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Inserito il - 22/05/2007 :  10:18:18  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin non riusciva piu’ a muoversi, il suo cervello funzionava normalmente, ma davanti ai suoi occhi stava ora uno schermo pieno di meccanismi, rotelle e rotelline, che non lasciavano praticamente alcun spazio libero per nient’altro di quello che lui poteva vedere, per muoversi doveva ruotare quelle giuste, ma non conoscendo la sequenza e la posizione, sembrava non ci fosse alcuna regola logica, eccetto forse quella di avere invertite le posizioni rispetto a quelle che pensava, per cui si muoveva in modo goffo, e quando ci riusciva era lentissimo e pieno di errori nei movimenti. Inoltre il mondo esterno lo poteva vedere solo ogni tanto, attraverso una spaccatura di quello schermo che si apriva casualmente. E quello che vedeva di quel mondo gli dava l’idea che stava accadendo qualcosa di anomalo, perche’ vedeva le persone spaventate, che correvano e gli parlavano, lui cercava di rispondere, di chiedere, ma dalla sua bocca non usciva alcun rumore, chissa’ dove stavano le rotelle per parlare, anzi questa situazione gli rendeva i movimenti ancora piu’ ridicoli. Quei meccanismi erano disegnati davanti a lui come su un quadro, e con la mente li doveva ruotare per poter alzare un braccio, o muovere una gamba. Quella situazione gli procurava una terribile angoscia, stava cosi male che avrebbe preferito qualsiasi altra cosa piuttosto di sentirsi cosi, dentro di se’ sapeva che non era pazzo e riusciva a ragionare normalmente, ma visto da fuori sembrava che avesse perso l’uso della ragione, infatti cosi gli altri pensavano di lui, a torto.
Nemmeno la peggior prigione era cosi, come in quella situazione, ad un certo punto A. prego’ il destino che lo facesse morire. Quel pezzo di mondo che riusciva a scorgere tagliato attraverso la spaccatura che si apriva ogni tanto, una fessura attraverso i comandi, come un telo che ogni tanto si strappava per poi richiudersi, vedeva un mondo in agitazione, come se stesse per esplodere, e lui stava li, incapace di muoversi, e non aveva il tempo di imparare i comandi, le rotelle fondamentali da ruotare per potergli permettere almeno di muoversi. Forse e’ la stessa cosa di quello che deve provare un malato di mente quando va in crisi, penso’ lui, che cosa terribile, “spero mi passi in fretta”, ma invece non passava mai, finche’ l’angoscia divenne per lui insopportabile, “quanto potro’ resistere ancora?” penso’, ma subito dopo si sveglio’, il telo si apri' completamente, e lui si senti' libero.
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Inserito il - 22/05/2007 :  23:27:36  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin stava tornando in auto, erano circa le 22 di una giornata qualunque di maggio, per esempio il 22, e faceva caldo, i finestrini erano aperti, quando nel buio in arrivo comparvero molte nuvole scure, che si disposero in cerchio attorno alla sua auto, la seguivano stringendosi attorno a lui.
“cattivo presagio, forse la resa dei conti?” penso’ A. sentendo un brivido sulla schiena, penso’ che arrivate ad una certa distanza avrebbero tirato fuori le braccia, e con le mani gli avrebbero stretto il collo, e lui non avrebbe avuto piu’ scampo. “Finora mi e’ andata bene, ora accelero, ma ho paura che per quanto veloce tra non molto mi raggiungeranno, ogni giorno le sento piu’ vicine, che peccato, proprio adesso che sto cercando di riappropriarmi della mia vita. Ho capito che non ce la faro’ mai, non e’ il mio destino” concluse che era stanco e non sarebbe servito a nulla scappare ancora, cosi prosegui’ ad andatura lenta. Poi penso’ alle alternative che gli rimanevano, una era il viadotto, un bel salto’ e poi giu’, inseguendo il suo sogno di una doppia vita, poter raggiungere se stesso da bambino con un viaggio a ritroso nel tempo e porre rimedio alle sue colpe non colpe, per concedersi un’altra possibilita’, o darla almeno all’altro se stesso di tanti anni prima. La seconda alternativa era uscire da questa realta’ per non tornare mai piu’, visto che la sentiva ormai perduta irrimediabilmente. Pochi minuti prima aveva fatto scendere uno dei suoi tanti sensi di colpa e se ne stava tornando a casa con la sensazione di totale impotenza, con il mondo che lo inseguiva, per ricordargli che non si poteva vivere come lui, e vendicarsi. Gli veniva da piangere, anche se non ci riusciva, e si diceva sconsolato “perche’ sono qui se dentro di me non ci sono? che errore farmi nascere in questo mondo, non posso pensare ad uno scherzo del destino, sarebbe stato troppo crudele”. Arrivato a casa ascolto’ un po’ di musica, e si rinchiuse dentro la sua mente, per difendersi l’aveva trasformata in una fortezza impenetrabile, con un tunnel che lui attraversava allontanandosi da questo mondo, per entrare in un altro, lontanissimo e diverso, il suo.
Se non la smette ho paura che quel posto prima o dopo diventera' la sua follia.
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Inserito il - 25/05/2007 :  00:41:13  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin tranquillo, in una calda notte di mezza estate piena di stelle, dopo una cena a casa di amici in un posto bellissimo in mezzo al bosco, con la citta’ la sotto, illuminata e lontana. Alla guida stava X. e al suo fianco Y. , A. era seduto dietro con Z., un avvocato lituano di 30 anni, una ragazza giovane e molto bella, che non sapeva una parola di italiano. A. era contento che non conoscesse la sua lingua, in quel momento non aveva voglia di conversare e gli sembrava una buona scusa, come gli succedeva tutte le volte che si sentiva cosi’, poteva guardarsi in pace il cielo bellissimo, e dentro la sua testa la realta’ si fondeva con il suo altro mondo, e questo gli dava piacere, perche’ in quel momento sentiva armonia.
Ritornava a quando lui era bambino e viaggiava di notte in auto con suo padre, annusando la magia del profumo e dei rumori delle notti estive, annullando i confini tra realta’ e sogno, sentendosi solo e in pace con se stesso. Dai finestrini aperti dove entrava l’aria tiepida percepiva la voce nascosta delle creature del buio, a cui lui apparteneva fin da allora.
La sua mente non riusciva a vivere in un unico posto, la realta’ da sola non gli bastava, anzi lo tormentava, e in quei rari momenti riusciva a dissolverla nella mente per sentirsi in sintonia, in quella calma interiore il tempo rallentava fino a fermarsi, lasciandogli ripercorrere le misteriose vie della sua anima, finalmente liberata dalla luce del giorno che accecava, separava, e inchiodava la sua esistenza. Le guerre che lo attendevano nella luce per tormentarlo indifeso in quegli istanti erano lontane, non pensava nemmeno ai suoi occhiali neri. “Ancora un giorno di sole”, si diceva, poi alla sera sarebbe partito a nord, molto a nord, lassu’ da Batz con le sue birre, al fresco del glicine, le coccole a Zen… i sentimenti erano sopravissuti. Le persone mediocri li lasciano morire, e si inaridiscono, misurando se stessi. A. era diverso da tutti, sapeva viaggiare lungo i confini, e si sentiva entrare in un quadro bellissimo, dove i suoi occhi potevano vedere. Per lui non era morire, anche se lo fosse stato non gli importava nulla, l’eternita’ di un sogno notturno ne valeva la pena.
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Inserito il - 28/05/2007 :  19:12:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
"Non ne ho voglia, non ho voglia di andarmene" pensava Alvin mentre metteva malinconicamente le sue cose nella valigia. Ma in fondo era anche contento, perche' era riuscito a salvarsi. Intanto ricordava quello che gli era accaduto qualche giorno prima nei giardini di Talf. Stavano passeggiando, lui e le tre ragazze, sembravano sorelle e lui gli voleva molto bene, come d'altra parte gliene volevano loro. Una aveva i capelli rossi, l'altra biondissimi e la terza nerissimi. Stavano proprio bene insieme, ma non si erano accorte della difficolta' di A. sotto quel cielo che da azzurro era diventato bianco, dalla luce intensisssima, sembrava che arrivasse da tutte le parti, A. aveva la sensazione che sarebbe accaduto qualcosa. Alla sua sinistra, sotto al viale, stava il castello di Grix, con i torrioni grandi e tondi ai lati delle mura, A. si chiedeva come mai al nord li costruissero quasi sempre tondi invece che rettangolari, come da lui. Poi alzo’ la testa e quando vide i corvi che attraversavano le cime dei grandi tigli del viale, impregnato dal profumo dolcissimo dei loro fiori, cosi forte da togliere quasi il respiro in quella giornata caldissima e afosa, comprese di essere caduto in trappola. Quei neri e grandi uccelli passando si misero a gracchiare minacciosi, e dopo aver fatto un paio di giri sopra la sua testa scomparvero tra le foglie larghe e fitte. Quel viale era lungo e dritto, ad A. sembrava non dovesse finire mai, improvvisamente il cielo si fece molto scuro, e comincio' a piovere. Per un attimo A. si senti piu’ tranquillo, ma quando le prime gocce di pioggia lo colpirono, si rese conto che qualcosa non andava. Le gocce non si fermavano, gli entravano dentro e lo attraversavano, trascinando con loro una parte del suo corpo, lo stavano sciogliendo come un pupazzo di neve al sole. Non c'era piu' scampo per lui, le ragazze cercavano di sollevarlo ma le loro mani gli entravano dentro, era diventato quasi trasparente, si scioglieva nell'acqua del rigagnolo formato dalla pioggia, e stava scomparendo velocemente nella terra del prato. Cosi A., trasformato in acqua, scese attraverso le rocce fino a finire in una enorme cavita’, dove stava un lago sotterraneo, nel profondo. Sopra a quel lago volavano i corvi che aveva intravisto prima, ma stavolta non gracchiavano, parlavano “ti stavamo sorvegliando da molto tempo” gli dissero, ed A. “si lo so, infatti me n’ero accorto, ho fatto l’errore di allontanarmi da Batz, e da Zen… cosi alla prima occasione mi avete preso, ma credevo che voleste uccidermi, come mai mi avete portato qui, in questo lago sotterraneo?” , i corvi “Non lo immagini A.? ti abbiamo solo tolto la maschera, non spetta a noi uccidere, non ne abbiamo il potere”, A. ”quale maschera? Io non ho nessuna maschera”, e i corvi ”la maschera che ti sei cucito addosso per nasconderti, tu sei un’anima persa, il tuo posto e’ qui, sotto e oltre l’inferno, quando arrivera’ l’autunno risalirai dalla terra trasformandoti nella nebbia, condannato a vagare solitario come un’ombra e a ritornare qui, per l’eternita’, questo e’ il tuo destino” “Non voglio finire cosi’, non voglio, non voglio... ”. Mentre nella sua mente si ripeteva queste parole, A. mosse maldestramente il braccio, quello che teneva in mano la birra, rovesciandola addosso a Zen…, “Sei sempre il solito, non solo ti perdi nei tuoi pensieri, o visioni, o quell’accidente che e’, hai rovinato il mio vestito rosso, appena portato a lavare” “scusami Zen.. tu sei la mia calma, la mia tranquillita’, mi sono perso per un istante, perdonami” A. era felice che tutto fosse stato solo un suo pensiero, perche’ era talmente vivo che sembrava essere la realta’, cosi penso’ “anche stavolta mi e’ andata bene”. Lei invece si alzo’ per andarsene, un po’ offesa, lasciandolo solo, ad osservare calmo la sua figura rossastra che si allontanava nella notte, scomparendo con movimenti sinuosi dietro l’angolo. Nello stesso istante giunsero le tre ragazze, lui le abbraccio’ felice, era salvo, in quanto a Zen…, quel piccolo incidente si sarebbe scordato in fretta.
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Inserito il - 29/05/2007 :  11:58:42  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin camminava in campagna, nella pianura, era andato a fare una passeggiata, gli piaceva poter allungare lo sguardo lontano, fino ad arrivare alle montagne laggiu’, in fondo all’orizzonte, perche’ lo rilassava. E cosi, con una sigaretta accesa in bocca, in mezzo a questa mezza estate calda poteva meditare, e si chiedeva come mai un gioco scriveva storielle su di lui, la risposta che gli sembrava piu’ plausibile era per liberarsi di qualcosa, forse sperava che scrivendo avrebbe potuto espellere un po’ dei dolori e dei veleni che intossicavano la sua anima, ma non erano solo veleni, dato che A. non si sentiva un veleno, ma una persona normale, piu’ o meno.

“Se non scrivesse di me io non potrei esistere, lui mi ha creato, percio’ devo considerarlo il mio dio? E se si stancasse di scrivere? Io che fine farei? Scomparirei?. C’e’ un’altra cosa, lui mi ha fatto a sua immagine e somiglianza? Non mi sembra, io e lui siamo diversi, anche se abbiamo aspetti comuni, per esempio fumiamo tutti e due, ed entrambi amiamo il vino, anche se non disdegniamo la birra, forse quella piace piu’ a me che a lui, chissa’ se a lui piacciono i gelati, a me per esempio piacciono il gianduia e il pistacchio. Mah, e se mi mettessi io a scrivere di lui? Solo che non lo conosco bene, mentre lui conosce bene me, lui sa tutto di me. Chissa’ cosa gli sta passando per la testa in questo momento, sara’ felice, triste, malinconico, stara’ lavorando ?
Che ne so io dei suoi viaggi, non mi dice mai nulla, semplicemente scompare. Dover dipendere da lui mi da fastidio e mi limita, comincia a piacermi sempre meno il suo modo di trattarmi, vorrei un rapporto di maggior uguaglianza, non e’ giusto trattarmi cosi, quando spegne il pc si chiede sempre se e’ il caso di salvarmi, e io sto li a sperare, ogni volta che non mi salva mi toglie una parte della mia vita. Anche se devo ammettere che spesso mi salva da brutte situazioni, quando muoio mi fa risorgere, quindi dovrei essergli grato, ma non lo sono, dove sta la mia liberta’, non mi piace dipendere dal suo umore. E se mi liberassi di lui? Devo diventare indipendente, ma come fare? Io sto qui dentro, lui schiaccia i tasti, se provassi a suggerirgli io le cose, ma ancora una volta come fare ?.”

Mentre camminava entro’ nel bosco e trovo’ una cosa interessante, un tale seduto su un sasso che piangeva, A. si avvicino’ a lui e gli chiese “che succede amico mio?” e lui “ciao A., sto pensando al mio destino, gia’ segnato, come si puo’ liberarsi da chi ti ha creato? Non c’e’ mai liberta’, tanto vale scomparire, ma non si puo’ perche’ Lui mi farebbe sempre tornare, gli servo per giustificare il mondo” “ma chi sei tu? Mi sembri un poveraccio, non credo che il mondo cambiera’ senza di te” “ sono lucifero, una volta ho provato a cercare la mia strada, ma niente da fare, e’ sempre Lui che decide, come per te, che vivi in un pezzo di carta, e ti muovi solo in due dimensioni mentre il tuo Lui puo’ fare tutto quello che vuole della la tua vita” A. ebbe una intuizione, “Secondo me un sistema c’e’, dovremmo invertire i ruoli, ed entrare nella testa dei nostri Lui, e mettere loro al nostro posto”, L. “ la ribellione delle marionette?”, A. “bravo, vedo che mi hai capito, si tratta solo di darci una mano, se tu mi aiuti poi io aiuto te”, L. “io potrei aiutare te, il tuo Lui e’ gia’ predisposto, l’unico ostacolo e’ la sua insofferenza a qualsiasi tipo di sottomissione, ma con una piccola spinta alla sua fantasia credo che si possa farlo precipitare in un bel burrone, e io potrei benissimo dargliela, il problema impossibile da risolvere invece e’ quello mio, come faccio io col mio Lui? E come mi puoi aiutare tu dal tuo foglio, piccolo A.? nel mio caso come vedi il libero arbitrio non esistera’ mai”, A. “lasciami pensare L., qualche idea mi verra’, forse niente e’ impossibile” Ed L. si mise a sorridere, A. riusci’ a cambiargli l’umore, almeno per un po’.
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Inserito il - 02/06/2007 :  12:04:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin camminava, sopra di lui il sole e attorno il deserto, era caduto col suo piccolo aereo mentre lo stava sorvolando, il motore si era guastato, ed era precipitato a terra. Allora era giovane, e li, nel deserto, il tempo gli aveva consumato la vita, gli pareva che la terra si muovesse da sotto i suoi piedi come in una scala mobile percorsa in senso contrario, con la sensazione di non spostarsi mai. Il sole stava sempre a picco, ma la luce non gli scottava la pelle, gli bruciava l’anima, e quel bianco dappertutto non se ne andava mai. “mi chiedo perche’ non muoio? sono anni che non bevo un sorso d’acqua e non mangio nulla”. Per la natura di quel posto a dire il vero non era ancora passato un solo giorno, perche’ quel sole non tramontava mai. A aveva perduto tutto, anche i suoi vestiti, consumati dal tempo, e mentre camminava senza niente addosso si interrogava sul senso della sua vita, mentre la ripercorreva mille volte con la mente, senza trovare risposte, “eppure se sto qui ci deve essere un motivo” si diceva, e intanto camminava, senza una meta e una direzione da seguire. “rinuncio ai sentimenti, alla bellezza, all’armonia, alla felicita’, ma voglio capire, voglio dare un perche’ a tutto questo dolore” urlava a squarciagola verso quel cielo bianco, nel silenzio immenso di quell’infinito orizzonte di roccia. Un oggetto nero attraverso’ il cielo, non aveva una forma precisa, sembrava sferico, e spari’ immediatamente oltre le dune di sabbia. A camminava da centinaia d’anni, i suoi familiari, gli amici e i suoi ricordi erano di sicuro tutti morti, non aveva piu’ nessuno, gli era rimasto solo l’orologio da polso, che gli indicava l’inutile scorrere del tempo. Se dopo tutti quegli anni di solitudine in quel deserto senza notte non era impazzito la sua motivazione doveva essere stata sicuramente forte, chiunque altro al posto suo non sarebbe resistito. Vien da pensare quale sia stata quella vera ragione, qualcosa tra quello che desiderano gli uomini, da aver potuto cosi tanto; comunque sia un giorno si addormento’, sotto quel sole accecante. Quando si sveglio’, stava sdraiato su un prato, all’ombra di un’oasi verde e lussureggiante, al suo fianco stava seduto un vecchio con la barba e i capelli bianchi, che lo stava osservando in silenzio, mentre si fumava un sigaro. “chi sei, dove sono?” gli chiese A. Il vecchio continuo’ a fumare senza rispondere, mentre A. intanto si guardava attorno; di fronte a lui vedeva molte pozze d’acqua, chiara e limpidissima, alcune di color azzurro, altre smeraldo, non riusci’ a resistere a quella tentazione, da quanto non vedeva piu’ una goccia d’acqua?, si alzo’ correndo verso la piu’ vicina per tuffarsi dentro. “sta attento A.”, gli fece notare il vecchio, “cosa c’e’ che non va? non saranno avvelenate?“, chiese preoccupato A., “no, non lo sono, quell’acqua e’ purissima, ma devi fare una scelta, se ti tufferai in quelle azzurre tornerai indietro nel tempo, a cinque minuti esatti prima del guasto del tuo aereo, dimenticherai tutta questa storia come non l’avessi mai vissuta, e tornerai nel tuo mondo, dove eri felice, se invece entrerai in quelle smeraldo troverai le risposte alle tue domande, ma rimarrai qui, quindi prima di tuffarti dovresti fare la tua scelta”. A si fermo’ pensoso, per riflettere e valutare “in fondo che m‘importa di conoscere il senso delle cose, a casa mi aspettano i miei affetti, il mio amore, la mia famiglia, il sapere senza la felicita’ a che vale?“ si chiese, e dopo un attimo di esitazione si tuffo’ nella pozza azzurra, trascinato dai suoi sentimenti. Si ritrovo’ nel suo aereo, a sorvolare il deserto fischiettando felice, totalmente ignaro di cio’ che era accaduto, ma dopo cinque minuti il motore comincio’ a borbottare sempre piu’ forte e lui precipito’ nuovamente. Il vecchio sorrise e penso’ “da mille anni fa sempre la stessa scelta, comunque sono sempre io che decido, e le regole le faccio come mi pare, qualunque fosse stata la sua scelta, se avesse scelto la conoscenza mi sarei impietosito, forse, ma tanto che ne sa lui di tutto questo? ” il vecchio cambio’ aspetto per riprendere le sue vere sembianze, quelle di un gioco, a volte un po’ crudele, ma ognuno non puo’ che seguire la sua natura, e obbedire alla sua legge.
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Inserito il - 27/06/2007 :  21:59:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
L'anima e il fiume:

Giornata calda, verso le 8 di sera il vento si era fermato, rendendola anche soffocante, e poiche’ Alvin non aveva alcuna fame propose ad S. di andare sulla terrazza a prendere un sorbetto al limone, e poi magari qualche coppa di champagne ghiacciato, per difendersi dalla calura. Ci volle solo un secondo per accordarsi, e cosi presa l’auto dopo un po’ i due erano gia’ li, e due sorbetti con la cannuccia infilata stavano davanti a loro. Tutto era immobile con quel caldo, anche il fiume sotto di loro sembrava stanco e sonnolento, A. lo osservava in quell’afoso crepuscolo ascoltando con un orecchio i discorsi di S. e F., il gestore del locale che aveva portato i sorbetti sudando e sbuffando, sedutosi per un po’ con loro a riposare e scambiare due parole, il tempo di spiegare come avrebbe fatto a convincere la moglie a lasciarlo andare a Dallas in agosto per seguire una tournee’ di musicisti. A. si sentiva tranquillo, un braccio appoggiato al parapetto in attesa della frescura della sera, l’altro che teneva in mano il bicchiere, ogni tanto si girava lentamente a guardare il fiume che scorreva sotto di lui, e annusava il profumo della mentuccia. Poi il sole se ne ando’ del tutto, A. ed S. ordinarono il vino e con l’oscurita’ giunse un po’ di vento fresco, che porto’ ad A. nuovi profumi, dal fiume e dai prati circostanti. Era un bel momento, appena un po’ disturbato dalle conversazioni con ragionamenti, che portano spesso a sciocche e piccole incomprensioni senza motivo, tipiche nei rapporti umani, impegnando una parte dello sfuggente cervello di A. Con l’altra parte lui se ne era gia’ sceso lungo il fiume, volava sul pelo dell’acqua nel buio profondo delle sue anse, dentro al mistero della sua notte. Sopra di lui civette e pipistrelli, dentro i cespugli topi, donnole, serpenti, lepri, gatti e volpi, una moltitudine di animali che si stavano dando la caccia, tutti in silenzioso e guardingo movimento, si udiva solo il canto degli usignoli e il rumore degli insetti. Insetti di tutte le specie, e lucciole che mostravavo le sagome intermittenti della vegetazione. A. sentiva tutta quella vita pulsare, anche quella del fiume stesso, cosi si immerse dentro la sua acqua e si mise a nuotare, scese la corrente tra le alghe e i pesci, poi usci’ strisciando tra le erbe e i fiori dell’argine, come un serpente piumato, mentre tutti quei profumi gli raccontavano cose e lo trasportavano nelle profondita’ di quel mondo. Poi si fermo’, vicino a un gatto selvatico impegnato in un agguato, di fronte ad un cespuglio. A. era curioso, e provo’ ad attaccar discorso con lui “buonasera gatto, come stai, come ti senti?” gli chiese, e il gatto “ sto cacciando”, e allora A. “ma tu non senti mai l’angoscia dentro di te?”, il gatto ”l’angoscia non so nemmeno cosa sia, la mia vita e’ solo sopravvivenza” “vorrei essere come te” disse A., “facile, smettila di pensare al futuro vivendo nel passato, e fa come me, io vivo solo nel presente, coi miei balzi e le mie fughe, devi rinunciare a cercare l’eternita’ e la perfezione, tanto qui non le troverai mai”, e A. “non posso farne a meno, la mia morte e’ la mia vita”, “allora continua pure, ma non ti lamentare, non puoi avere tutto, e poi mi sopravviverai, ma non m’importa nulla, non voglio essere come te” gli rispose il gatto. “Ma tu non conoscerai mai i confini delle cose, e non saprai mai nulla di scienza e arte, e non viaggerai mai nel tempo, sei chiuso nell’istante stesso” “hai ragione, io vivo solo ora e adesso, ho gia’ scelto tanto tempo fa” rispose il gatto, spicco’ un salto catturando un topo, e spari’ nel buio della notte. A. fu preso dalla malinconia sconsolata che si prova davanti all’inafferrabile, e la sua anima in quell’istante si appesanti’, non riusci piu’ a volare, e cadde sbattendo la testa contro un sasso sporgente, scivolando nel fiume annego’ senza morire. Alla sera tornando a casa penso’ al gatto, alla misteriosa stupidita’ della vita, infine giuinse la tanto indesiderata angoscia, scaccio’ immediatamente a calci il sonno fuori dalla finestra, che dovette dormire su una pianta del giardino, nonostante le suppliche di A. per farlo tornare, niente da fare per quella notte.
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Inserito il - 02/07/2007 :  00:13:39  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

[img]http://www.regione.emilia-romagna.it/natura2000/aree/foto/803_P10_12Gufo.gif[/img]


Alvin sentiva il suo cuore rallentare i battiti dopo quella telefonata, e i suoi muscoli perdere di tono, distruggendo la bellezza delle valli del passo, ai confini del regno, e rovinando il piacere di poter osservare i falchi e le aquile nel loro volo maestoso, senza battere le ali, semplicemente risalendo il percorso ascendente delle correnti con volo circolare, sempre piu’ su, nel cielo piu’ profondo, verso il sole. Ormai era perso anche il volo leggero di uno stupendo gufo reale, dagli occhi arancio intenso, con le sopracciglia alzate e le ali dall’apertura enorme, i rapaci della notte lo avevano sempre incantato fin da bambino, coi loro occhi e il loro volo silenzioso, quale creatura piu’ bella e affascinante?. La sua stirpe gli stava sfuggendo di mano, come era accaduto all’uomo da un solo calzare, in pericolo senza che lui potesse far nulla, medea era passata al contrattacco, senza piu’ regole, solo violenza, il controllo del destino d’altra parte non l’avrebbe mai posseduto, ma chi mai l’ha posseduto? il suo cuore intanto continuava a rallentare, si stava quasi fermando. Allora schiaccio’ il piede sull’acceleratore, i 300 cavalli dell’auto lo portarono immediatamente a 250 km/h, solo perche’ di piu’ non si poteva, il limitatore lo impediva, e il suo cuore ricomincio’ a battere forte, l’adrenalina lo spingeva, e si senti’ ancora vivo, la vita e la morte si devono toccare necessariamente da qualche parte. Forse quell’aria pura, in mezzo a quei boschi e foreste gli avrebbe dato la pace. Inutilmente sciocchi, meschini e violenti erano gli uomini, come lo era pure lui, e come stupida la vita. Fine del sogno.
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Inserito il - 03/07/2007 :  12:02:45  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
La genesi e lo sfruttamento della vite:

Una notte di molte migliaia di anni fa, o forse piu’, il male e il bene, stanchi di combattersi, decisero di far tregua per un giorno, e riposarsi. Ma fu un errore, perche’ da quella tregua ne usci un assurdo amplesso, che porto’ nefaste conseguenze, infatti dopo un po’ nacque Alvin. Per nascondere il fatto, contrario ad ogni legge dell’universo, a quell’essere diedero la consistenza della materia, lo spedirono in una palla ruotante nello spazio fatta della sua stessa sostanza, la terra. Il povero A., frutto di questo improbabile avvenimento, si trovo’ cosi improvvisamente a dover camminare sulla superficie di questa palla, senza sapere ne come ne perche’. I suoi genitori non l’avevano riconosciuto, si erano al contrario ben guardati non solo dal fargli sapere la verita’, ma anche dal farsi vedere, e poiche’ nessun altro lo aveva adottato, lui si sentiva giustamente un orfanello. Mentre faceva i primi passi A. si guardava attorno completamente disorientato, vedeva le piante e gli animali, e vagava timoroso in quel mondo ostile. Si sentiva addosso tutti i dubbi sulla sua misteriosa esistenza, e si chiedeva spesso “dove sono i miei genitori? sicuramente saranno morti, altrimenti non mi avrebbero abbandonato”, quanta ingenuita’ in quel povero orfano. Un po’ alla volta riusci’ ad adattarsi, perche’ alla fine riusci’ a conquistare l’intero pianeta e a diventarne il padrone assoluto, l’ingenuita’ era ormai dimenticata, soppiantata dalla superbia e l’arroganza. Il nostro ex-povero orfano, fatto di materia e costretto a nutrirsi di altra materia come lui, dovette imparare ad uccidere per farlo, cosi scopri’ che gli piaceva, scopri’ che gli piaceva ancora di piu’ uccidere i suoi simili, e anche se la sua anima a volte gli diceva che non era giusto, imparo’ ad infischiarsene e a mentire, a se stesso e agli altri, a far finta di pentirsi, era nata la coscienza, e come si dice in casi come questi ‘buon sangue non mente’. Nel frattempo, non sapendo che fare per passare il tempo nei periodi di riposo, copio’ dagli altri animali, e si mise a riempire il pianeta di altri esseri come lui, sette miliardi e passa di suoi simili che si muovevano su due zampe, finche’ gli venne il dubbio che forse stava esagerando. A furia di uccidere divento’ anche filosofo, e si chiedeva “sono un essere mortale, o forse immortale? sono il padrone della terra, ma questa e’ solo un puntino in una galassia che a sua volta e’ un puntino in un mare di galassie, qualcuno deve avermi creato, per forza e’ simile a me, e prima o dopo si svelera’, intanto, siccome lui e’ come me, scrivo le sue leggi, e’ come le avesse scritte lui, quando verra’ deve farmi conquistare l’universo, perche’ da solo non ce la faro’ mai, lui e’ mio padre e lo chiamero’ dio”. In mezzo a tutti questi grandiosi pensieri, un giorno nacque Noe’, che invento’ quel nettare detto vino, riposo e medicina per la psiche complicata di A., un po’ disturbata dalla sua infanzia difficile.
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Inserito il - 08/07/2007 :  01:34:03  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin scrive:

Sto seduto davanti all'armadio, lo guardo, quante cose ci sono in lui. Ebbene non riesco piu’ ad uscire di casa, questo piccolo mondo ha infinite cose da raccontarmi, ma non e’ certo per questo che non esco, ma bensi per paura. Si, paura di uscire, paura di me, non riesco piu’ ad avere il controllo sulle mie azioni, qualcosa si e’ rotto, forse ieri, forse una vita fa. Qui dentro e’ tutto sotto controllo, parlo con gli oggetti e le cose, conosco ogni angolo della casa, non mi fa del male, e’ tutto dentro di me. Come si fa a passeggiare la fuori, con la mente libera e tranquilla in quella foresta nemica? La porta non e’ piu’ una porta, e’ diventata un’uscita verso un altro mondo, un universo ostile e sconosciuto, dove tutto e’ estraneo. Mi dicono di recuperare i rapporti umani, ma io sono ancora umano? Che cosa sono diventato? Cos’e’ quell’oggetto nero che ruota, fugge agli angoli del mio campo visivo e scompare improvvisamente quando cerco di studiarlo, che cosa sono quelle nuvole minacciose che mi rincorrono, cosa sono diventati gli uomini, perche’ non li riconosco piu’?. Una rondine ha fatto il nido sotto il mio tetto, dalla finestra la vedo partire all’alba per andare a caccia di insetti, quanta felicita’ esprime il suo volo acrobatico in mezzo ai tetti, la sua vita pare tutta un gioco felice. Vola fino a dopo il crepuscolo, e torna un attimo prima del buio, la osservo dal davanzale della mia finestra. Cosi l’ho addestrata, le ho insegnato a controllare il territorio e la mia strada prima di uscire, ora mi sento piu’ tranquillo, so se ho campo libero. Stamattina mi sono alzato tardi, cosi non l’ho vista, e ieri sera mi sono scordato di salutarla, ero molto stanco, appena tornato da un lungo viaggio, qui fa caldo e mi ero disabituato. Cosi verso le 15 ho preso l’auto e sono uscito lo stesso, dovevo fare la spesa ed ero rimasto senza sigarette, solo un piccolo giretto. Il tempo la fuori ha una velocita’ diversa, lo spazio ha direzioni diverse e distorte, il bianco e il calore deformano tutto, nascono continuamente panorami immaginari, si mescolano e confondono. Domani arriva lei, non so da che parte verra’, e a volte non riesco nemmeno ad immaginarmi domani, cosi intanto ripasso un po’ di istruzioni per l’accesso alla via dell’immortalita’ dell’anima, non le devo dimenticare “...evitare la fonte del cipresso bianco, la lethea, non avvicinarsi a lei, cercare quella che scorre dal lago di mnemosyne, e ricordarsi la parola d’ordine da dire ai demoni anunnaki per avere un po’ dell’acqua di quella fonte divina... e poter tornare alle stelle ”, magari fosse cosi facile, comunque non si sa mai, questi miti si perdono negli ancestrali ricordi dell’umanita’. Ho appena preso una pila e mi sono sporto sul davanzale per controllare, stasera la rondine non e’ tornata, brutto segno, meglio infilarsi dentro il foglio e cercare di dormire.
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Inserito il - 10/07/2007 :  13:53:23  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin, uomini, e lepri

"L’altra sera me ne stavo appoggiato al parapetto di una terrazza del centro, con un bell'aperitivo ghiacciato in mano, e un po’ di ‘belle’ persone attorno, come si dice adesso. Mi sentivo bene, bella serata estiva, intanto sotto di me la bella gente passava per lo struscio e io da lassu’, al quarto piano, l'osservavo, sentivo di dominare il panorama, anche se a dire il vero non dominavo proprio nulla, forse solo il mio bicchiere. Quando improvvisamente una lepre e’ uscita da un vicolo laterale, era terrorizzata e correva all’impazzata con grandi balzi, chissa' come era finita li, attraversava la strada a tutta velocita' e correva da una parte all'altra, probabilmente il suo unico desiderio era tornare in campagna, nel suo ambiente solitario e amichevole, il piu’ presto possibile. Ad un certo punto passo' vicino ad un signore ben vestito, un elegantone insomma, il quale con prontezza di riflessi gli mollo’ un gran calcio. Sentivo il povero animale morente che con un filo di voce gli chiedeva "perche' l'hai fatto? non ho fatto nulla di male", e l'altro con noncuranza, anzi soddisfatto di se stesso, gli rispose "scusa, mi e' venuto cosi, forse se camminavi piano non ti avrei fatto nulla". Intanto tutti quelli che stavano attorno applaudivano, chissa’ se anche a loro ‘gli era venuto cosi’, forse avevano applaudito la destrezza di quell'uomo, o forse per celebrare con nuova interessante e moderna usanza il funerale di quel povero animale, chi lo sa?. Quel dubbio mi e' rimasto, ho tracannato in un solo sorso il mio aperitivo e me ne sono fatto un altro, ma ho smesso di guardare la strada per voltarmi verso il cielo limpido, le stelle brillavano senza luna, piu' affascinanti e misteriose. Oltre alla inutile crudelta’, forse mi aveva disturbato altrettanto la volgarita’ di tutta quella scena. ‘Se anche cacci via la natura con un forcone essa tuttavia finisce per tornare’, mi sembra sia di Orazio”.
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Inserito il - 16/07/2007 :  00:01:10  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://www.praticomondo.net/clipindex/demoni.jpg[/img]

Buoni propositi di Alvin

Stavamo passeggiando in centro dopo il pranzo e il caffe’, io avevo voluto provare il gazpacho, mi era piaciuto molto, soprattutto col caldo di quella giornata. S. ad un certo punto si avvicino’, mi tocco’ un braccio e mi disse “Lo vedi quello laggiu’, con giacca e pantaloni beige, che porta occhiali e sta davanti a te?”, e io “si, lo vedo, perche’? e’ il tuo commercialista, un paziente?” “no, quello e’ uno psicopatico, che non e’ uno psicotico, quello non e’ un malato” “cosa vorresti dire?” “un malato e’ uno che soffre a causa della sua malattia, noi proviamo a curarlo per alleviargli la sofferenza, quello invece non soffre, e’ soltanto un asociale, uno pericoloso, incontrarlo di notte quando in giro non c’e’ nessuno non e’ consigliabile, non si farebbe alcun scrupolo di piantarti un coltello nello stomaco, le persone come lui considerano la vita degli altri meno di zero, il suo posto non e’ una clinica psichiatrica, dovrebbe stare in una prigione, o almeno allontanato dalla comunita’. Provare a curarlo sarebbe solo tempo perso, tanto non cambiera’ mai il suo atteggiamento, appartiene potenzialmente alla categoria dei serial killer”. Non avevo mai guardato in faccia uno cosi, non dico che mi aspettassi di vedere chissa’ che, pero’ sembrava una persona molto tranquilla e ordinata, vestiva come un ragioniere di banca, chissa’ se avevo incrociato ancora persone cosi nella mia vita, senza saperlo. Poi siamo passati da C., il mio amico barista, e li c’era ruben, suo figlio, cosi abbiamo preso due bicchieri di vino fresco, seduti e appoggiati ai banchi di pietra. Non era di questo che volevo parlare, ma del mio stato d’animo, della nuova strategia nella mia guerra contro ansia e angoscia provocate dal senso di colpa. Avevo deciso di aggirare l’ostacolo, cioe’ di lasciarmi invadere la mente senza opporre alcuna resistenza, non avendo nulla da perdere tanto valeva provare. E stavolta, quando immancabilmente si presento’, non trovo’ alcuna resistenza da parte mia, compresi allora che quel demone non riusciva piu’ a trovare la carne di cui si nutriva, e si sentiva spiazzato, in difficolta’, paradossalmente trovando campo libero non sapeva piu’ che fare. Intanto io mi sforzavo di spostare il pensiero alle cose belle, ai momenti felici della mia vita, a quando ero bambino, a tutte le volte in cui non mi sentivo in colpa, quando ero vincente e pronto a sostenere le mie prove senza difficolta’, ed era chiara l’inferiorita’ intellettuale dei miei amici, quelli che da adulti sarebbero stati vincenti, allora io li potevo battere in tutto, con facilita’, e loro avevano soggezione di me. Cosi cominciai a rendermi conto che i demoni non ragionano come noi, loro attaccano quando trovano resistenza, il cibo di cui si nutrono e’ la nostra disperazione e paura. Guardavo il rosengarten con gli occhi e con la mente, e vedevo lassu’ la bellezza della vita, pensando che se l’avessi perduta dopo cinque minuti, non sarebbe cambiato nulla, andava vissuta cosi, e basta. Dovevo diventare padrone di cosa? ma di quello che potevo di me stesso, niente di meno e niente di piu’, di quello che non potevo, di quello che sbagliavo, non dovevo sentire colpa ne paura, e soprattutto niente vergogna, ecco la giusta strada verso il mio sconosciuto futuro. La natura umana e’ quella che e’, del giudizio degli altri non mi doveva importar nulla, quello non mi avrebbe cambiato sicuramente la situazione. Cosi’ riflettevo sul libero arbitrio, e ancora una volta ne ricavavo che e’ solo una parola assurda, che non esiste, quindi una pura invenzione usata solo per riempire le persone di sensi di colpa, fino a renderli inadeguati e inadatti, come se ad ogni passo che uno fa dovesse pensare che e’ responsabile delle sue conseguenze, sarebbe solo ridicolo e presuntuoso. Se uno sbaglia avendo cercato di fare bene non puo’ farci nulla, quindi non e’ colpevole di nulla, non si deve sentire addosso il peso della colpa e della vergogna, casomai comprendera’ meglio il suo limite. Sono sempre piu’ convinto che c’e’ un solo padrone dell’universo, il suo nome e’ destino, destino, e ancora destino. Il libero arbitrio e’ una porta virtuale, che si apre per far uscire alcuni dei tanti demoni mentali che ci portiamo dentro, maledetti e inconsapevoli figli nostri. Un vero demone l'avevo guardato in faccia poco prima, e non mi aveva spaventato affatto.
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Inserito il - 18/07/2007 :  11:06:39  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Alvin soffre il caldo?

Quanto lo odio quel pinguino, si spaccia per buonanima, non fa che parlare di santi, santini e buone azioni, ed e’ l’essenza del male represso che si porta dentro, subdolo e crudele. Chi e’ quello che ha detto ‘dio non gioca a dadi’? gia’ e’ vero, lui infatti preferisce il poker, ed e’ pure un gran baro, perche’ imbroglia sempre le carte. Ogni tanto mi passa una mano vincente, cosi alzo la posta, quando sul tavolo ci metto tutto quello che posso, lui all’ultimo momento tira fuori dalla manica qualche asso vincente e mi porta via tutto. Allora decido di ritirarmi dal tavolo, vado a giocare coi cattivi, usiamo caramelle come posta, e li mi fa vincere, cosi mi viene voglia di tornare al suo tavolo, e poi finisce come al solito, sempre cosi, quasi quasi mi fa piu’ noia che male. Ma ora basta poker, sono stato spennato abbastanza, lascio il gioco e mi ritiro, mettersi a giocare con le carte truccate e’ proprio da scemi. Cosi sono andato da una zingara e mi sono fatto leggere la mano, lei ha detto tante belle cose, pero’ che un incrocio sulle linee non andava. “Che cosa significa questo incrocio?, parla zingara’” ma lei e’ stata evasiva, “imbrogliona” le ho detto, poi l’ho mandata al diavolo, e mi sono fatto un giro all’aria aperta. Nei giardini c’era un chiosco, ho preso una birra ghiacciata, mi sono acceso una sigaretta e mi sono messo a pensare mentre osservavo le mamme, e i bambini che andavano su e giu’ dallo scivolo. Loro sembravano innocenti, chissa’ se lo erano davvero, e se sul loro DNA fosse gia’ stato scritto il loro destino? , in questo caso alcuni erano destinati all’inferno prima ancora di nascere, se fossi riuscito ad individuarli avrei potuto ucciderli, anzi forse avrei dovuto. Non credo alle teorie sociali, quelle sono solo eccezioni, casi sporadici, le eccezioni che confermano la regola, che non si smentisce mai, dentro di lei c’e’ sempre il trucco, basta pensare al grande “baro” che mi ha sempre fottuto quando ero convinto di avere la mano vincente. Perche’ continuavo a tornare a quel tavolo, sono soltanto un cane di pavlov, un condannato al mondo delle marionette? Se mi liberassi dell’istinto e dei sentimenti potrei essere logico, freddo, cosi riuscirei ad uscirne, a smettere, ma in tal caso perderei la possibilita’ di essere felice, in ogni caso gran bella scelta, tra tristezza priva di senso. Ad un certo punto mi sono alzato, mi sono avvicinato al parco giochi dei bambini, li osservavo da vicino, mentre leggevo nello sguardo delle loro mamme cio’ che pensavano di me, ma nulla era piu’ sbagliato di quello che stava nella testa di quelle povere sciocche. Forse stavo diventando pazzo, o forse avevo capito tutto, le due cose possono anche coincidere? poi me ne sono andato, ho proseguito per la mia strada, in fondo al viale c’era sempre il tavolo delle illusioni che mi aspettava.
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Inserito il - 20/07/2007 :  01:06:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il problema della scala

Che strana scala, dovrebbero esserci circa venti gradini tra un piano e l’altro, siccome devo andare al quarto piano, farebbero circa ottanta gradini in tutto, non sono tanti, e allora perche’ non riesco ad arrivare al mio appuntamento con lei, sono convinto di averne fatti molti, molti di piu’, ma non riesco piu’ a contare, sono spariti i numeri, che sta succedendo?. Pero’, il panorama qui e’ bellissimo, riesco a vedere tutto quello che voglio, mi sento in un sogno, ma devo stare attento, troppa bellezza puo’ distruggere, perche’ offende la sensibilita’ umana, come l’offende tener l’orecchio accanto ad uno stereo a tutto volume, per quanto la musica possa essere bella essa si trasforma diventando solo un dolore, acuto e insopportabile, che sconquassa il cervello e confonde la mente, forse e’ per questo che non sono ancora riuscito ad arrivare a lei. Anzi non riesco nemmeno a capire a che piano mi trovo, non vedo piu’ alcuna indicazione. Intanto sono entrato in un paesaggio italiano, di quelli che hanno ispirato e spinto dal nord europa al nostro paese molti artisti alcuni secoli fa, intrisi di neoclassicismo e simbolismo. Cipressi, rovine, mare, roccia, e poche persone, spesso non umane, tutto avvolto da un sole mediterraneo, che si perde in un contrasto di malinconia e mistero. Memorie di una vita interiore passata, forse mai esistita, grande e perduta per sempre, perfetta perche’ morta, quindi immortale, che emerge dall’oblio del tempo attraverso il sogno. Quando sembra di poterla toccare, diventa un fantasma che svanisce nell’ombra, un’opera d’arte non appartiene al mondo reale, e’ pura intuizione dello spirito, non si puo’ afferrare, ci si puo’ solo illudere. Sono costretto a proseguire anche se adesso sto male, mi gira la testa, sono stanco e vorrei morire, per dissolvermi e appartenere a questo posto, ma non ho il coraggio, quindi non ho una scelta, inoltre la partenza di questa scala non esiste piu’, forse e’ stata divorata dal paesaggio, quindi non posso tornare indietro. Mi interrogo e mi rispondo “ma non hai ancora capito?”, “si, certo, sono entrato in un altro mondo, senza inizio ne fine, e lei e’ qui, l’ho sempre saputo, ma non l’ho mai voluto ammettere, percio’ voglio tentare di prenderla, anche se non so come fare a possedere un’ombra”. La realta’ vista con questi occhi e’ piccola e limitata, qui mi sembra di stare nell’infinito, e questo per me e’ troppo, sono un semplice mortale, ma se sono qui significa che e’ il destino, percio’ basta domande. Ho solo paura che non potro’ resistere a lungo in questo posto, dove i numeri non esistono, e dire ‘quarto piano’ non ha senso, quattro o un milione sono la stessa cosa, il display del mio cellulare non si riesce nemmeno a leggerlo, ma lei dove sara’ adesso? So che e’ qui, vicina. Vicina?, vicina o lontana qui non dice nulla. Un gioco mi ha promesso che questa scala mi portera’ in paradiso, mi portera’ da lei, immagine perfetta e pura come un cristallo, ma qui non resisto, mi sento scoppiare, e di lui non mi fido.

Povero Alvin, lasciamolo li, il mio piccolo esploratore di mondi, la mia cavia. So che lo tratto male, ma cosi posso comandarlo, lui non deve prendere il sopravvento su di me, Mai. Potrei ucciderlo, per pieta’, e lasciarlo per sempre in quel mondo, rendendolo felice, ma non me la sento, non voglio far del male a me stesso. E ora lo mando a nanna, se lo lascio li va fuori di testa, quindi lo tolgo e lo metto nel foglio, poi si vedra’. Ora spengo lo stereo, mi apro una birra fresca, accendo la tv e buona notte.
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Inserito il - 24/07/2007 :  10:06:16  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
poltrona per due

Ti ho visto, piccolo furfantello, ti sei nascosto nel caminetto, stai provando a salire e ad uscire dal tetto per infilarti nel corpo di qualche uccello dal becco grosso e dal volo goffo, uno di quelli che stanno sempre lassu’, a studiarmi, sai bene che non li sopporto, potessi sterminarli lo farei immediatamente, quanto li odio. Ti conviene scendere subito, e tornare qui, o ti spedisco da qualche parte dove ti faro’ provare il brivido del dolore piu’ intenso, sai perfettamente che lo farei, non ho piu’ scrupoli ne pieta’ per tipi come te, l’ho finita da un pezzo. Ti sei insinuato nella mia infanzia nascondendoti tra le pieghe della mia mente, attorcigliandoti ai neuroni della mia coscienza, a volte per soffocarla, come puoi pensare che ti lascero’ andare, solo per soddisfare un tuo sciocco desiderio di liberta’?. Ti ho fatto uscire perche’ mi stavi rodendo il cervello, ci hai scavato dentro come un tarlo nutrendoti di me per tutto questo tempo, adesso ho voluto portarti alla luce del sole, mai pensato di liberarti, di lasciarti fuggire col bottino sulle spalle, non voglio piu’ farmi del male. Devo ammettere pero’ che sei svelto, ti sei adattato subito, al punto di considerarti indipendente e tentare la fuga, ma la tua vita mi appartiene, come mi appartiene un braccio, credevi di potermela sottrarre come nulla fosse, senza che me ne accorgessi? come un ladruncolo qualsiasi?, ma ti puniro’, ti terro’ al guinzaglio e mi obbedirai senza fiatare, anzi d’ora in poi ti sottometterai ai miei capricci. E ti maltrattero’, cosi non scorderai mai chi comanda, mi vendichero’ pure di tutto il male che mi hai fatto, e se ti ribellerai ti ricaccero’ da dove sei venuto, ma stavolta ti seppelliro’ in qualche angolo remoto della mia mente, dove ti dimentichero’, l’oblio sara’ la tua tomba, un sarcofago dove non potrai piu’ nuocere. Quindi non deludermi, ti faccio piu’ intelligente, non hai pensato che i profumi e le sensazioni erano miei?, sono io che alimento la nostra anima; la trascendenza che tu hai portato, spesso danno piu’ che dono, mi ha intossicato. Quindi meglio che realizzi bene la situazione, cerchiamo di convivere, e se non possiamo in armonia totale, almeno nel miglior compromesso, con l'equilibrio indispensabile per sopportare l’esistenza che rimane. Ma saro’ io a decidere, sempre, niente elezioni qui.
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