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nelson dyar
c.s. infuocato


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Inserito il - 30/08/2009 :  18:42:15  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Esercizi di stile


[img]http://www.mantex.co.uk/graphics/kafka-00.jpg[/img]


H. nuotava tutti i pomeriggi lungo la costa con lunghe bracciate lente, incontrando sul suo cammino solo qualche boa e qualche gabbiano, e tornando a riva sempre sul dorso, e sempre in tempo per vedere tramontare il sole. L’acqua azzurro-verde lievemente increspata non lasciava scorgere il fondo scuro, dove comunque si intuivano tra scogli grigi spirali di alghe agitate dalla corrente. Ora accadde che un giorno nel suo lento tragitto H. incontrasse un altro nuotatore, il quale veniva verso di lui con un percorso perpendicolare al suo, anch’egli muovendosi nell’acqua con bracciate lente e sicure, tanto che H. fu costretto a fermarsi per lasciarlo passare. Il nuotatore sconosciuto non diede segno d’averlo scorto, anzi proseguì la sua marcia verso il mare aperto protendendo ora il braccio destro, ora il sinistro nella sincronia del nuoto. H. fu costretto ad ammettere che lo sconosciuto possedeva braccia assai più vigorose e virili delle proprie; che il respiro dell’altro era pieno e tranquillo, e che la testa era completamente immersa nell’acqua -a parte l’attimo in cui l’uomo la levava in superficie per trarre un breve respiro- mentre egli nuotava con la testa sempre fuori dal pelo dell’acqua per tema di annegare (H. soffriva d’asma già da tempo). Da quel primo giorno H. notò più volte lo stesso uomo incrociare il suo cammino sempre perpendicolarmente al proprio, e questo fatto che all’inizio lo aveva assai stupito col passare dei giorni cominciò a turbarlo. Era evidente che il nuotatore sconosciuto fosse più esperto e vigoroso di lui; certamente se avesse compiuto il percorso parallelamente al suo lo avrebbe superato in brevissimo tempo; ma il fatto che si ostinasse invece a nuotare in direzione opposta era un evidente segnale che costui, che di certo doveva averlo scorto dalla spiaggia entrare in acqua, lo avesse giudicato un nuotatore mediocre, con il quale si evita decisamente qualunque confronto. La qual cosa poteva anche interpretarsi come il segno che lo sconosciuto avesse deciso di evitare una sfida che avrebbe reso H. ridicolo e che fosse pertanto dotato di una sorta di sensibilità d’animo o generosità, se però così era, come mai egli, che di certo poteva scegliere qualsiasi momento per dedicarsi al nuoto, attendesse piuttosto il passaggio di H. invece di compiere il suo tragitto in completa solitudine? Forse l'uomo, pensò H., aveva paura di nuotare senza testimone alcuno per tema d'affogare, essendo la spiaggia quasi sempre deserta in quella stagione; in caso di bisogno egli avrebbe dato repentinamente l’allarme, ma era pur vero che lo sconosciuto avesse già fornito diverse prove d’essere un nuotatore esperto, di quelli che non si avventurano in acqua senza certezza di poterne uscire a piacere. Dunque la ragione di quel sincronismo tra il nuoto di H. e quello dell’altro era da cercarsi altrove; H. decise quindi di nuotare in orari diversi dal solito in modo da evitarne la presenza. Fu dunque un giorno di primo mattino, con nuvole grigie e basse che correvano minacciose all'orizzonte, che si accinse a compiere la sua nuotata quotidiana. Grande fu la sua sorpresa quando si rese conto, mentre stava per immergersi nell’acqua, che qualche centinaio di metri più avanti lo sconosciuto, il quale aveva evidentemente atteso molte ore quel momento, stava indossando trafelato il suo costume da bagno e correva a buttarsi in acqua per poi con poche bracciate venirsi a trovare sulla sua via...

Modificato da - nelson dyar in Data 03/09/2009 20:30:11

nelson dyar
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Inserito il - 31/08/2009 :  12:42:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://digilander.libero.it/confratchianti/Foto/hemingway.jpg[/img]


Quella mattina il cielo ad est sembrava fatto di seta, con nuvole chiare che apparivano come cuscini sprimacciati o lenzuola aggrovigliate nel sonno. Fermai la Dodge Coronet di Jack sul lungomare deserto e mi diressi verso il minuscolo bar, per fortuna già aperto, il cui proprietario, un ex-ammiraglio della RAF, aveva appena lavato il pavimento di pietra. Chiesi un caffè e un bicchierino di Calvados, e ristetti un po’ appoggiato con i gomiti sul banco, ad osservare il mare dall’ampia vetrata del locale. Il vetro era appannato dalla salsedine, ma c’era quella luce autunnale del mattino che nobilita le cose, restituendo ad esse un po’ dell’anima perduta. Pensai che anche io avevo perso la mia, da troppo tempo, e che una volta perduta, che si tratti di uomini o cose, non la si può riavere indietro. Poi gettai un’occhiata all’orologio e mi accorsi che l’appuntamento con Jack si avvicinava, e lui si sarebbe innervosito nell’attesa. Pagai all’ammiraglio un ultimo Calvados e tornai alla Dodge, dove avevo lasciato gli slip e l’asciugamano. Indossai quelli e feci un fagotto con l’asciugamano e i miei vestiti, che nascosi sul bagnasciuga, sotto ad una pietra liscia e pesante. L’oceano era agitato da un moto regolare, come un petto che respiri, e aveva un colore quasi d’ardesia contro l’azzurro fiordaliso del cielo. L’acqua era gelida. Mi immersi completamente, lasciandomi cullare per un po’ dal moto delle onde, poi nuotai a lungo, tenendomi parallelo alla costa, per evitare gli scogli che in quel tratto erano frequenti. L’acqua fredda mi restituì il piacere del mattino, togliendomi gli ultimi residui di malumore che la notte e i cattivi Calvados mi avevano lasciato. Mentre nuotavo avvistai sulla piatta distesa del mare qualcosa muoversi ritmicamente. A tutta prima pensai a quegli uccelli che pescano immergendosi più volte dentro e fuori dal pelo dell’acqua, poi guardai meglio e vidi che era un uomo, con una cuffia da nuotatore e gli occhiali, che nuotando si allontanava dalla riva. Eravamo entrambi più o meno ad un miglio dalla costa. Mi aggrappai ad una boa e rimasi a guardare lo sconosciuto nuotatore, le cui ritmiche bracciate proseguirono per un pezzo, sempre più all’interno, finché scomparve alla mia vista. Mi chiesi se non fosse anche lui solo: un uomo che nuota a quell’ora del mattino non deve aver niente cui fare ritorno. Poi decisi che era ora di andare, e mi diressi verso la spiaggia, dove avevo lasciato i miei vestiti.

Modificato da - nelson dyar in data 01/09/2009 13:14:43
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Inserito il - 31/08/2009 :  22:21:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://www90.homepage.villanova.edu/marc.napolitano/conrad_files/image001.jpg[/img]




Una volta sbarcato, me ne andai a zonzo per la città, a passi lenti, ché tanto la nave non sarebbe ripartita prima del giorno dopo. E potei confermare la prima impressione che me n’ero fatto, osservandola dal ponte: sembrava inanimata, silenziosa e morta sotto il sole sfavillante del primo pomeriggio. I muri color del burro e i balconi delle case riflettevano quasi il riverbero abbagliante del sole, rare ombre di passanti o di cani randagi si affrettavano a sparire in qualche rifugio scuro e invisibile. Cercai una locanda dove potermi ristorare con del vino e del cibo, anche se non avevo appetito; almeno avrei potuto starmene qualche ora in pace a riflettere sui miei guai. Ma continuavo a girare intorno senza costrutto, senza trovare un locale di mio gradimento che non avesse sbarrata la porta e tirate le tende scolorite. Finalmente vidi una vecchia donna su un balcone, che si accingeva a buttare giù dell’acqua da un mastello; al mio richiamo si fermò e potei chiederle indicazioni. Fece molta fatica a spiegarsi; alla fine compresi che dovevo proseguire dritto e tornare sul molo; lì vicino avrei trovato un albergo o locanda sempre aperti. Sempre più confuso e incerto rifeci la strada a ritroso, e alla fine di un lungo percorso non trovai che una sordida bettola da ubriaconi, seminascosta in una viuzza odorosa d’orina, la cui tenda lacera all’ingresso e il ronzio di insetti all'interno mi dissuasero nonostante la stanchezza dal proposito d’entrare a riposarmi. “Andrò sulla spiaggia” pensai. Avevo visto che accanto al molo c’era una piccola insenatura con della rena e qualche arbusto fronzuto. Così feci. Sdraiato sulla sabbia color ocra, dai grossi grani come chicchi di salgemma, lasciai che il tenue vento di levante mi rinfrescasse il petto, e mentre così riposavo caddi in un sonno profondo. All’improvviso aprii gli occhi e vidi un uomo, all’incirca della mia statura e assai abbronzato che andava verso l’acqua a passo deciso. Lo seguii con lo sguardo: aveva qualcosa di familiare nell’andatura e nel modo di tenere la testa leggermente china sul petto. L’uomo entrò deciso in acqua, e dopo qualche passo si gettò a nuoto tra le onde sempre più alte e sempre più minacciose. In quel momento sentii che non c’era un attimo da perdere: mi diressi di corsa lungo la spiaggia e gli gridai di fermarsi, ma egli non diede ad intendermi, continuò la sua lenta marcia verso il largo. Così mi liberai dai vestiti e mi gettai a mia volta in acqua. Ero stato in gioventù un discreto nuotatore, e pur con qualche difficoltà riuscii in qualche modo a raggiungerlo. Il mare s’era ingrossato sempre più, all’orizzonte il cielo si era fatto color del fumo. “Ehi, tu!” urlai, tentando di sovrastare il rumore dei flutti. L’uomo volse la testa, mi fissò: in un attimo riconobbi quello sguardo triste, il viso bagnato, i baffi color miele grondanti d’acqua. Ci fissammo per un lungo, interminabile momento in mezzo alla furia degli elementi. Poi mi volsi e tornai a riva, lentamente.



Modificato da - nelson dyar in data 31/08/2009 22:37:35
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Inserito il - 01/09/2009 :  13:14:05  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://img70.imageshack.us/img70/2842/celineconcanerk4.jpg[/img]




Guardavo intorno quella massa melmosa di alghe morte, che mi ricordavano il vomito verdastro dei tisici, camminando nel venticello della costa esposta e nuda come il cranio di un neonato, con quelle cabine diroccate sullo sfondo, mèta preferita delle puttane negre e indigene, sempre talmente piene di clienti che se solo non fossero state tutte delle alcolizzate avrebbero potuto metter da parte una piccola fortuna, altro che! Invece erano sempre lì a lamentarsi, sempre a chiedere medicine per lo scolo e a tirare di brutto sulla parcella, però poi te le ritrovavi puntualmente alle sei di sera in fila per i loro cicchetti al banco della locanda. Comunque era una giornata proprio da schifo, con quel vento umido che ti s’appiccica addosso come le dita di un malato, un sole bianchiccio, e l’acqua a riva color cacca per tutte le alghe morte, che a quanto puzzo non hanno nulla da invidiare a quello degli animali terrestri. Vagabondavo già da un po’ sulla spiaggia, perfino troppo stanco per tirare il fiato, dopo una notte passata al capezzale di una ricca vedova che non si decideva a tirare le cuoia, con tutti e cinque i nipoti lì a fissarla con cupidigia e tenerezza, purché se ne andasse in pace senza fare storie! E io lì messo a bella posta per far fessi i vicini e il prete, che non s’avesse a dire che il parentame non curava come si deve la cara ex-zietta. Le avevo dato un bel po’ di laudano, perché comunque si lamentava parecchio per via delle piaghe da decubito, e forse per altre cose; ero rimasto lì in attesa che il prete sloggiasse, ma quello neanche lo avessero inchiodato sulla poltrona, non aveva smesso un attimo di unire ai lai della morente i suoi biascichii vergognosi, insomma verso le cinque della mattina la poveretta era spirata, e tutti con gran sollievo, si vedeva, avevano allestito una frugale colazione. Dopo un caffellatte dato quasi in elemosina mi avevano dunque messo alla porta –questi burini arricchiti in corpore vili!- con una parcella che neppure un questuante avrebbe accettato per cinque ore di cure...camminavo quindi da un pezzo su quella spiaggia, incapace di pensare al da farsi, se girare i tacchi verso Parigi o proseguire giù in basso verso la Guascogna...mentre così almanaccavo tra me e me urtai col piede una schifosissima pietra messa, sembrava, quasi apposta per quello; e saltellai bestemmiando. Mi avvidi in quell’attimo che nell’acqua puzzolente un nuotatore faceva la sua ginnastica quotidiana, e che sotto la pietra aveva nascosto orologio e vestiti. Doveva essere uno di quei porci borghesi forestieri con la puzza sotto il naso, almeno a giudicare dagli indumenti: camicia di seta cruda con le iniziali E. H. ben ricamate sul colletto; calzoni di lana italiani e Rolex col cinturino di coccodrillo. Ne avrei potuto ricavare un migliaio di franchi al massimo, ma era tutto ciò di cui avevo bisogno. Gli lasciai comunque i vestiti e le scarpe sotto la maledetta pietra, e telai più in fretta che potei.

Modificato da - nelson dyar in data 03/09/2009 20:30:55
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Inserito il - 01/09/2009 :  16:31:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://www.mazzeic.com/testim9.jpg[/img]


"principale fonte d'errore è l'inclinatione dell'intelletto a sopravvalutare l'importanza di un oggetto, per non aver tenuto conto della distanza"
(E.A.Poe)
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nelson dyar
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Inserito il - 01/09/2009 :  21:25:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://hal9000.cisi.unito.it/wf/CENTRI_E_L/Centro-Stu/Pubblicazi/Vaglio-Mar1/james_joyce.jpg[/img]


la distanza. la distanza. Sibelius che pensava alla distanza tra le dune sabbiose –grigie collinette informi confuse col grigio azzurro chiaro all’orizzonte- Sibelius lui, mai suonato nemmeno una nota, neppure in quella scuola cattolica per signorine dove gli toccava portare boccoli fino al collo e collarino bianco – o una parola che non fosse educato bisbiglio, una volta era stato sospeso per uno starnuto troppo rumoroso- Sibelius lui che si interrogava ora sul quadrato delle distanze costruite su seni e coseni, quadrati del doppio delle mammelle entro ipotenuse sciancate dalla libido affossata degli scolari davanti alle poppe abbondantemente coperte ma pur sempre intuibili della professoressa di matematica. Sì, la distanza dall’errore, intuibile evidente tra la grigia foschia di una linea retta, ma non troppo. E il deserto ben temperato come una punta di matita fine, appena accennato come gli errori d’ortografia che amava fare solo per sentirsi al centro dell’attenzione della scolaresca quando la signorina Cunningham lo chiamava in disparte. Certo che quella passeggiata sulla riva tra ciottoli scomodi era quanto più possibile una serotina seccatura –non evitabile comunque visto il problema della laurea in medicina- un problema di cerusici e di morfina, a quanto pareva. Resina del papaverum somniferum, lethaeo perfusa papavera somno. Diàkodon. 8000 gocce di laudano di De Quincey. Vittime illustri, Paracelso, Avicenna, Tiberio. Derivati a nucleo fenantrenico. Ma torniamo ai ciottoli. Gracilino, sempre di corsa, mal vestito, bleso. Ospite in una specie di castello con torrette e contrafforti. Preferisce i termini obsoleti, a costo di apparire demodè: vizio snobistico. E lei che fingeva di no ma lo guardava di nascosto, immaginando la foschia quando toglieva gli occhiali. Le girava la testa solo a sentirlo parlare. Sibelius, lui, si tolse le scarpe. Sassolino minuscolo, come un puntino tra il tallone e la pianta. Immerse i piedi bianchi nell’acqua chiara spumeggiante della risacca, rosea in punta. Al largo il puntino, lento lento come un adagio, sembrava una boa scura che ondeggia in mezzo ai flutti. Si tolse gli occhiali, tutti appannati dagli spruzzi. Meraviglioso azzurro nebbia con schizzi bianchi scoppiati come navi volanti.


Modificato da - nelson dyar in data 02/09/2009 11:34:52
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Inserito il - 02/09/2009 :  20:58:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

un piccolo dono


http://www.youtube.com/watch?v=Oz9OThFqkTI
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Inserito il - 03/09/2009 :  02:14:23  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/1/12/Sigmund_Freud_LIFE.jpg/200px-Sigmund_Freud_LIFE.jpg[/img]


Alla fine dell’estate del 1910 ci trovavamo sulla spiaggia di *** e si passeggiava tranquillamente in attesa dell’ora di cena con degli amici. Rimiravo il dolce panorama marino e il bell’azzurro del cielo quando di lì a breve avvistai un bagnante, unica altra presenza oltre la nostra sulla spiaggia deserta. Lo guardai incuriosito; egli, senza far caso a noi, saggiò l’acqua con la punta del piede, un po’ incerto data la temperatura della stagione non propriamente calda. Avrà avuto suppergiù una quarantina d’anni, alto e robusto, con un principio di calvizie. Dopo quel primo assaggio, dovette senz’altro giudicare l’impresa valesse la pena di un'infreddatura, e avanzò cautamente sulla battigia. Indossò quindi gli occhiali da nuoto per proteggere gli occhi, a piccoli passi entrò nell'acqua fino alla cintola e cominciò a nuotare lentamente. Mi accorsi che egli, contrariamente a quanto avrei immaginato visto la forza non trascurabile delle onde, non nuotava nel classico crawl, ma avanzava tra esse con una specie di andatura a farfalla, se pur ogni tanto alternata a secche bracciate propulsive e a qualche tratto di nuoto sul dorso. Ora tutti sappiamo –ciò indipendentemente da quale fosse stata la nazionalità dell’uomo- che la parola “mare” è, nella maggior parte delle lingue d’Europa, di genere femminile, e simboleggia l’utero (23, 24) ossia la madre (4, 7) dunque il nuotatore, con la scelta bizzarra di quello stile di nuoto, bizzarra anche tenendo conto del moto ondoso, stesse di certo esprimendo, oltre al piacere dello sportivo, anche il suo peculiare rapporto con uno degli archetipi principali (87, 34) rapporto che evidentemente presentava dei conflitti o incrinature per l’incostanza o estemporaneità del legame, simboleggiato dall’ondeggio e beccheggio (76, 89). Potei dunque avvedermi che lo sconosciuto avesse celato sotto l’apparente sicurezza un profondo timore dell’acqua, dunque del mare, dunque della madre (56, 4). Se consideriamo inoltre che il nuoto a farfalla presuppone una grande energia muscolare, contro il classico crawl assai meno faticoso, bisogna ammettere che questo timore fosse di non trascurabile entità. La mia analisi, condotta con mezzi necessariamente rozzi, non tardò a rivelarsi esatta entro breve tempo. Vidi infatti l’uomo fermarsi all’improvviso nel mezzo del mare, e agitare le braccia verso di me. Anche in questo caso il gesto alludeva chiaramente ad un tentativo di seduzione nei confronti della madre, poiché agitare le braccia per mettere in evidenza i bicipiti è tipico segno, in molte culture africane, e in alcune danze rituali (59, 3, 18) di corteggiamento amoroso. (Si rimanda al caso "l'uomo dei corvi" e al movimento degli arti nel volo). Di lì a breve fui costretto a rispondere alle osservazioni di un amico, e quando volsi lo sguardo a cercare nuovamente il nuotatore, mi avvidi che era andato via.

Modificato da - nelson dyar in data 03/09/2009 22:55:07
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nelson dyar
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Inserito il - 04/09/2009 :  10:19:36  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://www.themodernword.com/scriptorium/nabokov.jpg[/img]


Ed ecco, tolti i vestiti, apparve a Vania la familiare prominenza del ventre bianco-azzurrino, il petto dai corti e radi peli, e infine, più in basso, due rosei piedi di misura leggermente inferiore a quella dovuta ad un uomo della sua altezza; la qual cosa avrebbe condotto qualche illustre prestigiatore ad arrampicarsi oltre montagne russe di ragioni per stabilire trionfante sul suo taccuino gelosamente chiuso a chiave (!) il motivo di quei furiosi e distruttivi mal di testa. Posta la teleo-tautologia è evidente che Vania il dietrologo camminasse per dir così all’indietro; e anche questo ci riporta sulla spiaggia della sua infanzia. (In cui i mal di testa erano invero in itinere, o meglio, allo stato embrionale sotto forma di lucida aura di percezione, vista la misura ancora plausibile delle estremità). Il nero costume antiquato invece lo imbarazzava; ma fortunatamente la spiaggia era quasi deserta, se si eccettuava uno sparuto gruppo sullo sfondo. Avanzò quindi verso l’acqua, oleoso liquido rosa spremuto dal tramonto, e ne saggiò la temperatura. Non era uno sportivo; la tipica mentalità dell’igienista, convinto assertore dell’equazione tra mens e corpore lo lasciava freddo (del resto l’equazione non tornava praticamente mai). Un gabbiano, planando, girò in tondo su di lui e si diresse verso le dune color miele a destra. Avrebbe comunque fatto un bagno: l’aria statica e lenta del giorno lo suggeriva, l’albergatore dal sorriso osceno lo invitava, il moto regolare del battello con i suoi effluvi di zolfo e carbone gli ricordava che il tempo è un inesistente compagno: con un battello simile era arrivato, in una vita precedente, sulle rive dello stesso mare dove in ogni caso occorre bagnarsi, almeno un paio di volte...sospirò. Dunque, un bagno. Lentamente, diffidando, Vania entrò nel liquido elemento, si immerse e, goffamente, avanzò muovendo le braccia nell’unico stile che aveva imparato prima di abbandonare per sempre Dresda e le piscine, questi sozzi ricoveri di impurità. Il vento, intanto, si era sollevato increspando le onde, solerti come dorsi di animali affiancati, inseguiti da un invisibile stalliere. Lo stesso, presumibilmente, che inseguiva lui. Si girò su di sé, per riposare, fissando con gli occhi spalancati la curva azzurra del cielo velato di bianco e violetto... Là dove la pietà e il dolore spediscono tutto ciò che non ha nome, quella classificazione che sfuggì ad Adamo. In ogni caso Vania ritrovava la memoria, lassù, quell’ineffabile soffio che si trasforma in tenaglia, gli incubi della notte e le parole mai dimenticate. I sassi e la carne in cui diceva di credere, ma dai quali era stato sempre lontanissimo, come un angelo. I versi e la musica che amava, le sue traduzioni, e persino gli occhiali che indossava: ogni cosa si ritirava in una silente e fedele testimonianza, l'unica che possa davvero deporre in un tribunale il proprio fardello insopportabile. Vania non seppe mai se la fitta al braccio destro fosse stata o meno la continuazione di quel pensiero.


Modificato da - nelson dyar in data 06/09/2009 23:22:06
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Inserito il - 06/09/2009 :  22:55:36  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://graphics8.nytimes.com/images/2007/12/09/books/metcalf-190.jpg[/img]


L’alba ritoccò con lieve ocra le basse dune grigie, e poi passò velature di colore sul resto della sabbia fredda e riempì ad uno ad uno i trapestii, e brillò d’ori sulla riva, e d'argento all’orizzonte, con sfarfallio di luce dove le prime barche si allontanavano pigre, e fu mattina. Così còlto in un sonno sempre più simile a morte, ogni giorno al mattino srotolando da gorghi più foschi il viluppo cieco del proprio sé acciambellato, aprì un occhio, verosimilmente il destro, e lo richiuse nel momento in cui un incendio divampò sulla rètina senza lasciargli scampo. Lo stesso incendio bruciava internamente –pire sacrificali sulle rive del Gange, roghi medioevali tra tamburi e fiumi di vino, cataste di legna secca ammonticchiate un po’ ovunque dietro le palizzate dei castelli, città in fiamme sul limitare del tramonto dopo la partenza degli invasori, ecco; visioni mattutine – e denso fumo, naturalmente, fumo grigio e spesso di petrolio che arde nei sifoni o nelle colonne di cracking, fumo denso e oleoso che ricopre di gocce la sabbia e le foglie e le piume degli uccelli; fumo di sigari alla luce delle candele di sego, e di incenso dai ceri del cimitero dietro la rivendita di liquori. Così intorbidato come nell’attimo prima del sonno, Victor strofinò con i polpastrelli la radice del naso, gli occhi, e tornò ad aprirli, stavolta per un momento intero. Il mare grande e azzurro, con la sua ferocia da fiera, gli rimandò lo sguardo come da un altro occhio, un occhio per il momento neutro, come in chi sospenda il giudizio... Victor notò sulla distesa piatta, screziata da serici riflessi, mentre si gonfiava in lente onde lunghe, il punto in codice e la virgola di un braccio seguire un ritmo accennato, alzarsi e tendersi e inabissarsi con uno, due, tre, e uno, due, e tre movimenti regolari. “Qualcuno” pensò, senza poi dar seguito a quel qualcuno, tanto l’acciambellarsi interno su di sé lo distraeva da ogni altra cosa. Si sollevò quindi sul gomito, con la stessa lentezza di un mare, infinitamente stanco come quando si ritorna da un viaggio troppo lungo, tossendo, poi, allorché un grumo di saliva gli tornò in bocca col sapore del rum della sera prima. Lontano, sullo sfondo, sulle piccole imbarcazioni a remi, dallo scafo stinto dal sole, i pescatori gettavano le reti. Victor tossì di nuovo, sputò sulla sabbia saliva lucente e viscida, posando la testa sul braccio, e vide sul fondo del mare le rocce aguzze, il denso spessore del blu aprirsi in un lattescente azzurro di pellicola, e flotte di lucenti barracuda nuotare affiancati e virare all’improvviso come quando si cambia idea. Era indubitabilmente sveglio, adesso, e questo fatto definitivo lo gettò in un cupo e prevedibile sconforto. La virgola e il punto proseguirono oltre il limite della sua visuale e svanirono in un subitaneo crepitìo di miccia accesa sulla superficie marina.

Modificato da - nelson dyar in data 20/09/2009 16:03:59
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nelson dyar
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Inserito il - 19/09/2009 :  15:09:56  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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Andrej Fiodorov era solito recarsi una volta al mese in spiaggia, seguendo le prescrizioni del cerusico il quale gli aveva raccomandato di respirare aria marina per fortificare i polmoni che aveva assai deboli dopo una brutta polmonite. Questo medico, conosciuto col nome di Ivan Bunin, era in verità un personaggio assai misterioso e chiacchierato, nonché si ostinasse assai a tenersi in disparte dalla società e cercasse in tutti i modi di far vita riservata e modesta. Viveva infatti in una casa molto appartata, a parecchie verste dal centro del paese, una dimora buia e cupa, in cui Bunin stava in compagnia di una governante che però pochi o quasi nessuno aveva vista, in quanto lo stesso Bunin era solito recarsi una volta al mese al mercato di *** per comperare il necessario per la sua sopravvivenza. Ma di questo dirò in seguito. Fiodorov dunque anche quel giovedì (era solito recarsi al mare con la diligenza tutti i primi giovedì del mese, essendosi accordato col vetturino per venti rubli esatti, dopo molte trattative) scese dalla carrozza e si recò sulla spiaggia, portando con sé la sporta per la colazione a base di latte e formaggio. Dopo aver deposto il suo fagotto ai piedi di un cespuglio di bosso, si allontanò lungo la riva, respirando a pieni polmoni, così come gli aveva raccomandato il medico, la dolce aria salmastra. “Ecco qui” si disse “che pace! Che azzurro intorno, che silenzio! Avevo proprio il desiderio di starmene un po’ da solo, a pensare. Quel Bunin! Ah, che strano tipo...eppure il suo consiglio mi è stato di grande utilità. Ecco che il contatto con la natura ha il potere di calmare la mia agitazione nervosa. Agitazione? Oh, ben altro, ben altro...Bunin aspetta da me ancora cento rubli per i suoi servigi. E Tania...la piccola Tania! Oh Dio...” e non ebbe cuore di continuare quel pensiero, tanto il visuccio di Tania comparso all’improvviso nella sua mente, così pallido e smunto, gli strinse il cuore. Ma si doveva pur vivere! Andrej confidava assai nel potere della natura: Iddio stesso, per suo mezzo, l’avrebbe forse messo in condizione di saldare il suo debito col dottore, e chissà, magari anche di dare a Tania qualche rublo per pagare la pigione. Doveva pensarci, così, con calma e tranquillamente, qualche soluzione avrebbe trovato... E intanto passeggiava a passi lenti e gravi sulla sabbia, ascoltando lo stridìo dei gabbiani. All’improvviso alzò la testa e vide un uomo alla sua destra, sdraiato sotto un pino. La sorpresa lo fece trasalire. “Sarà morto?” si chiese subito. L’uomo infatti giaceva scomposto, con una gamba un po’ piegata e l’altra del tutto stesa, e gli occhiali sul petto. Andrej si avvicinò, cauto, quasi trattenendo il respiro. “Ma no, ma no! Sia lodato Iddio!” disse quasi tra sé, vedendo poi che il petto dell’uomo si abbassava e si alzava in un moto abbastanza regolare. Andrej stette lì a contemplarlo, non risolvendo ad allontanarsi. Sembrava infatti che l’uomo avesse a che fare con le sue preghiere di poco prima, quasi come se l’Altissimo, ascoltandolo, avesse voluto mandargli un segno della sua benevolenza. “Deve essere questo!” si disse. “Dio esiste, e questa ne è la prova. In Sua assenza, ogni gesto umano sarebbe permesso, persino il più turpe. Ma Egli esiste, ed è Lui stesso a mandare il Suo aiuto, un segno della Sua benevolenza. Quest’uomo che dorme è stato messo qui per questo. Deve essere un segno...” Andrej infatti provava un senso di beatitudine e di gioia improvvisi. Sì chinò sul dormiente e frugò in fretta nelle sue tasche. Trovò un sacchetto legato con una corda e un pacchetto di tabacco. Li prese e si allontanò senza fretta lungo la spiaggia illuminata da una vaghissima luce color argento.

Modificato da - nelson dyar in data 20/09/2009 16:07:47
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nelson dyar
c.s. infuocato


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Inserito il - 24/09/2009 :  19:26:46  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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Dunque ero lì, sul lungomare in attesa della corriera, o del tram, o di qualsivoglia mezzo di trasporto che mi riconducesse in mezzo all’agognata società civile, strappandomi alle grinfie della natura, in specioso caso rappresentata da aria marina iodata e fredda, con raffiche improvvise ad alzare spruzzi di sabbia e polvere, da un cielo nudo bruco, grigio come una lastra di piombo, e da un sole malaticcio e pallido come la faccia di un cadavere. (Non ho mai capito il cosiddetto amore per la vita agreste, concretizzato in genere dall’esecrabile assenza di bar o ristoranti o negozi, da luci e movimento, se non nella sua accezione di vita solitaria, cosa che si può ottenere altrettanto facilmente in un appartamento a Rho o a Centocelle che nella foresta umbra.) Mentre così attendevo l’arrivo della salvezza, mi venne in mente che quella lì sarebbe potuta essere benissimo la mia ultima passeggiata su una spiaggia in autunno, anzi, lo era certamente, data l’idiosincrasia già espressa. E allora, dissi a me stesso, forse avrei dovuto togliermi le scarpe, bagnare i piedi in quell’acqua marina per l’ultima volta, reiterando così il mio ribrezzo per simili azioni sconsiderate e inutili, e il mio ferreo proposito di eversione naturae. Detto, fatto: tolte scarpe e calzini, mi avviai a fatica sulla sabbia, sentendomi come Robinson Crosuè che ha perso un venerdì, magari anche due...il mare, avvertendo la mia ostilità s’infuriò ancor di più, il vento soffiò con particolare antipatia sulla mia calvizie, ed io pensai che il divorzio uomo-ambiente è irreversibile e necessario, perché l’ambiente è sempre stato crudele e poco riguardoso: glaciazioni, epidemie, gelate, solleoni e siccità; al che l’ospite è passato al contrattacco: cemento, rifiuti, scorie radioattive...una guerra senza quartiere in cui ognuno dei due contendenti ha tentato di sopraffare l’altro. Vinceremo noi o la matrigna natura? Ai posteri l’ardua sentenza...mentre così riflettevo, mi sembrò di vedere un braccio levato in mezzo ai flutti, come a chiedere soccorso: però a dire il vero non mi capacitai che un uomo potesse essersi avventurato in acqua con quel mare, e in ogni caso io non ho mai imparato, non dico a nuotare, ma nemmeno a pensare di poterlo fare in nessun caso...guardai ancora un po’ nella direzione di prima, e il tramestio che non distinguevo bene poteva essere benissimo quello di un gabbiano che pesca, o di un ruzzare di delfini. Mi accorsi però con orrore di avere i piedi diacci, e che quella camminata insulsa su una spiaggia ancor più insulsa e ventosa mi aveva stancato oltre misura. Feci senz’altro dietro front e andai ad attendere la corriera al posto opportuno, pregustando l’ottimo pane con la mortadella del mio salumiere di fiducia.
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