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Inserito il - 03/05/2007 :  01:22:26  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Quando avevano creato gli uomini, gli dei non avevano previsto l'irrequietezza, o inquietudine, qualcosa che loro non avevano e non conoscevano, quel dono fatto agli uomini non era loro ma del destino, qualcosa che loro non potevano controllare. Creature tanto deboli come gli uomini che osavano sfidarli e ribellarsi, questo per loro era motivo di invidia e paura, perche' nello spirito dell’uomo sentivano qualcosa di inaccessibile, una forza che non possedevano. Avevano mandato sulla terra tutte le cose peggiori per piegarli, le peggiori malattie come la peste, disastri naturali come terremoti e inondazioni, infine la religione. Il corpo degli uomini era debole, rivestito di una pelle delicata, con un semplice coltello si poteva tagliare e farli morire, e loro ne erano consapevoli. Ma non era stato abbastanza per sottometterli, anzi non era servito a molto, cosi un giorno decisero di mandare l'angelo della morte per distruggerli definitivamente. Un enorme lampo nero cadde sulla terra, seguito da una nebbia profonda e buia che uccise tutto, trasformando la terra in un pianeta deserto e senza vita, come una pianta rinsecchita. Tutto era stato raso al suolo eccetto una enorme fortezza posta sopra le montagne piu' alte, che stava li da prima che nascesse l'universo, da prima degli dei stessi, da un tempo che nessuno conosceva. Dentro vi erano entrati piu' di mille anni fa Alvin e Alvina mentre fuggivano dalla morte, si amavano profondamente e anche se la fortezza pareva una enorme trappola era sembrata loro l’unica speranza di salvezza. Da allora ogni tanto gli dei mandavano dentro un angelo della morte per ucciderli, ma nessuno era mai tornato, non avevano idea di cosa ci fosse dentro la fortezza, ne cosa avesse il potere di distruggere i loro angeli. Ma sapevano che i due uomini erano li, e finche' non fossero riusciti ad ucciderli non avrebbero avuto pace, il germe dell'inquietudine che stava in loro li spaventava e ossessionava. Cosi fu fatto un accordo tra dei e demoni, una tregua tra il bene e il male per entrare nella fortezza e risolvere il problema una volta per tutte, non potevano credere che insieme temessero due creature fragili e deboli come gli uomini, da loro stessi creati, era ridicolo e intollerabile alla loro potenza.La porta della fortezza era sempre aperta, cosi entrarono sparpagliandosi velocemente lungo i corridoi e le infinite sale interne, l’accordo era che una volta trovati Alvin e Alvina li avrebbero uccisi immediatamente e se ne sarebbero andati, sembrava troppo facile. Dentro quei corridoi e nelle sale non c'era nulla, eccettuato tantissimi specchi appesi alle pareti dei muri. In quelli specchi si guardarono e videro le rughe del tempo che scorrevano sui loro corpi, e conobbero l'orrore, comprendendo in pochi istanti cosa fosse l'inquietudine. La paura che provarono fu talmente grande che non riuscirono a sopportarla e a sopravvivere ad essa, cosi scomparvero nel nulla. Nel frattempo, in fondo a tutte quelle infinite sale e corridoi, in una grande stanza con una cucina piena di ottimi cibi e vini, seduti su comode poltrone, con le gambe appoggiate al caldo su poggiapiedi posti davanti al fuoco del camino stavano Alvin e Alvina, in mezzo a loro il destino, vestito come un frate, cappuccio in testa e senza volto. Alvin e Alvina si sentivano felici, da quando erano li si sentivano calmi e tranquilli, protetti dal loro profondo amore avevano dimenticato tutto quello che era accaduto, e soprattutto il motivo per il quale si trovavano nella fortezza. Ridevano e scherzavano sulle loro comode poltrone un po’ ubriachi, ad Alvin sembrava persino buffo come il destino riuscisse a bere il vino senza avere un volto, e pure lui rideva. Piu’ tardi si addormentarono tutti e tre russando al calduccio di quella sala senza tempo, mentre fuori nevicava e faceva freddo. Il primo a svegliarsi fu il destino, si stiracchio’ un po’, poi si guardo’ attorno pensoso, sveglio' gli altri e disse loro "voi due non potete stare qui", e li uccise. Ma senza di loro non poteva esistere nemmeno lui, cosi tutto scomparve, rimase solo un sentimento che vagava in quella fortezza, senza piu’ nessuno per poter vedere ne ricordare si dissolse velocemente. Cosi tutto nasce e muore nel nulla, dei uomini destino e sentimenti, perche’ tutto era gia’ scritto nelle carte di un gioco.
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Inserito il - 03/05/2007 :  14:19:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin si era perduto in un videogioco, la sua mente percepiva la realta’ del mondo esterno come una serie di piani paralleli, una serie di stanze che non si toccavano mai, ogni stanza corrispondeva a mondi diversi, nei quali si poteva entrare attraverso una porta premendo delle combinazioni di tasti, sopra ad ogni porta stava scritto un nome, e questi mondi erano collegati da fili sottili come i ricordi. Ma in un posto non riusciva mai ad entrare, di quel posto aveva perduto le chiavi d’ingresso, e sopra a quella porta stava scritto Alvin. Da un po’ di tempo vedeva un oggetto posato sopra i tetti delle case, sembrava una sfera, ma non riusciva a capire bene che forma avesse, perche’ era mutevole e non definibile, in piu’ si muoveva, non rimaneva mai nello stesso posto cosi non riusciva ad individuarlo con precisione. Tutte le volte che cercava di entrare in quella stanza una voce gli diceva di attendere “riprova domani, vedrai che ti apriro’, non ti preoccupare, devi solo avere un po’ di pazienza”. Cosi A. stava ad attendere per un po’ davanti a quella stanza in cui non era mai riuscito ad entrare, forse era il mondo destinato a lui dato che sopra l’ingresso c’era il suo nome, ma se era destinato a lui perche’ non lo lasciavano entrare? C’erano altri infiniti mondi o stanze, perche’ desiderava entrare proprio in quella? Solo perche’ c’era il suo nome? Si faceva queste domande e si sentiva un po’ angosciato e depresso, come succede con tutte le cose incomprensibili, poi entrava in altre stanze e si dimenticava di quel posto, a volte lontanissimo da quella stanza si sentiva quasi felice, cosi pensava ad altro e col pensiero cercava di afferrare oppure si impigliava su alcuni di quei fili intricati che legavano tutti quei piani del videogioco come un’enorme ragnatela. Il suo desiderio di entrare in quel mondo era ormai diventato un’ossessione, aveva paura di morire senza poter scoprire cosa ci fosse dietro quella porta, ormai erano passati centinaia di anni, si sentiva sempre piu’ stanco e infelice, perche’ il tempo passava e lui invecchiava. Pero’ ogni giorno si presentava puntualmente davanti a quella porta, attendeva pazientemente ottenendo sempre la stessa risposta. “Se mi avessero lasciato entrare la mia vita sarebbe stata diversa e felice, sono sicuro che e’ cosi, su quella porta c’e’ scritto il mio nome, era destinata a me” ci pensava sempre piu’ spesso, ogni volta che stava davanti a quell’ingresso. Finche’ un giorno, era ormai allo stremo delle forze, vecchissimo e quasi incapace di camminare, arrivato li trovo’ la porta aperta e cosi entro’. Per entrare dovette faticare molto, perche’ la stanza era stretta e bassa, e quando riusci’ finalmente ad entrare la porta si rinchiuse dietro di lui con un rumore soffocante, come un tonfo. A. pote’ finalmente vedere cosa c’era dentro. La stanza era grande esattamente come il suo corpo, buia e soffocante, in quel momento comprese dove si trovava.
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Inserito il - 03/05/2007 :  19:14:28  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Lo stereo suonava una musica cupa e triste, la colonna sonora di un film che non sto a dire, e intanto Alvin pregava “padre nostro che non sei nei cieli, ne in terra ne in nessun posto, anzi l’unico padre che conosco mi ha spedito nel limbo della mediocrita’, come puo’ esserci confronto con chi e’ stato idealizzato e reso perfetto e immortale dalla morte? Lui non ha difetti, ne li avra’ mai. Percio’ costretto ad arrendermi e a uccidere tutti i talenti, loro non servono a nulla, non serviranno mai a nulla, spinto dalla insicurezza a frequentare posti e persone sbagliate, a rincorrere cani randagi, costretto a fuggire sempre e ovunque, escluso dalla capacita’ di sentimenti e rapporti profondi piegando la mia sensibilita’ in modo sbagliato e corrotto sempre verso l’irreale. Grazie almeno per non avermi fatto diventare pazzo, anche se non e’ ancora escluso che cio’ possa accadere in un futuro abbastanza prossimo, se Qualcuno non riuscira’ a farmi riconoscere e accettare la realta’ prima che sia troppo tardi” mentre pregava cosi A. pensava ad un cielo azzurro e un sole sopra un mare avvolto dal profumo della salsedine, e lacrime gli uscivano dagli occhi, non sapeva se fosse la luce di quel sole a bruciarli o la tristezza di averlo perduto. La sua anima allora fuggiva a nascondersi in qualche abisso lontanissimo, lasciando disteso sul divano un involucro vuoto e morto, quasi privo di sensibilita’ fisica.

“Dove il mare incontra la notte nuvole inseguono il mio sogno in fondo a un cielo oscuro. Il mio sogno, il mio solito sogno, il mio eterno irraggiungibile sogno, ha rubato tutti i miei colori con un sorriso. Mi ha condannato qui, a vagare nel nulla. Le mie lacrime si perdono nell'acqua di questa eterna notte,
intanto un dio crudele sorride soddisfatto”.

“Perche’ questo mondo non e’ mio? Perche’ dover navigare sempre in mari freddi profondi dal colore della notte di mondi sconosciuti? Ecco dove vanno sempre a cadere le mie lacrime” rifletteva e sentiva di vivere dentro un dipinto dai colori intossicati dall’infinita’ del tempo. “In cosa mi sono trasformato?, sono diventato io stesso un’immagine, che nessuno puo’ vedere”

E cosi per consolarsi Alvin si diceva “ beh, almeno scrivo un po’, anche se e’ di merda come dice qualcuno(anche se scrive di sicuro peggio di lui), chissenefrega? Il ‘dottore’ dice che puo’ essere un modo per scrollarmi un po’ di dosso l’infinita quantita’ di cose che riempiono la mia testa e liberarmi di un peso, perche’ non le ho mai dette a nessuno, quanto e’ vero che nessuno ha mai saputo, ne sapra’ mai chi sono davvero. Ognuno ha il suo destino, sta scritto sulle carte, basta solo leggerle”.
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Inserito il - 04/05/2007 :  15:09:58  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin giocava nel giardino di casa, si fermava spesso davanti al muro in fondo al giardino all’ombra delle piante e si chiedeva cosa ci fosse dall’altra parte, ma era troppo piccolo per poter arrampicarsi su quel muro, gli sembrava altissimo e irraggiungibile. Si immaginava che dall’altra parte esistesse un mondo sconosciuto e misterioso, e di notte sognava una creatura seduta nel letto accanto a lui che gli raccontava delle cose meravigliose e incredibili che stavano al di la, e lui non vedeva l’ora di crescere per poter arrivare sopra quel muro e dare uno sguardo. Quel giorno giunse, quando A. trovo’ il coraggio di arrampicarsi sul grande glicine che cresceva appoggiato al muro, si trovo’ finalmente sulla sommita’ e guardo’ dall’altra parte. La delusione fu grande, uno squallido giardino, con piante da frutto e orti, sul quale giocavano bambini sciocchi e presuntuosi, convinti di stare nel piu’ bel giardino del mondo. Da allora A. non si interesso’ piu’ a quel giardino e non ci penso’ piu’. Quando divento’ piu’ grande andava ogni tanto a pescare in bicicletta, e ogni volta guardava l’altra sponda del fiume immaginandosi che fosse piu’ bella e piena dei pesci piu’ grandi, allora percorreva chilometri per raggiungerla ma era sempre la stessa delusione. All’universita’ aveva studiato le cose piu’ complicate pensando che dietro a loro ci fossero chissa’ quali altre cose misteriose, e anche questo lo deluse. Lo stesso fu con le persone, dietro a loro non c’era mai nulla di cosi interessante, molto spesso dietro un paravento solo meschinita’ e mediocre vigliaccheria. Finche’ un giorno si stanco’ di vivere in un recinto, smise di andare dall’altra parte e comincio’ a credere a quello che immaginava la sua mente, cosi dipinse la casa del vicino di nero, alcune persone le trasformo’ in animali, mentre altre le fece morire perche’ le sentiva gia' morte, e in compenso fece vivere alcune cose, come il suo orologio di casa, perche’ gli faceva compagnia, oppure lo disturbava quando era dispettoso. La musica la sentiva viva, con un’anima che gli parlava, pensava ad altri luoghi e altre persone che uscivano dalle crepe dei muri, collegamenti con altre realta’, per lui altrettanto reali. Ora spendo due parole in favore di A. per chiarire la mia opinione, nel caso qualcuno stia pensando sia diventato pazzo, anche se nulla e’ da escludere, a cominciare dalla definizione stessa della parola: forse nella musica di Mozart c’e’ qualcosa di reale? cosa la distingue dal rumore della pioggia che cade? quanti Kg pesa? e’ giusto ragionare cosi, chiusi in una gabbia scontata dove tutti quelli che escono sono considerati malati? e’ forse normale uno che si diverte a guardare i varieta’ o la maggior parte dei programmi della tv?
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Inserito il - 07/05/2007 :  11:40:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Pensieri di A. in una domenica pomeriggio, guidando l’auto per tornare a casa, in una autostrada qualunque. “Riuscire a fumare ad una certa velocita’ non e’ cosi semplice, se si apre il finestrino si sente un fracasso insopportabile, se si tiene chiuso si soffoca, ma tutto questo lo so benissimo, perche’ allora mi sento cosi strano?. Forse le elezioni francesi? ma chissenefrega. Che abbia finito le sigarette? ma no, sono sicuro di averne un paio di pacchetti a casa, oltre a questo. Forse il vino rosso di stamattina, troppo vecchio? figuriamoci. Litigato con qualcuno? ma nemmeno questo. Che sia morto il vicino di casa? magari. All’improvviso mi accorgo che questo cielo e’ troppo luminoso per il colore delle cose, oscuro e irreale, presagio di una catastrofe. Poi niente, e’ arrivato il buio ed e’ finito tutto, vorra’ dire che aspettero’ domani”.
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Inserito il - 07/05/2007 :  21:49:20  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
C'e' una parte omessa dei pensieri di A., perche' piu' personale, non avevo il coraggio di riferirla ma dato che lui e' cosi buono mi perdonera' questa piccola indiscrezione su di lui.

" Mentre ieri guidava gli sembrava che tutto si fosse rovesciato, e aveva paura di cadere all'insu', verso il cielo. Ma quando mai la filosofia ha risolto qualcosa?, uno puo' studiare(forse meglio dire pensare?), tutta una vita, alla fine non togliera' una virgola dalla disperazione di essersi perduto nel mare del non senso profondo, anzi piu' facile che aumentera', finendo per farsi prendere da qualche hobby, tipo rincretinirsi con la fede in qualche teoria campata in aria, o peggio ancora con la religione o il bricolage, o coltivare l'orto come Candido, ma allora meglio darsi al gioco o all'alcool. E tutte queste sarebbero salvezze ? come dire farsi lobotomizzare per non star male. Non rimane che lasciar scorrere la mente, che vada dove vuole e al diavolo la realta', entrare nella parte positiva della schizofrenia, solo qualche piccolo rischio, chi sa capisce, magari per evitarlo basta un piccolo aiuto della psichiatria(se riuscira’ a resistere dalla facile tentazione di diventare una delle tante filosofie o religioni, pero' ho paura che finira' cosi, come tutto il resto, me lo immagino). Io non voglio finire con l'anima infilata nel cesso e la mano che stringe la catenella."

Lo ripeto, questi ragionamenti sono di A., non miei, io mi limito a riferire, e a infilare nello stereo qualcosa da ascoltare.
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Inserito il - 09/05/2007 :  12:53:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La doppia vita di Alvin:
"Salta Alvin, salta, vedrai che e' bellissimo", i bambini continuavano a ripeterlo, cosi lui si decise e salto' dal tetto di quella stalla sul mucchio di fieno dal profumo intenso, tagliato da poco, che stava la sotto. Gli sembrava di volare, una sensazione bellissima, poi tutto finiva in quel soffice letto d'erba. E cosi da allora, quando arrivava il tramonto tutte le sere di quella vacanza in quel paesino di montagna, non piu' di una cinquantina di abitanti, ospite di una famiglia. A. Aveva circa dieci anni, e la vita era come un sogno, dove scopri' che poteva volare. Da allora A. nelle notti d'estate, quando faceva caldo e le finestre erano aperte spiccava il volo, volteggiava lento sopra i tetti delle case, e planava sui prati, dove si soffermava a guardare le lucciole vicino al fiume, affascinato dalla loro luce misteriosa. Ma crescendo gli tolsero gli strumenti e i sogni, cosi non riusci' piu' a farlo, e un po' alla volta si scordo', e riusci a sopravvivere lo stesso. Questi pensieri giravano per la sua testa mentre stava lassu' su quel viadotto, e guardava il vuoto sotto di lui, piu' di cento metri sopra la valle, "salta A., salta" continuava a sentire quelle parole che gli giungevano da un passato lontanissimo e dimenticato, cosi salto' e comincio' a cadere, sempre piu' veloce. Non era solo, accanto a lui cadeva tutta la sua vita, che poteva osservare in quegli attimi che non finivano mai. Cosi riusci' a vedere come gli erano stati rubati i sogni, chi e cosa gli aveva tolto gli strumenti per realizzarli, e promise a se stesso che non lo avrebbe piu' permesso. Un istante prima che toccasse il suolo il piccolo Alvin si sveglio' con un tonfo al cuore, e si sedette sul letto sudato e ansimante "per fortuna stavo solo sognando" si disse, cosi si calmo' e dopo un po' riprese a dormire, intanto A. si sfracello' al suolo. Lo spirito di A. risali i sottili fili del tempo e si sedette sul letto accanto al piccolo A. che dormiva, nessuno lo poteva vedere, eccetto una figura nera appoggiata al davanzale della finestra, che ruotava continuamente sospesa nell'aria e non aveva una forma precisa, a volte assumeva l'aspetto di un volto incavato nell'ebano come una maschera africana, altre volte un oggetto geometrico perfetto. " ti proteggero' piccolo A., vedrai che stavolta nessuno ti portera' via i sogni e la tua vita sara' migliore, non permettero' che si ripeta quello che e' accaduto nell'altra vita, anche se non hai i ricordi perche' non l'hai vissuta" mentre pensava queste cose lo spirito di A. rimase accanto al letto minaccioso contro chiunque avesse tentato di far del male al piccolo A., e la figura nera si allontano', almeno per il momento.
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Inserito il - 11/05/2007 :  19:07:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
"Dalla finestra che sta davanti il divano guardo il giardino di fronte, ora e’ circondato da rose, dal colore giallo rosso e rosa, mi sembra di sentire il loro profumo, dentro al giardino ci sono piccoli fiori di tutti i colori, al centro un enorme ciliegio coi frutti gia' rossi. La musica di bill evans e il clima mite ispirano un'atmosfera da quadretto perfetto, proprio quello che desidero. Allungo un braccio e mi capita tra le mani un breviario di aforismi di nice, apro a caso e leggo come l'animo dei germanici sia dovuto alla loro cucina pesante, e quindi alla cattiva digestione, cosi lo rimetto subito giu'. Preferisco allora guardare il grande ciliegio, ora ci stanno svolazzando attorno uccelli neri, sono grossi corvi, che mi mettono in ansia, cosi mi chiedo perche' basta poco per cambiarmi l’umore, neanche fosse il fumo di una sigaretta che non ha mai una direzione precisa. Mentre la mia coscienza guarda fuori io non riesco guardarla dentro. Il cervello e’ allora solo un po’ meglio di una fotocamera digitale? D’altronde come si fa a guardarsi la coscienza? Si potrebbe dividerla in due parti, una che guarda e l’altra che si lascia osservare? ma che senso ha?. E se invece usassi uno specchio? allora devo stare calmo e ‘riflettere’, ma come fare? con l’immaginazione? ci provero’, ma mi sento tanto piccolo con tutte queste domande senza risposta che potrei entrare in una di quelle rose e guardare come e’ fatta dentro”.
Povero Alvin, ti guardi attorno ma non sai guardare nel tuo giardino, meglio che vai a farti un giro, magari un paio di birre da Batz.. e un po’ di coccole a Zen.. vedrai che ti passa.
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Inserito il - 12/05/2007 :  13:06:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin era andato da poco a vivere a Venezia, stava tornando nella sua nuova casa in una notte umida e fredda dei primi di marzo, la citta’ era avvolta dalla foschia, e quando attraversava i campielli vuoti per infilarsi nelle calli sentiva l’eco dei suoi passi che lo seguivano, si era perso e non c’era nessuno. La citta’ era diventata un labirinto oscuro e ostile, alcune calli si restringevano cosi tanto quando cercava di entrarci che non riusciva piu’ a passare. Cosi continuava a girare a vuoto in quella citta’ morta, divenuta un vampiro che si era svegliato per ucciderlo. “che facciamo A, hai qualche idea?” gli chiesero i suoi passi, e lui”ci siamo persi, non riconosco alcuno dei posti noti, quelli che mi sembrano giusti si chiudono, nessun punto di riferimento, siamo prigionieri in questo labirinto, ora provo a chiedere a quel gatto laggiu’” “signor gatto, mi sono perso, mi potrebbe indicare la strada di casa?”
Il gatto dopo aver pensato un attimo rispose ”Per alcuni il mondo e’ il luogo dell’irraggiungibile, una chimera disseminata di delusione, dove tutto sfugge di mano, come la sabbia. A costoro il destino ha cucito addosso un vestito di una taglia sbagliata, e devono vivere con l’ossessione di scrollarselo di dosso, e prima o dopo la vita rischia di diventare insostenibile. C’e’ sempre qualcuno che gli dice ‘il destino sei tu, colpa tua’, niente di piu’ falso e ipocrita, se non si e’ potuto provare quel vestito prima di indossarlo. Anch’io una volta ero un uomo, poi mi sono perso come te, cosi mi sono trasformato in gatto, e da allora qualsiasi posto e’ la mia casa, come avrai capito non so indicarti la strada, mi dispiace”. “Io non diventero’ mai un gatto come te, voglio rimanere un uomo, non mi arrendero’” gli disse A., e il gatto ”buona fortuna, amico mio”. Cosi A. riprese il suo cammino pensando “ci deve essere un sistema, lo trovero’ a costo di girare qui dentro mille anni e consumarmi tutte le scarpe” si sedette sotto un monumento al centro del campiello, e si mise a pensare. “C’e’ un luogo dove tutto e’ possibile, basta aprirne la porta, in quel posto lontano si puo’ uccidere l’ossessione e il destino, annullare il tempo e lo spazio per piegarli come si desidera, certo, puo’ essere pericoloso abbandonare un mondo per un altro, ma piuttosto che arrendermi lo faro’.” Poi riprese a camminare, finche’ si trovo’ davanti ad un canale, anche li nessuno, ma in lontananza si vedeva una barca a remi, con una figura che indossava un mantello bianco e portava una maschera, si stava avvicinando. Approdo’ proprio li e disse “Sono venuto a prenderti A., ti porto a S.Michele, l’isola dei morti, li ti trasformero’ in gatto, come tutti gli altri” Alvin sali’ sulla sua barca e si fece accompagnare davanti all’isola, ma quando fu il momento di scendere diede una spinta a quella figura bianca, che cadde in acqua e annego’ impigliandosi nel suo mantello, si impossesso’ della barca e si diresse al largo, cosi finalmente torno’ il giorno, la citta’ si riempi’ di gente e lui riusci’ a tornare a casa. Un lieto fine? mah, non saprei dire. Piu’ che altro in questo momento ho altre cose per la testa, ma prometto che ci pensero’.
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Inserito il - 14/05/2007 :  13:40:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Dopo tanti incidenti di percorso una sera Alvin ando’ da Batz per consolarsi un po’, voleva solo una birra e scambiare due parole con qualcuno, quella sera purtroppo non c’era Zen.., invece si era seduto vicino a lui un vecchio con barba e pochi capelli bianchi in testa, indossava un vestito originale, una tonaca bianca come la sua barba. A. gli chiese se voleva bere qualcosa, lui gli disse che gli piaceva moltissimo il vino, cosi A. ordino’ due bicchieri di vino buono, il migliore di Batz. Sembrava una persona saggia e intelligente, allora A. decise di raccontargli un po’ di se stesso, il vecchio era davvero simpatico e piaceva molto ad A. che non sopportava chi parlava troppo e in modo difficile, pensava che era solo per il piacere di ascoltarsi, invece il vecchio diceva solo cose semplici ed essenziali, persona rara, cosi A. gli pago’ volentieri il conto. Ad un certo punto il vecchio disse “senti A., ora devo scappare, grazie per il vino e ricordati che risolverai i tuoi problemi solo quando ‘conoscerai te stesso’ ”, ed A. gli rispose amichevolmente “grazie a te nonno, ciao e fatti vedere ancora da queste parti” ma nel frattempo il vecchio era gia’ sparito. Da allora non lo vide piu’, ma quella frase lo aveva colpito, cosi appena tornato a casa A. si spoglio’, si mise nudo davanti allo specchio e si studio’ attentamente. Poi si rivesti’ e usci’, per la strada incontro’ una persona, e il suo cuore sobbalzo’, anche se lui non voleva assolutamente che accadesse, ma non riusci’ a far nulla per impedirlo, cosi concluse che il sistema dello specchio non era il metodo giusto per conoscere se stessi. Dopo aver riflettuto un po’ decise di provare un altro sistema, si sdraio’ sul letto e si guardo’ girando attorno al suo corpo col suo spirito sospeso nell’aria, poi usci’di casa ma incontrando la solita persona il suo cuore sobbalzo’ di nuovo, come prima. Quel consiglio cosi semplice sembrava piu’ facile a dirsi che a farsi. Col tempo divenne una sua ossessione, si era convinto che se fosse riuscito a conoscere se stesso avrebbe risolto tutti i suoi problemi, avrebbe avuto il controllo sulle sue emozioni e sui suoi sentimenti. Provo’ allora ad analizzarsi in profondita’, cosa gli scattava nel cervello quando vedeva quella persona? arrivava sempre ad un punto in cui le cose diventavano incomprensibili, ando’ pure a ritroso nel tempo per studiarsi meglio e capire, provo’ a cambiare ipotesi, provo’ ad imbrogliare la mente, ad annullare la coscienza, a non pensare, ma ogni tentativo era sempre un fallimento, niente da fare, ogni volta che incontrava quella persona il suo cuore sobbalzava. La sua frustrazione era grandissima, come poteva sopravvivere a questo?, come poteva sopportare una tale impotenza verso se stesso?. Poi un giorno comprese, quel vecchio si era scordato (o forse l’aveva fatto apposta) di aggiungere che conoscere se stessi era impossibile, quindi non rimaneva che rassegnarsi e girare al largo, unica strada davanti alle cose impossibili e irraggiungibili. Torno’ da Batz, sedendosi vicino a Zen.., chiese un paio di birre e si senti’ meglio, aveva deciso di cambiare strada, anche se pensava a quel demone in agguato, nascosto in attesa del momento in qualche angolo della mente. Invece un giorno, sempre da Batz seduto al tavolo sotto il glicine con Zen.., vide passare la solita persona, proprio li davanti a lui, si chiese che ci faceva li? non era possibile. Con grande sorpresa pero’ A. si accorse di non provare piu’ nulla, allora saluto’ velocemente Zen... prese l’auto e sali’ sulla rocca del Laim.., vicino alla vecchia struttura per il recupero, scese dall’auto e si getto’ giu’, duecento metri di strapiombo.
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Inserito il - 15/05/2007 :  20:26:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ho sentito le ultime parole di Alvin, aveva il cellulare acceso mentre cadeva dal Laim(sopra a tanti altri prima di lui, un bel mucchio). Ero indeciso, poi ho deciso di riferirle, tanto ormai A. se ne e' andato e non credo gli importi piu'.
“Non ho padre ne madre, condannato da loro senza nessuna colpa, ora ho capito che tutto questo dolore era per nulla, forse solo uno scherzo, adesso mi viene pure da sorridere e sono quasi contento”.
Poi il cellulare dava irraggiungibile, ma un gioco puo’ fare miracoli per gli amici, meglio di gesu' con lazzaro...
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Inserito il - 16/05/2007 :  02:31:50  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La guerra di Alvin:
Maledetta angoscia, perche’ mi costringi a guardarti in faccia a quest’ora e mi fai venire qui a combatterti quando dovrei stare a letto da un bel po’? Domani mi devo alzare presto, io lo so che tu lo sai, ecco perche’ stanotte sei qui. Ma domani vedremo se mi seguirai, perche’ dove andro’ io tu non avrai il coraggio di metter piede, vile come sei. Vedremo se mi prenderai alle spalle, com’e’ nel tuo stile. Vuoi la guerra? e che guerra sia, tanto non ti daro’ soddisfazione, ormai e’ tua solo qualche piccola battaglia, sempre piu’ rara, ho rovesciato il fronte.
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Inserito il - 18/05/2007 :  23:45:17  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
“So che sei li, spostati un po’ piu’ a destra, ecco un po’ piu’ vicino, ora va bene, e tu Alvin spalanca quella finestra per favore, fallo in fretta ti prego” andai ad aprire la finestra, e Patrick diede un calcio sotto il tavolo, dopo sembrava soddisfatto. Eravamo a casa mia, l’avevo invitato a cena, si parlava di Enrosadira, di quando qualche tempo prima avevamo assistito a quel magico fenomeno durante una passeggiata fino al rifugio sul giardino di re Laurino. Quella sera era una di quelle serate di pioggia, anzi era uno di quei giorni in cui pioveva continuamente e in giro non c’era nessuno “ora chiudi in fretta la finestra, Alvin” aveva aggiunto. “Ma che stai facendo?” gli chiesi un po’ stupito, e lui “ho scacciato la malinconia, una volta pensavo che arrivasse direttamente nel cervello, ma poi ho capito, prima si nasconde sotto il tavolo, poi ti afferra le gambe e da li risale finche’ arriva alla testa e poi non puoi piu’ fare nulla, ma ora ho imparato a scacciarla, la convinco ad avvicinarsi e poi le affibbio un gran calcione, cosi la sbatto fuori dalla finestra”. “Ormai P. e’ andato, oppure non regge piu’ il vino” pensavo dentro di me. Poi lui continuo’ “A volte esce dalla musica, dai suoni, dai profumi, dai quadri o dagli specchi, poi cammina per terra, si nasconde sotto i mobili e i tavoli, e ti assale, non appena ti distrai un attimo attacca le gambe e si arrampica, cosi ti sorprende perche’ non ti aspetti che possa arrivare da li, ma una volta che lo sai ti puoi difendere. A volte entra dalle finestre aperte, oppure ti rincorre per strada”. “Mah” pensavo dentro di me, e lui come mi avesse letto nella mente “lo so che non credi ad una parola di quello che ho appena detto, ma te lo dimostro, mettiti gli occhiali neri”. Cosi per farlo contento e dimostrare che si stava sbagliando aprii il cassetto, tirai fuori un paio di occhiali neri e me li infilai, poi gli dissi “sei contento adesso?” e lui “ora guarda la finestra” Io mi voltai e guardai verso la finestra, e quello che vidi mi lascio’ senza parole. Un oggetto scuro, sembrava una sfera, stava sospeso nell’aria, ma non riuscivo a capirne la forma perche’ non era definibile, si muoveva, ruotava e non rimaneva mai nello stesso posto cosi non riuscivo ad individuarlo con precisione, ma mi spavento’ molto, non riuscivo piu’ a parlare. “Bene, adesso lo hai visto pure tu, pensi ancora che sia matto?” Io ero ammutolito e non rispondevo, allora lui ”ora apri di nuovo la finestra”, io mi dissi che non lo avrei fatto manco morto, cosi si alzo’ lui dalla sedia e ando’ ad aprire, io quasi stavo fuggendo a chiudermi in qualche altra stanza quando lui calmo aggiunse “non ti preoccupare, il massimo che ti puo’ fare se ti prende e’ rovinarti la serata, facendoti sentire malinconico, depresso, e a volte un po’ angosciato, se proprio sei sfortunato ti rimane dentro per un po’, ma devi essere predisposto, come lo sono io, tu non lo sei, non sei uno malinconico, non ti preoccupare” e mentre parlava apri’ la finestra. Quella cosa entro’ dalla finestra e si diresse immediatamente sul pavimento in direzione di P., ma appena l’ebbe riconosciuto devio’ sotto l’armadio e poi sotto il tavolo, verso di me, finche’ quando fu abbastanza vicina mi si attacco’ alle gambe, avevo troppa paura per muovermi, e da li risali’, una volta attaccata al mio corpo non potevo piu’ toglierla, cosi arrivo’ fino alla mia testa, la potevo solo osservare bloccato dalla paura mentre si infilava dentro i miei occhi e scompariva, senza avermi fatto sentire alcun dolore. Sto scrivendo dal manicomio criminale dove sono rinchiuso da piu’ di un anno, anzi ho chiesto proprio io di essere rinchiuso in questo posto. Quella maledetta serata, dopo cinque minuti che mi era entrata quella cosa cominciai a sentire addosso un peso insopportabile, non era malinconia, ma angoscia e aggressivita’, una cosa tremenda, un peso addosso insopportabile, avevo assolutamente bisogno di far qualcosa per liberarmi, non ce la facevo piu’, allora presi un coltello e lo infilai nello stomaco di P., lui stramazzo’ per terra mentre mi guardava, piu’ stupito che atterrito, poi mi sentii meglio, la cosa allora usci e se ne ando’ dalla finestra. Quella cosa mi ha lasciato solo dopo che ho ucciso P., e sono convinto che mi puo’ prendere ancora, ora mi conosce, devo stare attento, soprattutto quando dormo. Tengo sempre la finestra della mia cella chiusa, ho fatto togliere pure tutti gli specchi e giro sempre con gli occhiali neri. Il solo pensiero che possa tornare mi fa venire i brividi, se dovessi vederla ancora diventerei pazzo, quello e’ il male, io l’ho visto, e sentito dentro di me.
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Inserito il - 19/05/2007 :  14:03:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il mondo reale esiste soltanto nella presunzione costantemente prescritta che l'esperienza continui costantemente nel medesimo stile costitutivo. E.Husserl
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Inserito il - 19/05/2007 :  17:13:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Dove sta il limite? Semplicemente non esiste, perche’ le cose non hanno confine, dove finisce il confine fisico-temporale inizia lo spazio della mente, delle visioni, dell’immaginazione, della sensibilita’, e’ cosi importante sapere dove va a finire?. L’ arte non e’ bellezza, o non solo, e’ soprattutto una spinta verso e oltre quel confine. In questo istante mi sento prigioniero di questi ragionamenti, mentre vorrei stare da Batz, con Zen... e il resto. Che c’entra tutto questo con un discorso sull’arte? Niente, ma quando ci si sente cosi, con la testa piena di cose che potrebbe scoppiare, almeno si puo’ scrivere un po’. Troppe volte tenute dentro di me , con persone convinte di chissache’ chissacome, non mi ricordo nemmeno piu’ chissapercosa, come si puo’ essere se stessi e riuscire a parlare quando la ligua e’ incomprensibile? meglio tacere e ricacciarsi tutto dentro. Penso pure a mio padre ogni volta che si preoccupa per me, quando succede mi lascia addosso una sensazione indescrivibile, non e’ fastidio, sarebbe troppo facile, non riesco spiegare a parole una sensazione che attraversa tutto il mio sistema nervoso e lo tende come una corda, qualcosa che si solidifica e diventa fisico, mi fa stare piu’ male che bene. E’ un segnale che non riesco ad elaborare, dentro le parole ormai sento accuse nascoste anche se mi rendo conto che non ci sono, mi disorienta perche’ una parte di me lo respinge anche se e’ sincero, quindi non posso rifiutarlo, cosi lo reprimo facendo l’indifferente, per non farmi ricacciare all’inferno e distruggermi. Preferirei semplicemente non ci fosse, mi eviterebbe questa inutile farsa tra il mio cervello e i miei sentimenti, che mi fa fuggire con la mente per correre a nascondermi lontano, a cercare rifugio dentro me stesso. Tanto non trovero’ mai la forza di affrontarlo, e’ passato tanto, troppo tempo, inutilmente.
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