sogni in infinita liturgia d’amore “

Modificato da - campi giovanni in data 27/08/2009 09:04:50
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campi giovanni
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Inserito il - 07/09/2009 :  11:24:43  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
a propositi di 'distanze', ma anche di 'vispe vispertelle' e di 'polte poltiglie'...

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della distanza



(prefatio)


Pure nel crepitio della confusione di voci, ritrovate ed intatte, le effigi del silenzio: è il silenzio della vostra anima perduta e del vostro animo perduto e della determinazione anch’essa perduta; è allora, e soltanto allora, che il pulsare del cuore principia la sua insidia, e il suo insedio. In vero, il cuore, di tra una pausa e l’altre, di volta in volta amplifica l’eco sua propria espansa e contratta minimifica: sistole l’in trae, e diastole l’es trae. Non ostante siate ancora lontani, lontani da voi disperata mente, o solo distanti, distanti da Voi la mente estranea o distratta essendo, pausato il cuore e insicura la mano; pletora di sangue il cuore il cerebro la mano Vi si dona, e così sangue in sfumatura. Pletora o diastole l’es traendo, e sfumatura o sistole l’in, Voi, la frattura che Vi separa da Voi stessi, rimarginate.


(a parte)


Come pianto e riso convulsi ma avulsi d’ogni sorta di pedagogico moralismo, se bene debba contemplarsi, a piè di pagina, del sentimento di, lo si dìa, se non proprio sordido, quanto meno sordo al tuono o rintrono del recensore: ecco, sordo e coglione, sornione, come di gatto che dìa di matto, la cui ungula artigli d’un sol colpo lacerti laceri, resti d’estri e fracte fractaglie di fracti fragmenti di felicità.


(notucole)


La distanza, questo luogo dei punti del piano estranei e distratti, via via sfumando e da un centro come che sia e da ogni fuoco, questo centro che si discentra, e dissolve e strazia, questo fuoco vivo ridotto a cenere e polvere, o polta poltiglia al gran vento del destino, facendosi figura d’assenza vuoto buco, s’incunea di tra terra terragna di vacue cave e crude crudelità; cavica cloaca, l’alveo, tale diviene, da letto di fiume qual era: cavea, tetro teatro che si degrada, fogna dei gradi gradini tutti, gogna ove precipiti decapitata miniata memoria teterrima.
La lontananza, questo luogo dei punti del piano del disamore, di chi abbia la mente disperata, e il cuore matto, e la mano mutila, e tuttavia ciò sapendo alla perfezione, dato il dato “quanto più sia ogni cosa perfetta più chi che sia avverte e la gioia e il dolore”, codesta lontananza, figura torta d’iperbole, parabola di messia ignoto, procede tra dei labirinti labili e tinti come serpe, come cinico istrione, luogo eletto essendo nient’altro che un atro antro.
Come che sia partecipe dell’Ombre, del Sonno, della Notte, quasi un regno popolato da ungule di fiere, lunule di fiori, animule e spirti, e vagole ali di luci di lucciole, il sentimento di ha a che fare con la piova che giova, la grandine che gronda digrada e gioca, e l’acqua frammista a neve: sentimento dunque d’etternità greve e al contempo leve, come dire c’erano una volta dei penduli veli, che, come vispi vespertelli, le ciance cianciavano, o soltanto un ps ps, ps ps, ps ps.


(narratio)


Siate pure come che siate, o confusi dalla confusione delle voci, o distratti dalla distrazione d’uso, gli arti lentamente dal crepitio Voi movete come principio di, fino al silenzio; dal silenzio, viceversa, Voi movete fino in fine al crepitio, ogni homo capovolto: tale è il moto immoto dell’anima vostra, che si anima delle voci crepitanti, o le voci del silenzio disanima di minima disamina mutola e minuta. Minugia d’anima, codesto gomitolo tessuto di tela di ragna, la mano, che a tutti è nota, districa scioglie e raccoglie; e più e più mani, e Mani ignoti a tutti, d’esso broglio ne tramano trame plene d’ordegni atti o a esplodere, nel caso di forze sanguifughe, o a implodere, nel caso di sanguipete.
L’homo che ognuno di Voi è, aperto il guscio suo avendo, l’uomo o uovo che sia, sua sia la vita, suo il cuore, suo l’oculo; e suo, solo suasiva parola o fola potrebbe dirlo, suo sia il cerebro di chi. Cerbero, di fatti, dall’atro antro ove abita e vive, rintrona d’ululo cupo: - “Nudo, il nodo si posa adagio.” - Quasi un rinculo di colpo di scena, dramatis personae dimentiche del loro ruolo, guitti o personaggi a tutto tondo, in una parola: gli attori tutti recitano le battute come da canovaccio.
Noi, tutti noi, si è in presenza di un testo incompiuto, un abbozzo, o un embrione di testo, un testicolo, lo sviluppo della cui trama è da ricercare di tra le righe, come s’usa dire; già ché quel che resta è soltanto una lapide di frase, e più e più lapidi sparse qua e là, a testimonianza di un passato di fede, civile e religiosa, di fervore, di tremore, di panico timore. Or dunque, imaginate codeste lapidi tra l’assi d’un teatro spuntare di poco, o di punto: alcune interrate, non venute alla luce, come non nati affatto; d’altre a mala pena si leggon l’epigrafi, scritte in linguaggi desueti o in lingue morte; di talaltre l’epigrafe è scolpita da mano scultorea, incisa da maestri orafi, o vero inscritta da un amanuense in cerca di lavoro ché la gran copia è andata distrutta. Detta la gran copia in altro modo, il copione, da cui le battute tutte son tratte, questo menomo testo di cazzo, non è nient’altro che una burla, un capriccio, uno scherzo, e pur tutta via impresari di gran nome, di dichiarata fama nazionale, d’indubbia capacità professionale, van battendosi per averne i diritti. I critici, gli specialisti del settore, in unanime coro ne van gridando le lodi per ogni dove: una vera corsa all’articolo che non usava è oramai gran tempo. I recensori hanno un gran daffare, si vedon spulciare testi tra i più divariati: polverosi manuali dimenticati, dizionari destinati alle biblioteche di provincia, breviari o enciclopedie intiere, tutti i testi vengon consultati, appuntati e, com’è uso oggidiano, messi in rete; viene indetto, di tra gli irretiti, un concorso alla miglior citazione; e si taccia dell’alte rappresentanze cittadine a gara di poltrone o sedie curuli, delle prime seconde e terze file, riservate tutte al loro entourage, meglio tacere, di fatti, i meriti delle emerite cariche altissime delle signorie vostre pronte agli umanitari aiuti solo quando è in ballo il ballo di sanvito, e andare a capo.
Come che sia, sta di fatto che colui che, dando fuor di matto, fusa facendo a chi fuso sia, altri non è se non un gatto; quel che segue, e un poco precede, è dunque storia d’anime d’animali, come dire, una storia di carta pesta o di carta straccia, da cestinare, un fumoso fumetto fumante, un cartone animato d’una favola che favella venti.
L’incipit del racconto essendo stato disperso di tra le rovine, non resta altro che imaginarlo siffatto: - “C’era una volta un re”, o “Nella notte dei tempi”, o “Era una notte buia e tempestosa”, o “L’alba del nuovo giorno che verrà”. - Tuttavia, codesta ridda di voci, che fa tanto rissa verbale, castello di sabbia o di carta, la cui torre sia quella di babele, che fondamenta non ha, né alcun fondamento; codesta vox di populo vox di dèo, intiero borgo o paesetto che parla; codesta costruzione in scatola o in scala; codesto mercatino delle pulci non chiarisce affatto, anzi, n’oscura il tutto. E però, fa specie il ritrovare, in esso testicolo, cose da nulla, quisquilie: un barattolo di latta, a esempio, di nessun conto e di poco o punto prezzo, un pezzo d’anticaglia che contenga e intatto conservi un giocattolo d’epoca, quale che sia: un ninnolo, un dondolo o un pendolo, o anche un carillon la cui musica sia quella della nenia, della cantilena, della filastrocca.
Dunque, noi tutti essendo nel bel mezzo, in guise da noi difformi o simillime, come parti partecipi, talvolta al di sotto, talvolta sossopra, nove mode s’inventano d’antiqui modi: parti d’attori vengon recitate, e interpretate, da comparse guitti buffoni, nel mentre parti di parti del tutto vengon captiosamente poste in altro da sé, e così deposte. Tale è il traffico d’organi che altrimenti verrebbe detto donazione, o dono di sé: dono di parte, o di parte del tutto, o di tutto se stesso.
Cosa mirabile quante altre mai, cosa che ha un po’ del fiabesco, ma senza morale, un po’ dell’alchemico, ma senza formule, è la fola che segue, a chiarimento di quanto s’abbia da dire:
“C’era una volta un regno, laddove null’altro mai stato, non umani né animali, né tanto meno vegetali, detto prima d’allora il nulla, che venne inondato d’un equoreo liquido, il mare magnum, al centro del quale n’emerse un che di terragno. E di tra essa terra terragna, fatta com’era di melma e fango, la noctiluca bianca ombra, questo pallore candido, questa scia di fosforo, illuminava di timido languore maninconioso i minimi movimenti dei minuscoli esseri, gli animalculi, i quali popolarono il suddetto regno fino allora inabitato. Vagole ali di luci di lucciole, ora accese, ora spente, guizzi volanti di fuochi fatui, si vedevan levare quasi a disegnare dei giochi d’ombre cinesi in scatola, delle miniate metamorfosi, delle figure retoriche in scala ridotta: uno e più schizzi, preparatori al volo finale, tali che le ali, libere di, libere da, vaghe di nulla, nel volo ultremo andavano a perdersi, per sempre, per sempre.
Vispi vespertelli, nelle ore del destino ad essi destinato, ore fatali, bendate, se non cieche del tutto; queste mani alate, noctivaghi penduli, in giro si vedevan andare, o in circolo, a mordersi la coda, a disegnare girotondi nell’aria: capovolti sossopra come su d’un’altalena, penduli dal moto perpetuo, codesti giramondi o mostri da baraccone facevan mostra di sé, e come d’incanto, di tra fumi e nebbie, apparivan acrobati, funamboli, equi equilibristi, buffi buffoni, illusionisti e incantatori, la corte dei miracoli tutta appariva, come d’incanto, ma, come d’incanto, questo riflesso del folle folletto che in ognuno di noi è, l’incantesimo che appariva, per sempre scompariva, e più non era, e nel nulla andava, a perdersi, per sempre. Lunule d’unghia, ora concave levandosi, ora convesse calando, simillime a spicchi d’un frutto ignoto, si vedevan disseminate ovunque, e nel caelicolo e nel terragno e nell’equoreo, quasi a significare un disegno degli dèi, il loro volere o soltanto l’errore: tarsie o graffi, geometrie di figure o forme deformi, ieroglifici, segni dell’anima, dell’emotione, un disegno animato. Nel solco così inseminato, il seme, tale miserrimo seme lasciava tracce di sé, che andavano a perdersi; dovunque sparso, il seme andava perso, per sempre perso, per sempre. Quali spirti spiritelli o animule d’anime, le vagole ali di lucciola, i vispi vespertelli, le lunule d’unghia, codesti animalculi del regno, dalle forme divariate, talvolta prendendo piede, e corpus intiero, di tra il liquame putrebondo, talvolta assumendo pose, ed etereo peso, di tra sbuffi e batuffi d’ovatta caelicola, in fine si vedevan andare, e poi non più venire. Dunque, quali anime o spettri, gli animaletti fatti di nonnulla comunque abitavano quel regno, e lo vivevano: le creature noctivaghe, il latte poppando dal seno della madre perla, dell’equa madre equorea, l’alito o soffio di vita ricevendo da Eolo, padre dei venti caelicolo, da balie ondivaghe si lasciavan cullare. E, così cullate, il regno vivevano come un segno del destino, o come un sogno di; in sogno dormendo sonno beato, lo vivevano col senno di poi. Sonnambule, un gioco giocando di tenerezza fatto, le anime animate, le creature, reggia o castello abitavano; e d’incanto, image di magie esse creavano: la culla da nulla che era tale diventava, un letto di carte e foglie, fatte volar via dall’albero della conoscenza da Eolo. Di vento in vento, Eolo, di fatti, là le andava posando, ove ogni cosa, da cosa qual era, rosa diventava: rosa del deserto o rosa dei venti, un fiore, il fiore regina. Come compagne di gioco, gli dèi scelsero l’Ore gemelle, e i giochi eran fra i più divariati: l’altalena, i quattro cantoni, il quadrato. Sempre alternandosi, una l’altra sospingeva verso sopra nel mentre era sotto, o verso sotto nel mentre era sopra, così come dall’altra sospinta era l’una. Ora l’una ora l’altra, in un’alternanza senz’alcuna alternativa, fuor di testa i numeri dando, numeri di funamboli o equilibristi, di chi le carte in favola mescolava; storie raccontando che non fossero rette, né lineari, ma piuttosto contorte, le Ore gemelle, immota la ruota del tempo giro girando, pendolo perpetuo che dondola e dondola, una tela tessevano o un tessuto, di fino tramando il filo che legava e i numeri e le storie a sé: un unico tappeto, di seta, di larve larvali, e larvate, di bachi bacati, tale in fine era il fine del gioco. E allora, sul tappeto volante, via volavan l’infinite ali e variopinte dove quando tutto è possibile, nell’incanto dei cantoni, nel regno dei cartoni, vaghe di nulla, o solo di giocare. Di giocare ancora una volta, e poi ancora, così, le mani tenendosi strette in un tenero abbraccio, le une nell’altre, e l’altre nell’une: mani e ali tremule e vagole, in volo a una a una, e tutte, tutte insieme, a schiera, a raggiera, a raccolta, nuove figure formando: ali d’angelo custode, che custodisce, mani di più angeli custodi, geometrie poco note, o del tutto ignote, disegnavano. Man mano si popolava dunque il regno d’animali o di creature, d’angeli o d’Ore gemelle, e in somma di personaggi a tutto tondo il di cui raggio era però infinito o finito come soltanto un giro girotondo o una trottola, un gioco o un giocattolo sa. Di tanto in tanto, dall’acque la madre, l’equorea equa madre perla, tiritere iterando, filastrocche filando, offriva loro il seme suo e il frutto di; così come Eolo padre caelicolo, di vento in vento i venti ventando, e i numeri, e le storie, si offriva, se stesso in forma di alito o soffio di vita offriva. Cosa mirabile è quanto accadeva nel mentre che: capriole, tuffi, salti mortali, colpi, frulli d’ali, che nel ventre moto movevano immoto ché fatto solo per dire – ecco, io sono qui, io sono ora, io sono un altro, - venivan reiterati ora in ricordo di allora. Le creature, in vita invitate da, si muovevano, e giocavano. Ogni gioco era ora in ricordo d’allora. E via così: tutto è niente, o solo un ricordo ora d’allora.”
E bene, se tale è il testo o testicolo di cui sopra, testo dispersivo e elusivo, reticente anzi che non preclaro, fatto com’è fatto solo di segmenti e fragmenti, e di circoli senza capo né coda, qual siano le cose a dirsi ci si chiede. E pure, dovrebbe esser chiaro al meno questo, che, rinunciando a dire, non dicendo quel che mai detto prima, negazione doppia, bifronte non, che non dice non dice, che non dice al quadrato, comunque qualcosa e non niente va a dirsi: non si dà umana umanità, se non la si intenda come materia, come cosa, come pietra, e in cosiffatto modo la si accarni, la pietra viva tatuata sulla pelle carne divenendo: giada gli occhi, porpora e oro bianchi i seni, avorio le mani, strie di marmo il viso; e né si dà naturale natura, né anima animata d’animale, che non sian intese per ciò che son state: detriti di mare, infinite spire di cielo e terra insieme, tessuto tappeto di lava, che infoca, schegge di lunule e soli, per quel che concerne la natura, e inerenti all’anime animate d’animale costituende vite, ali in bozzolo, cuor di cucciolo, universo nervo emozionale, grillo pendulo, e parlante. Come particole d’un tutto, ch’è stato detto regno del nulla, tramando di fino tramando un’unica trama e più e più trame, sull’ordito intrecci di fili d’arianna che al labirinto introducano tessendo; queste tessere, piccoli menomi nulla, parti particole del dire di là a venire, tessendo tessuto a mano un tappeto di foglie e di sete, quante altre mai preziose e pregiate, quel tappeto volante che contenga le storie mille millanta; queste tessere sian tali da formare della natura una miniata miniatura, minutiosa tanto d’inattìe quanto d’inezie. Minuta sia dunque l’umanità, minime l’ali d’animali, quel poco a ché, in fine, vi sia un indizio d’inizio, come dire un punto, o un asterisco, sotto di cui celansi le non inesatte coordinate da seguire nel tragitto; ecco, se soltanto s’avesse una mappa che c’informi dell’orme deformi che piedi e peduncoli dietro di sé lasciano come tracce d’uno che sa, allora noi certo si saprebbe come proseguire, e dove e quando andare.
Giunto che sia al punto di cui sopra, nelle mani avendo le carte del destino, all’homo non resta altro se non prenderne alcune, a caso, e farne regni e regge e castelli; naturalmente, ora che può scegliere, l’homo si fa re. Nessuno, nessuno mai che, per sé, non scelga appunto d’esser tale, il re. Tuttavia i ruoli da ricoprire son tanti, il buffo buffone, ad esempio, nessuno vuol esser tale? Forse che nessuno voglia far ridere? Divertire è divertente, sapete? Chi vuol la parte di guitto sguattero o comparsa? Nessuno? Ma non è possibile che chiunque sia re, e d’altro canto uno soltanto può esserlo. E il desiderio del re essendo il sollazzo, il trastullo, gli altri solo a ciò devono attendere. In vero l’imago di se stesso nello specchio riflesso, di sé come quell’uno, una fantasia è di chi che sia, e l’attesa d’esserlo si fa ossessa; tutti si dicon votati, e portati, vocazione avendo, e voce e azione tali da comportare personaggi e ruoli da prim’attore. Le voci di costoro, stentoree, tutte insieme si van sentendo, confuse, diffuse, profuse; voci vocianti non mai sovvoce, non sommesse, né dimesse, che cianciano, che blaterano, che brontolano e rantolano, quasi come dei ranuncoli che bacio attendano da principessa o regina. Ma è il caso di non andar oltre, e pausare ponendo punto contro punto e a capo: ma a capo di che?
Posto il postulato che segue, che ognun di noi ha natura naturalmente umana, e però complessa, divariata, magnifica, con ciò intendendo o un labirinto, le cui traverse vie l’une nell’altre s’intersechino, o un tessuto d’arti, i cui vasi sangue comunicando se stessi diano altro da sé ricevendone, o in fine una tela aracnoidea, i cui fili, trama tramando, ordito ordendo, in un intreccio s’intreccino o garbuglio di figure in torto contorto intrico intrigante; in tal modo convergendo, vie vasi e fili, in unico centro, ne consegue come corollario che alcuno v’è che anima d’animale abbia animata da, e come diramata, e che gli stessi, o altri, abbian vita vitale vegetale, e che costoro sian perseguiti come reprobi refusi di cosa qual sia, e l’aculeo puntuto d’acuzie su le tempie puntando perseguitati a ché si giunga a un punto morto.
Ognuno ha di sé una memoria, teterrima la mia che atterra e sotterra, in terra terragna, ciò che mina di matita minima e minuta vuol piuttosto riportare alla luce: che nasca e cresca il ricordo di chi. Imaginate come in luogo del cerebro s’abbia un groviglio di materia, una matassa, una matta matassa che dia di volta se stessa e la sostanza cui formasi, una sorta di barba muta e atra, con crini e code di serpi, un granvermo; come in luogo del cuore s’abbia un garbuglio di nervi fibre e fibrille, un gomitolo di più e più fili con cui dia di matto, d’ungula giocando, quel gatto di cui sopra, di cui sotto, quel gatto di cui sossopra; e come in luogo delle mani s’abbian tessere d’ossa, ossesse, esanimi ma unanimi, arti intessuti di latte e sangue, protese a chieder aiuto, e in preghiera giunte e congiunte: in modo che codesti organi, cerebro e cuore e mani, forma e forme avendo proprie del caos, del caso, del fato, ciò non ostante sian testimoni del passato che ritorna; e le ipotesi, del groviglio, del garbuglio, comportino l’essere ancipite, periclite, precipite. Allora, dissepolto che si abbia il ricordo di chi, la pagina si riempie d’emotivo accento ed emozionato, di segni, di linee, d’ablativo iato e melanconico: mossi noi si è d’una forza che c’instà, e possiede, la quale ha nome di volontà di memoria.
Resta a dirsi appunto il resto, il taciuto non detto: sovvoce sovvoce le voci di dentro ci parlano, senza profferire parola alcuna ci parlano, e dicon quel che non più dicibile. Semplicemente ci amano, e chiamano.
Dunque, l’umana umanità, luogo dei punti del piano estraneo e al ricordo di chi, e al ricordo ora d’allora, centro che si discentra, fuoco che in dissolvenza incrociata si disloca, esploso, e così sfumato, come sanguifugo ordegno della sistole, disfasi in mille millanta pietre e pietruzze, e granuli granelli, in fanga mota polvere. E la natura naturale, luogo dei punti torti contorti del piano, forma e forme avendo proprie d’una geometria metafisica, come d’una figura retorica, parabola del messia ignoto, o come spirale che spira e spira, facendosi però pira, infocata scheggia e infinita di lunule e soli, terra terragna ad acqua equorea frammista, imploso che sia il sanguipeto ordegno della diastole, così raccolto, si ricompone in tessuto d’arti, in tessuto tappeto di lava volante. E l’anima animata d’animale, luogo di costituende vite, luogo dei punti del piano della notte notturna ma noctiluca, accese di fatto le vagole ali come fioca luce di lucciola, che ora si accende e ora si spegne, animula, spirto, fantasie di carta pesta, di carta straccia, l’incanto cantando del fato o della fata l’incantesimo, e il filo filando d’una filastrocca o cantilena, ecco si dondola in fine sull’altalena, e va, e viene, e va. E coloro che han vita vitale vegetale, la loro dimora essendo il luogo dei punti del piano al centro attratti o d’esso distratti, mal detto che sia l’errore, questo doppio re reiterato in medio, di natura proba o fusa, d’animale umanità, d’umana animalità, costoro l’anima loro animata amano, e animano; e così il cuore, il cerebro, la mano amano.
L’homo, insicura avendo la mano, pausato il cuore e estraneo il cerebro, non ostante la distanza gli arti lentamente muove, e d’immoto moto la eco sua propria espandersi o ritrarsi ascolta. Pletora di sangue sé da sé l’es traendo in diastole, e in sistole l’in sé in sé traendo sfumato sangue, l’homo, aperto o chiuso il guscio suo, l’homo o uovo qual sia, sua sia la vita, e suo sia l’oculo.
Dal loculo ove abita e vive, codesto atro antro, d’ululo cupo Cerbero rintrona: - “Nudo, il nodo si posa ad agio.” – Dell’ombra è qui il luogo, e del sonno, e della notte, ma in terra terragna s’interra e sotterra ogni vacua cava, ogni cruda crudeltà, così alla luce portando e il ricordo di chi, e il ricordo ora d’allora. Qual è quel granvermo, quel trifauce cane che tono tonando ciascun rintrona, e così s’acqueta, cotale diventa quella fiera di crudeltà, quella figura di mostro: gli spirti spiritelli confonde, e l’anime tutte, le quali vorrebbero essere sorde e al crepitio e al silenzio che mutolo parla, e senza dire alcun ché.
Come dire che quel che avviene è senz’avvenire alcuno: passo dopo passo il passato, e passim, e oltre, quel che fu senza mai divenire.
Cerbero, prima ancora del disfare, fatto fu tale: cane trifauce, il granvermo, e crini e coda di serpe, Cerbero ulula striscia serpa; corpo di drago, occhi di foco, unghiate le mani, Cerbero adunghia infoca squarta; lingua triforcuta e zanne bramose, ventre da gigante, e piedi infiniti, Cerbero, cane antropoide, nell’atro antro posa il piede, e sventra e sbrana, e brama e azzanna, e striduli stridori stride, stridenti; tra i denti, come tra sé e sé, Cerbero, codesto uomo fiera, guardiano di quel luogo, in varie guise e diverse, chi a lui viene per vie traverse dritto guata, gl’occhi dall’occhio trafitti, e infitti. L’homo entra, nell’atro antro s’addentra, e con Cerbero s’incontra e non solo: sotterra torte tormente e contorte incontra, e torture, e crudeli crudeltà di cave vacue, ma prosegue. E ora come allora un fiume trova e ritrova, un letto di fiume, su cui s’adagia e riposa: l’ovale alveo, da specchio qual era, atro tetro teatro diviene, una cavea, una cavica cloaca, la fogna dei gradi gradini tutti, ove discendere, inabissarsi, e la propria miniata memoria teterrima decapitare e precipitare. Là, in quel luogo che è il non luogo a procedere, là pur si procede, ma l’unica azione ad agire è la voce, non altro.
Ognuno è dentro di sé solo, e di tra le sue proprie entragne s’addentra, e ne incontra sé dannati, e torturati, e altri, tutti coloro che abitano quel luogo: la dimora dei morti.
Della bestia la voce, Cerbero feroce, atroce è.
La radice nel nero affonda, s’innerva, al di sotto s’inalbera: capovolto è l’albero della conoscenza, e il suo frutto.
L’animule confuse i volti rivolti hanno al panico, all’urlo, all’urgenza d’una preghiera, quale che sia, qual è: - “padre mio, che sei sotterra, dammi un segno dall’assenza tua; e colma, e ricolma!" -

qualche frammento disponibile qui:

http://www.alkemishop.eu/prodotto-142951/Poesia-Visiva-Della-Distanza---Giovanni-Campi.aspx



Modificato da - campi giovanni in data 27/01/2010 01:35:23
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boboross
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Inserito il - 13/09/2009 :  20:03:42  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Propongo di aggiungere un altro forum: COSA STIAMO RILEGGENDO?
Siamo arrivati a quell'età che si inizia a rileggere.Ormai, quando entro in libreria, raramente ne esco con qualcosa in mano e invece riscopro nella mia libreria tesoretti.
Spesso si tratta di libri letti e persino riletti a suo tempo e che però ora trovo diversi da come me li ricordavo.
Per esempio, sto rileggendo un testo stupendo e che ritrovo di bellezza grande: Giorni di guerra, di Giovanni Comisso.
Un capolavoro, ancor più tale a fronte di quel testo importante, ma non bellissimo, che è l'Anno sull'Altipiano di Emilio Lussu, peraltro italiano straordinario del quale lessi avidamente la Biografia di Giuseppe Fiori, Il Cavaliere dei Rossomori.
Un capolavoro, perché privo di velleità politiche e perché non è una semplice rievocazione.
La lettura agostana di un testo come " I fogli del capitano Michel " mi ha portato a rileggere quei testi già più volte affrontati in passato.
E anche il ferragosto di quest'anno, passato solitario sulla cima del Grappa, solitario, of course, in mezzo a tanta gente.
La foschia rendeva di difficile visibilità i contorni del luogo, dove, tra le tombe del sacrario austroungarico, ho scoperto quella del soldato Peter Pan.
Il fuoco italiano gli ha assicurato l'eterna giovinezza, sebbene dubiti che quello fosse il suo desiderio.
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boboross
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Inserito il - 30/11/2009 :  08:10:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ho letto un libro :ALBUM PASOLINI e, per un'enigmatica correlazione, mi è venuta in mente la frase che chiudeva un film di tanto tempo fa-tutto ciò che è ante Berlusconem dominantem è remoto al di là del numero degli anni effettivamente trascorsi.
Il film è " LA VILLEGGIATURA " di Marco Leto.
Al termine del film, mentre passano le scene del professore fuggente(interpretato, credo, da Adalberto Maria Merli), compare una scritta che dice, più o meno, che il professore aveva, di lì in avanti, due possibilità di trovare la morte: o durante la guerra civile spagnola o durante la Resistenza.
Mentre leggevo quell'album ho pensato alle due morti alternative di Pasolini, se non fosse morto in quel tempo e in quel luogo.
Una negli anni Ottanta, nella tempesta dell'AIDS.
E l'altra ?
Al termine della sempre c.d.Prima Repubblica, Pasolini avrebbe avuto 70 anni. Che cosa avrebbe detto allora ? Tutto ciò che è venuto dopo, nella politica e nel costume e nella società, in qualche modo costituisce un inveramento in eccesso delle sue affermazioni, del suo studio antropologico.
Da quel momento in avanti, dunque, non gli restava che il silenzio o lo scantonamento.
Ma, preso atto del fallimento storico dl comunismo e della furberia dei nostri comunisti che, quando non convertiti all'anti-comunismo, hanno cambiato nome per rimanere in sella a fare l'opposizione del re, sarebbe stato capace di non vedere nei nuovi soggetti il " nuovo " ?
E' una domanda che non avrà risposta.

Non mi piace il cinema di Pasolini, non mi piace la sgradevolezza programmatica sua e di altri maestri.
Sono film datati, quasi tutti inguardabili.
Prendiamo Ferreri: non ne ha azzeccata una.
Non c'è una donna in giro che assomigli alla petulante Ornella Muti dell'"Ultima donna" e non per la petulanza, ma per le ragioni di quest'ultima.
Girava la " Grande Bouffe" per " épater la bourgeoisie" e i ceti rappresentati dai personaggi del film si avviavano alla grande dieta.
In generale, manca l'intuizione profetica dell'artista, in quei film. Non c'è nulla che porti a pensare che da lì a un decennio il socialismo reale sarebbe finito, né a quello che ciò avrebbe provocato. Nessun vaticinio sulla globalizzazione, né sull'immigrazione.
Sono più attuali i film di Fellini che non lanciava messaggi, ma vedeva più lontano.

n.b. la petulanza, ovviamente, non ha sesso.

Modificato da - boboross in data 30/11/2009 10:11:52
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f.c.
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Inserito il - 30/11/2009 :  19:44:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
maître à penser prêt-à-porter

[img]http://www.cinemovies.fr/images/data/photos/G10801687879205.jpg[/img]


D'accordo. Pasolini probabilmente avrebbe fatto qualche altro brutto film (magari con soldi fininvest), e scritto altre cose corsare sul Corriere. Se perfino un amico come Moravia diceva che il miglior film di Pasolini è stato il primo mediometraggio (La ricotta, con Orson Welles nella parte del regista)... Oggi Sofri si domanda su Repubblica che cosa avrebbe scritto Sciascia. Francamente non mi appassiona né l'eventuale verbo dell'uno né dell'altro, ma trovo sintomatico che non si riesca a non guardare indietro, se si cerca una voce intelligente. Tanto più che ce ne sono anche oggi: Eco, Severino, Galimberti, Magris, Sartori, Cordero... Sono forse penne meno carismatiche? O c'è un ulteriore disfarsi dell'"aura" dell'intellettuale, definitivamente decaduto da opinion-maker? Ho trovato interessanti i dati Istat sulla lettura di libri e giornali: chi legge libri insiste, i lettori di giornali scendono un po'. La mia domanda è se quelli che leggono parlino con quelli che non leggono nulla e vedono solo la tv. E, se parlano, di cosa se non di tv? Che è come dire che (quasi) non parlano.
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nelson dyar
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Inserito il - 30/11/2009 :  20:02:20  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Al di là del bene


[img]http://www.digitalphoto.pl/foto3/8803_b.jpg[/img]


"In ogni momento, ci vengono in mente idee da portinaie e da cameriere.
Se così non fosse, non potremmo capire queste persone né essere capiti da loro. Dunque è un bene."


P. Valéry
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o_cugino
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Inserito il - 30/11/2009 :  20:47:05  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

il caro e tenero archimede

[img]http://files.splinder.com/efdcd90c9af716fc059ff90905256815.jpeg[/img]


Il mondo e' bello perche' e' vario, ma poi e' cosi vario come dicono? a me spesso non sembra, e' molto luccicante e colorato, questo si, ma infine sento sempre i soliti discorsi e ragionamenti, le solite cose insomma, il cui principale scopo e' sempre quello, riuscire a galleggiare sopra a questo mare, o aiutare qualcun altro a galleggiare, perche' convinti che poi a sua volta lui aiutera' noi in caso di bisogno. Quindi la paura di affondare, ma soprattutto di affogare sta sempre al disopra di tutto, evidenziando fuor di ogni dubbio quale sia la legge fondamentale che regge il nostro grande universo, insomma sto parlando di quella piu' elevata, come era prevedibile non poteva che essere il ben noto principio di archimede. Il quale, anche se spesso ha assunto altre e quantomai svariate e nobili definizioni, rimane sempre lui, cioe' funziona sempre, ma solo dentro a questo mare liquido, non c'e' verso che si sollevi di almeno un po', per quanti sforzi si facciano, nemmeno di un millimetro. In questo brodo primordiale quindi, anzi in questo oceano di oggetti alla deriva trasportati dalle correnti, che visto dall'alto sembra l'immagine dei postumi di un disatro aereo, tanti frammenti multicolori che galleggiano sparpagliati, dove ognuno e' convinto senza alcuna ombra di dubbio, ma nemmeno di buon senso, di essere il padrone della situazione. Questi sciagurati e inconsapevoli naufraghi tra loro poi si riconoscono, fanno amicizia, si danno la mano, si riuniscono, discutono di arte e scienza, a volte si divertono pure cosi tanto che festeggiano, felici provano a nuotare tutti assieme, tra buoni amici, quindi cercano di evitare accuratamente coloro che hanno un altro colore o un'altra forma, anzi, se per caso uno di questi si avvicina troppo tirano fuori dal loro collaudato kit di sopravvivenza uno spillo, per cercare di bucarlo e farlo sprofondare, forse pensano che quando non lo vedranno piu' anche i loro problemi, o meglio i loro piccoli fastidi, saranno risolti, e il mare tornera' liscio come l'olio, cosi potranno continuare a festeggiare e divertirsi ancora e piu' di prima, forse. Il loro atteggiamento mi ricorda qualcosa, forse una parolona, che pero' in questo momento sta esattamente sulla punta della mia lingua, non riesco proprio a ricordarmela, accidenti.

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boboross
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Inserito il - 01/12/2009 :  08:35:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ammazzate' o.
Ho risvegliato un forum dormiente.
Per f.c.:il fotogramma da quale film è preso ?
Per n.d.: e come potrebbe essere diverso ?
Difficile che non si abbia antenati che zappavano la terra e che spesso mandavano le figlie a servizio. I miei arrancavano nelle terre del Papa e il mio trisnonno coltivava i terreni di qualche vescovo.
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nelson dyar
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Inserito il - 01/12/2009 :  08:45:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Per Bobo: Sono sicura che Valéry non alludesse ad alcun tipo di snobismo o ironia con i "pensieri da portinaie e da cameriere"; sia perché per sua stessa ammissione ne avesse di simili, sia perché è semplicemente un modo di dire del tempo. Immagino che al giorno d'oggi si potrebbe correggere il tiro parlando di pensieri da onorevoli e da faccendieri. O meglio ancora, da onorevoli faccendieri.

Modificato da - nelson dyar in data 01/12/2009 08:50:19
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boboross
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Inserito il - 01/12/2009 :  13:49:02  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Very well, per quanto mi riguarda.
E a proposito di onorevoli, di spirito del tempo e di equivoci, ho gana di raccontare quel che ho avuto modo di notare una ventina di giorni fa su un treno che andava a Roma.
A Bologna, è salito un signore, vestito << casual >>: giacca, maglione girocollo, pantalone sportivo.
Appena seduto, ha impugnato il cellulare e ha chiamato non so chi. Nel corso della chiamata , ove alludeva a voce alta a non so quali problemi condominiali, ha smadonnato e usato turpiloquio in quantità industriali.
Dopo di che ha chiamato qualche altra persona e dal contenuto della chiamata ho capito che si trattava di un rappresentante del popolo di ritorno in Parlamento. Parlava di emendamenti che avrebbe proposto alla finanziaria in tema, credo, di contributi etc.
Anche lì, turpiloquio a gogo'.
Deve aver compreso nel mio sguardo perplessità e fastidio, tanto che già prima di Firenze SMN si è alzato e se ne è andato non so dove per essere, penso, più a suo agio nelle sue telefonate cariche di volgarità.E' riapparso solo per prender il suo minibagaglio poco prima della fermata di Roma Termini.
Se mi avesse rivolto la parola gli avrei detto che il suo modo di comportarsi e di parlare rispecchiava il malcelato disprezzo per i rappresentati.
E dunque è vero che non c'è frattura insanabile fra popolo e rappresentanti, ma in questo momento storico il comportamento dei rappresentanti è di gran lunga peggiore del sentire comune del popolo. Il che la dice lunga sul mio sostanziale ottimismo sul popolo italiano.
Perché quella discrasia? Non so, ma a mio avviso c'entra qualcosa il disprezzo di cui dicevo più sopra.
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 01/12/2009 :  18:49:30  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
segni particolari

[img]http://www.filmreference.com/images/sjff_03_img1214.jpg[/img]


Il fotogramma è dalla Grande abbuffata. Abitando sul confine nord-orientale, qui è consueto sentire impressioni di non italiani su di noi (tra l'altro: a Trieste si chiamavano fino a pochi anni fa, adesso quasi non più, 'taliani tutti gli "altri": da Monfalcone a Trapani). E gli italiani, ma basta andare all'estero e incontrare un po' di connazionali per constatarlo, si notano perché sono rumorosi, molto griffati, per quello che permettono di fare ai bambini e per come lasciano i tavoli ai ristoranti: un disastro. Così almeno gli italiani che si fanno notare. Poi magari ci sono anche gli altri.
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