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Inserito il - 21/10/2007 :  17:49:15  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

'immortali mortali, mortali immortali, viventi la loro morte e morienti la loro vita' (eraclito)

[img]http://imgsrc.hubblesite.org/hu/db/2007/35/images/a/formats/small_web.jpg[/img]

Dall'alto osservava la battaglia, per lui era tutto abbastanza chiaro, anche se spaventosamente chiaro. Conosceva bene il destino di quella massa di uomini che stavano combattendo, e ne conosceva molto bene anche le regole, per lui naturali come lo potevano essere le tempeste e i terremoti, percio' anche la morte e il sangue lo erano, e mentre guardava da lassu' i suoi pensieri scorrevano calmi e tranquilli, come si sentiva lui. Poi si avvicino', e quella massa comincio' a delinearsi in forme sempre piu' distinte, uomini che correvano sparando con le baionette in mezzo alla polvere, si avvicino' ancora un po', le figure comiciavano a prendere una sagoma sempre piu' umana, distingueva le gambe e le braccia, notava la loro testa con quegli strani cappelli, e le divise turchine delle truppe dell'imperatore, che sparavano contro quelle con la divisa rossa e quella bianca, facendosi sempre piu definite. Ancora un po', ecco, cominciava a vederli in faccia, riconosceva le loro facce sudate e sporche di polvere, piene di rabbia e di paura. Scese ancora, trovandosi sempre piu' vicino, in mezzo ai proiettili, che non gli facevano nulla, per lui erano meno di mosche fastidiose, finche' si trovo' cosi vicino da avere davanti a lui un solo uomo, sentiva il suo respiro affannoso, ma non era ancora abbastanza, cosi si porto' faccia a faccia, guardandolo nei suoi occhi grandi e azzurri, che occupavano tutta la sua visuale; poi avanzo' ancora, curioso gli entro' dentro attraverso gli occhi, come se niente fosse, il soldato non si accorse di quel che stava accadendo, era troppo concentrato nel combattimento che impegnava tutta la sua attenzione, e il dio era trasparente, quasi invisibile. Quando fu dentro il panorama era totalmente cambiato rispetto a prima, e il dio con sorpresa scopri' che quello era un altro mondo, di cui non aveva mai sospettato l'esistenza, si trattava di un nuovo universo, ignoto, infinito, pieno di stelle. In quel mondo inaspettato dove galleggiava disorientato, le sue sicurezze cominciarono a vacillare, in quegli infiniti spazi senti' la vertigine di quel luogo immenso, era troppo anche per lui. Aveva smarrito anche il senso del tempo, non riusciva piu' ad afferrare il suo scorrere, si sentiva sempre piu' sperduto, solo e indifeso, in balia di molte, troppe cose che non immaginava e che lo terrorizzavano, preso alla sprovvista si senti' disorientato e perso, si mise a tremare come una foglia, e per la prima volta conobbe la paura. Desiderava solo fuggire da quell'universo sconosciuto, dove non riusciva nemmeno a capire da quanto tempo si trovasse, un secondo, un anno, un'eternita', si sentiva completamente in balia di forze che non riusciva a controllare, quando improvvisamente esso inizio' a collassare implodendo su se stesso, consumandosi velocemente. Era diventato piccolo, una pallina, e continuava ancora a rimpicciolirsi, finche' tutte le stelle si spensero e scomparve, e il dio riusci' ad uscire, attraverso gli stessi occhi azzurri da cui era entrato. L'uomo giaceva a terra supino, il petto squarciato da una scheggia di palla di cannone, il corpo intriso di sangue, e gli occhi aperti che guardavano il cielo, vitrei come il ghiaccio, era morto. Il dio si allontano' fuggendo senza voltarsi, disperato e ansimante, sentendosi alle spalle la sua stessa paura che lo rincorreva, come se volesse prenderlo e ucciderlo. Comprese che quell'anima era diventata infinita, ma non per opera sua, qualcosa l'aveva trasformata, rendendola oscura ed estranea a lui, e quello che aveva visto e sperimentato, la grandezza, la bellezza e la tragicita' di quel mondo immenso a lui sconosciuto l'aveva molto spaventato, e non l'avrebbe piu' scordato. Quando fu abbastanza lontano riusci' a calmarsi, e divenne rosso di rabbia, ma gli rimase la paura di quell'esperienza, decise allora che si sarebbe allontanato per sempre dagli uomini, che egli stesso aveva creato, e li ripudio'. Penso' che da quel momento li avrebbe temuti e forse combattuti, perche' diffidava di loro, comprese che non avrebbe mai potuto conoscerli totalmente, e che il pozzo senza fondo della loro anima poteva essere per lui una trappola mortale, distruggendolo; questo per lui era intollerabile.
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Inserito il - 03/11/2007 :  00:10:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
la casa degli specchi

[img]http://www.marketingblog.it/itcommenti/Specchi%20e%20riflessi.jpg[/img]

Quando il dolore fu troppo lei arrivo', la metamorfosi, una cosa naturale, come il serpente che cambia la pelle, o il verme che diventa farfalla, e lui si vesti' di una nuova anima, gettando via quella vecchia, senza accorgersi che stava cambiando. Si guardo' nello specchio “io sono io, io sono io, io sono io ...io sono sempre io, ma chi sono io ?” e poi ”no, basta, ora penso a loro, altrimenti... loro sono sempre gli stessi, sono sempre loro, non e' successo nulla, dovrebbe forse accadere qualcosa da quando sono entrato in questa casa? sono sempre io, e qui tutto e' fermo, immobile esattamente come da quando sono entrato, io sono sempre io”. Si chiedeva perche' si facesse domande cosi stupide, convinto che non fosse davvero il caso, e nella sua testa che si sentiva girare come una trottola, pensava che forse era rimasto troppo ad osservare le sue immagini riflettersi in quelle moltitudini di specchi, sapeva che uno specchio mostrava sempre qualcosa di terribile e spaventoso a chi gli si accostava troppo a lungo fissandolo, avrebbe potuto scavargli nel fondo svegliando tutte le altre anime, imprigionate laggiu', nell'abisso del tempo, quelle che non dovevano essere svegliate, perche' tutto cio' che non era mai stato, non doveva essere, avrebbe potuto rovesciare le cose, il potere degli specchi era tremendo. Ma da quando la porta della casa degli specchi si era aperta, lui non era piu' lo stesso; un vento leggero, l'aria fresca del mondo esterno entrava attraverso quella porta spalancata, e lui cambiava profondamente, dopo tanto tempo. Quel venticello alzava un po' di polvere, era solo un po' del tempo che si era posato, fissandosi immobile in quel non essere, ma che importava, a chi poteva importare? nessuno si sarebbe accorto se lui fosse o non fosse tornato, nemmeno che da quel momento, quello che lui voleva essere sarebbe stato. Il destino attraverso il dolore gli aveva restituito il potere che tanto tempo prima gli aveva tolto, cosi' lui si sentiva di nuovo forte e invincibile, un gigante in mezzo ai nani, anche se la polvere del tempo che stava immobile l'aveva segnato per sempre. Avrebbe camminato, avrebbe viaggiato ancora nel mondo dei nani, si sarebbe fermato a parlare con chiunque lungo la sua strada, e avrebbe potuto fare qualsiasi cosa se avesse voluto, tanto nessuno si sarebbe accorto ne' stupito di nulla, i nani erano quasi ciechi, la loro mente era limitata. Dopo tutto quel tempo passato nelle stanze di quella casa vecchia e solitaria -seppellito dal dolore, dalla polvere del tempo e dall'orrore dei suoi specchi- lui era cambiato, era tornato, ma non sarebbe piu' stato lo stesso di prima. Intanto il sole -che era entrato dalle finestre, e riflettendosi negli specchi generava una luce fortissima, illuminando tutta la casa con una miriade di figure splendenti, anche se erano solo illusioni- se ne ando', per lasciare il posto alla notte, colorata e vestita da sposa, perennemente pronta a ricevere quella luce bianca, che fino a poco prima bruciava e accecava cosi forte da essere quasi insopportabile. La sposa piangeva aspettando d'incontrare il suo sposo, come faceva ogni giorno da sempre, mentre lui guardava la porta, salutava tutti e spariva per sempre, immergendosi nell'oscurita'. Era sempre stato cosi, tutto era sempre stato cosi, lui si lasciava tutto alle spalle, dimenticandosi di quella casa e dei suoi fantasmi. E mentre Atena volava via, libera, come se tutto fosse sempre stato cosi, lei immortale e la metamorfosi completata, tutte le cose tornarono al loro posto, nessuno si era accorto di nulla, i nani dormivano ancora nei loro letti. E il ranocchio saltellando arrivo' infine allo stagno, e si tuffo' gracidando, dopo tutto quel tempo, sotto la pallida luna come se nulla fosse accaduto.
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Inserito il - 04/11/2007 :  22:21:32  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
altro mondo

[img]http://imagecache2.allposters.com/images/pic/20/PRO5ESC.JPG[/img]


L'acqua del lago, fresca e limpidissima, occupava il grande cratere naturale di quella valle, circondata dai boschi che avevano invaso tutte le montagne attorno. Lui osservava la sponda opposta, e i boschi che salivano, sembrava attraversassero le montagne per perdersi chissà dove, in luoghi che lui non conosceva e di cui non sapeva nulla, chissà cosa c'era oltre, e dove finivano, cosi in quel grande silenzio la sua fantasia li portava in qualunque luogo, dove la sua mente poteva arrivare, facendoli proseguire senza fine. Il pensiero della conoscenza limitata che aveva di quel posto gli dava un certo piacere, perché poteva controllarlo e costruirlo con la fantasia, lasciando vagare la sua immaginazione liberamente, conformemente al suo umore, o al suo stato d'animo, e questo gli procurava un senso di potenza quasi illimitata. Mentre faceva questi pensieri stava seduto sulla sponda, tra i sassi della riva, dove finiva il bosco alle sue spalle, sotto un sole tiepido e stanco, vicino a lui una sorgente d'acqua, un piccolo rivo che entrava nel lago per scomparire nelle sue profondità, mescolando le sue acque con quelle del lago senza produrre alcun rumore. Non c'era un filo di vento, nessun uccello in cielo, non si udiva alcun cinguettio o rumore di altri animali provenire dal bosco, nessun suono proveniva da alcuna parte, la superficie del lago era perfettamente liscia e piatta, tutto era immobile in quel perfetto silenzio, e questo lo faceva sentire ancora più solo di quanto già non fosse. Era rimasto l'ultimo essere vivente del pianeta, proprio lui, l'ultimo discendente di una razza superiore che lo aveva dominato da tempi ancestrali, cosi lontani che si era perso anche il loro ricordo, una razza giunta alla fine della sua storia, agli sgoccioli della sua esistenza. Ma in mezzo alla bellezza del panorama grandioso e immobile di quella serata imminente tutto questo non gli importava più, si sentiva spettatore unico di un teatro immenso, mentre assaporava la sua fine come una liberazione. Se ne sarebbe andato sognando la bellezza, trovandosi esattamente al centro di un'opera d'arte, cosi pensava che il destino nella sua crudeltà, o forse nella sua giustizia, era stato pietoso con lui, e di questo lo ringraziava in fondo al suo cuore, mentre aspettava che la sua barca senza passeggeri venisse a caricarlo, da sola, per farlo salire e trasportarlo nel suo ultimo viaggio verso il nulla, oltre ogni orizzonte. In quel momento era ancora un punto scuro, al confine tra la terra e il cielo, si muoveva lenta, per non produrre onde su quel lago, e non sarebbe arrivata prima della notte. Sapeva che dopo di lui, il mondo sarebbe ricaduto nel caos, si sarebbe coperto con un velo di oblio destinato a durare milioni di anni, forse un'eternità, prima che un'altra razza potesse riuscire a riportare in vita l'idea della grandezza, ma a lui tutto questo non interessava più. Per lui ormai erano solo dettagli, la fine del mondo, il sole che stava tramontando in quella dolce serata lo stava lasciando per sempre, e in ogni caso qualunque pensiero avesse fatto non sarebbe cambiato più nulla. Allora si distese in attesa della sua ora sulla riva di quel lago silenzioso, addormentandosi profondamente in quel tiepido tramonto di settembre, sotto lo sguardo fisso del sole che sembrava morire con lui lentamente e indifferente, per far posto alle stelle, da loro lui era arrivato nel buio di una notte, e con loro si sarebbe ricongiunto, chiudendo il cerchio, per sempre.
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Inserito il - 05/11/2007 :  11:53:10  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
universo a curvatura

[img]http://www.sciencedaily.com/images/2007/10/071016131439-thumb.jpg[/img]

i piccoli cani si spaventano desiderando tutto cio' che sta oltre la catena che li tiene legati alla loro amata cuccia, perche' non possono e non vogliono acchiapparlo, la contraddizione allora li rende frustrati. Cosi ululano e abbaiano alla luna finche' incurvano i loro pensieri, trasformandoli in ossicini a forma di cerchio adatti ai loro denti, che mordono quietandosi, poi si addormentano pieni di sogni.(Alvin)
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Inserito il - 18/11/2007 :  16:04:27  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

Mnemosine

[img]http://imagecache2.allposters.com/images/pic/BRGPOD/146441~Sacred-Grove-1886-Posters.jpg[/img]

Sigaro acceso, sguardo torvo, lui era sempre la'. Tutti sapevano di lui, immobile davanti alla porta del dolore, tutti lo notavano entrando per affrontare quel percorso obbligatorio nella loro esistenza, tutti si chiedevano chi fosse, ma nessuno aveva la voglia e nemmeno il coraggio di indagare quella presenza, nessuno era veramente interessato ad una risposta, la loro mente era occupata dalla pena inevitabile che si apprestavano a scontare. Quando passavano in silenzio davanti a quel grande e nero uccello, dal becco e gli occhi nerissimi che li fissava, erano certi solamente che non era il guardiano dell'orrore, la porta non aveva un guardiano, quindi pensavano solo che lui era li, immobile solitaria e cupa presenza, forse un misterioso simbolo che provocava un freddo brivido nella schiena degli uomini che gli passavano accanto. L'uccello stava li da quando esisteva la porta, o forse da prima, forse era collegato alla porta, ma questa certezza non la possedeva nessuno. Quell'enorme porta, l'ingresso del percorso del dolore, serviva a far scontare agli uomini la loro colpa, la colpa di esistere, le regole erano queste, e loro le avevano accettate, supinamente rassegnati a cancellare il loro presunto peccato con la sofferenza, un pedaggio richiesto dal destino, un fuoco di purificazione, obbligatoria pretesa di un qualche dio sconosciuto e inappellabile. Quando la chiamata giungeva tutti si presentavano, perché tutto doveva procedere cosi, la regola era inviolabile quindi si doveva attraversare quella porta per patire il dolore, e intanto il tempo scorrendo consumava le cose e la loro vita, in quell'assurda e accettata crudeltà cui nessuno poteva o sapeva rifiutarsi. Nelle loro teste tutto questo sembrava normale, chiaro e semplice, entravano e pagavano il loro tributo. L'aspetto di quel nero uccello era cupo e sinistro, il fumo del suo sigaro puzzolente sempre acceso si disperdeva nell'aria, ondeggiando e inseguendo le onde bizzarre del tempo, senza fretta, ostile, la sua figura non aveva eta', come fosse davanti a quella porta da quando le stelle avevano iniziato a brillare nel cielo. Alvin aveva provato a sfuggire a quel supplizio confondendosi nell'anonimato della sua vita, si era rinchiuso nella sua casa, nascosto tra quelle vecchie mura dimenticate. Ma era conscio che non poteva sfuggire in eterno, come tutti gli umani era stato sottoposto al sacro rito della salvezza, i sacerdoti del dio della porta del dolore e della purificazione lo avevano condotto al lago della Memoria, per berne la sua acqua gelida e pronunciare le parole misteriose del suo rituale: “ - io sono figlio della terra e del cielo stellato; ma la mia razza E' del Cielo soltanto. Questo lo sapete da voi. E, mirate, io sono arso dalla sete e perisco. Datemi presto l'acqua fredda che sgorga dal Lago della Memoria - . E da se stessi essi ti daranno da bere dalla sacra fonte e da allora tu avrai signoria fra gli altri eroi...tu che hai sofferto le sofferenze..Tu sei divenuto Dio da Uomo” percio' era sicuro di non avere scampo. In una notte invernale, mentre tutte le cose erano avvolte dal silenzio di una nebbia impenetrabile, sentendosi nascosto e al riparo, evocò la morte, preferendo rinunciare alla vita piuttosto che attraversare la porta e dover passare senza motivo in quell'orrore ingiusto e cieco, non voleva rassegnarsi al suo destino. La morte giunse dopo un po', credeva di essere venuta a prendere la sua vita. Quando A. la vide le disse: “dimmi Signora Morte, e' tua la porta del dolore? voglio conoscere il motivo di tanta crudeltà, non voglio entrare senza sapere, preferisco seguirti ora e perdere la mia vita piuttosto che entrare laggiù, se queste sono le condizioni, ti prego rispondimi”, la morte rimase un po' sorpresa da quella inaspettata richiesta, poi gli rispose: ”sciocchi umani che non riuscite più a separare la verità dalla menzogna, siete abituati a calpestarla da troppo tempo per poterla ancora distinguere, nemmeno quando sta proprio davanti ai vostri occhi, in apparenza cosi profondi. Essa é già tutta scritta, basta leggere gli antichi testi per capire, quella porta e' dell'uccello, il mostro che orfeo ha trascinato dall'inferno al posto della sua amata, si chiama vendetta. Quel demone quando usci' dagli inferi, con l'aiuto di uomini scellerati uccise dioniso, dio dell'innocenza e della giovinezza, poi disseminò la terra coi suoi sacerdoti, dalla tonaca nera come le sue piume, essi hanno lo scopo di convincere gli uomini a riscattare il peccato dell'esistenza col dolore. Li immergono allora nelle acque del lago della Memoria per segnare e confondere le loro menti, in quell'acqua gli uomini dimenticano il senso della loro esistenza, uscendone con la convinzione del dolore da scontare, soddisfacendo cosi l'insaziabile fame del demone, che si nutre del loro dolore. Questo inutile e falso mistero quindi non e' che una sciocca menzogna, solo per saziare il ripugnante appetito di quel malvagio essere. Sappi che io sola sono il vero e unico peccato umano da scontare, l'unico mistero, l'attimo di quel salto nell'abisso a cui nessuno può sfuggire e che tutti conoscono. Devi smascherare e uccidere quell' uccello, quel mostro, l'unico modo in cui lo puoi fare e' ritrovare il senso della tua piccola esistenza. Questo soltanto e' stato concesso a voi umani, ma con la vostra stoltezza siete riusciti a perderlo e distruggerlo per ben tre volte. Impara a badare a te stesso, non rovinare il tuo unico momento per nutrire un demonio, ecco come sono le cose”. Poi aggiunse: “pensavo di essere stata chiamata per portarti con me, ma non e' il momento. Addio mico mio, ma ci rivedremo, questa e' una certezza” poi si avvolse nel suo mantello bianco, e lentamente si dissolse nella nebbia.

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Inserito il - 21/11/2007 :  15:11:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
bianco rosso giallo azzurro e nero, cinque sono i colori del sogno, e dell'oro

[img]http://www.portalartes.com.br/portal/imagens/golfinhos.jpg[/img]

Non voglio valige, non mi servono più.
Sono stanco di trascinarmi appesantito in mezzo a tutte queste voci, che mi parlano sempre senza dirmi nulla, sono stanco di tutte le facce ed i fantasmi che hanno riempito le mie valige, senza voglia di partire e senza voglia di rimanere, ho deciso che le lascerò a casa. E mi sento leggero, cosi leggero che un soffio di vento può trascinarmi via, mi lascerò trasportare, abbracciato dalla sua capricciosa e misteriosa volontà, d'ora in poi sarà anche la mia, e balleremo insieme, sospesi nel nulla. Faccio un saluto al sonno perso, alle colpe, all'angoscia pesante, alle interminabili notti di pianto senza lacrime, un saluto alle false promesse, pronte ad aspettarmi quando ero distratto, per poi partire sempre senza di me. Un saluto a tutti i ladri che hanno frugato nelle mie tasche per carpire i miei segreti, un saluto ai giudici, che mi hanno sempre accusato di ingratitudine per ottenere le chiavi della mia libertà, e un saluto finale anche alla tristezza e alla malinconia, e pure a tutta la pioggia che mi ha bagnato. Il vento ha deciso di portarmi con se, non ho rimpianti e sono leggero, vento portami con te, non posso più aspettare che la mia anima si consumi soffocando. Andremo dove si toccano il sole il cielo e il mare azzurro, andremo a guardare i delfini. Andremo dove le stelle brillano cosi luminose da poterle toccare, andremo dove la giovane settima luna dormirà accanto a me, mi parlerà della bellezza e mi stupirà sempre, fino al mio ultimo respiro. Non voglio valige, non mi servono più. (alvin)
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Inserito il - 16/12/2007 :  12:17:11  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
i ciclopi

[img]http://www.adnkronos.com/IGN/Pcm/data/Pcm/lefoto/2006/lug/imago/antf/f2.jpg[/img]


In fondo al mare i pesci nuotano scivolando veloci lungo gli oscuri incroci delle correnti, mentre in cielo sopra la vetta volano i rapaci, sospesi lassù osservano il mare e le formiche umane che si agitano lungo la costa. La giornata e' limpidissima, e dalla fredda Enna si vede il vulcano, immenso, innevato, si staglia sopra la campagna, che ora è tutta verde. E intanto io sto qui, seduto col gomito appoggiato al parapetto della palafitta protesa sopra il mare scuro, davanti agli scogli dei ciclopi, mentre porgo annoiato il pane del pranzo ai gabbiani che svolazzano attorno, provando ad afferrarlo al volo dalle mie mani. Il sole e' basso, laggiù vicino al mare, così mi entra negli occhi e mi disturba i pensieri, vorrei avere delle lenti ancora più scure, il caldo della bellissima giornata per me non e' mai abbastanza caldo, quando penso che uno lavora una vita per poter riposarsi e andare a morire in pensione, attraversando il cielo senza accorgersi di nulla, cosi mi domando: “ma che senso ha tutto questo? certo non fa per me, ma non dovrebbe fare per nessuno, mah”, quante sciocchezze. Poi afferro con la mente tutti i miei sensi di colpa, impastati e fusi di rimpianti, rimorsi e forse sentimenti, li lancio laggiù in mezzo al mare davanti agli scogli, sprofonderanno raffreddandosi come quei grossi e neri massi di lava basaltica, per scomparire solidificandosi nello ionio senza fondo, quel pacco sarà un bel regalo per i posteri e io mi sentirò svuotato e più leggero. Sabato si sposa il barone, zen dalla pelle bianca e vellutata e' giovane e bellissima, gli occhi profondi e nerissimi come i suoi lunghi capelli, avrei voluto prima abbracciarla un'ultima volta, e stringere il suo corpo agile e sinuoso, il vestito rosso le casca addosso sempre perfetto, e io ho deciso, sabato non ci sarò. Ma andiamo, anche questo non ha senso, ulisse e' un'altra cosa, quindi e' ora di darci un taglio, prendo il primo volo e torno a nascondermi nella profondità della mia casa, le talpe devono tornare sotto terra, quello è il loro posto, non c'è niente da fare, sono semplicemente inadatte alla luce della superficie, come le immagini surreali che non capiscono mai quando e' il momento di scomparire, e poi chi si ricorderà di tutte queste visioni? lui me lo dice sempre, anche se abita dall'altra parte dello specchio. Conclusione? tornerò lo stesso, tornerò presto, tornerò sempre, perché quello è il mio mare, l'unico in cui riesco a nuotare.(Alvin)
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Inserito il - 18/12/2007 :  16:41:54  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ma...
[img]http://www.campingpuntalago.com/image/dovesiamo/icon_treno.gif[/img]
ma quando mai uno si interroga dei problemi risolti, di come si fa il caffe' con la moka, di un amore finito, della temperatura del vino; solo gli imbecilli fanno cosi, se uno e' fumatore lo sa, mica se lo domanda. Gli altri pensano ad altro, sono impegnati a guardare la notte fuori dal finestrino, cercando di capire dove va il treno, o a dormire. Tutto ciò che sta dietro appartiene al passato perfetto, quindi finito; piuttosto ciò che sta davanti e' il buio, che a volte impaurisce e toglie il sonno, ma senza quel buio non si puo' vivere, assolutamente. Il vero terrore e' che si illumini improvvisamente con una fastidiosissima luce bianca, mostrando la sagoma del controllore che sta arrivando, in fondo al corridoio.(Alvin)
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Inserito il - 27/12/2007 :  04:06:19  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

la linea sottile

[img]http://www.lmaxm.it/sgamableff/images/nosmoke/fiamming2.jpg[/img]


Tra scarafaggi vermi e insetti vari ho convissuto a lungo, anima e corpo, sempre tra i piedi, in quel maledetto sottosuolo nauseabondo, io che sono un'anima pura e buona in mezzo a tutta quella sporcizia, quello schifo sembrava non finire mai, come avevo fatto a trovarmi li, maledetto destino, e io innocente. Ma la nostra essenza e' forte, e' più forte, energia suprema che sempre spinge, spinge e spinge, vuole spararci fuori, alla superficie del nostro essere, per uscire come la lava di un vulcano, finchè esplode e non è certo colpa delle cose, allora, mentre sto volando in mezzo al blu guardo il cielo, mi sembra di vederlo per la prima volta, di toccarlo, che sensazione felice, è l'impossibile che si avvera, il miracolo di poter nuotare in tutto quell'azzurro sogno finito bene. Respiro ossigeno puro, mentre la sotto vedo il piccolo e oscuro buco dal quale sono appena uscito, con le unghie dei demoni che spuntano, cercando d'afferrarmi per riportarmi laggiù, come sono patetiche viste da qui, quando escono a tentoni da quel caldo e nauseabondo abisso, ma che schifo che fanno, che ribrezzo, meglio non pensarci, sono semplicemente un oscuro passato da dimenticare, niente di speciale. La passione, a dispetto di tutti coloro che ci hanno sfruttato attraverso le nostre debolezze per imbrogliarci e trattenerci all'inferno, spacciandolo per un bel posto, è qui ed ora, lei vive con l'ossigeno. Non so se dio esiste, non mi interessa neppure, ma questo cielo e' troppo bello e lo voglio respirare tutto a pieni polmoni, voglio sorridere con chi mi sa far sorridere, la mia incredibile settima luna che mi fa sentire ottimista. A tutti quei maledetti e infelici demoni porgo un sentito augurio di andare a farsi fottere, anzi mi piacerebbe ficcare in quel buco una bella tonnellata di diossina in polvere, come mio sentito saluto e ringraziamento, da ingoiarsi tutta, il mio senso di pietà ultimamente si e' un po' ridimensionato. Poi mi giro, mi guardo allo specchio, e lui sta li dietro, alle mie spalle, ma che fa, mi sorveglia?, lui e la sua squadra di maledetti diavoli, e allora ricominciano a tremarmi le gambe, cancellando tutto il mio ottimismo. Mi faccio la barba e la doccia, poi il bagno, mi lavo ancora, mi pulisco sfregandomi col sapone più forte, anzi ne uso un altro, magari più profumato, mi guardo nuovamente allo specchio, lui se la ride e io allora penso che mi sento ancora sporco, da certe cose non ci si può allontanare quando ti si appiccicano addosso, allora mi lascio appoggiare la sua lurida mano sulla mia spalla e mi rendo conto che anche laggiù, in fondo a quel maledetto buco pieno di solitudine e dolore, esiste un sentimento e una ragione, una casa, cosi mi volto a guardarlo. Gli angeli sono dappertutto, dipende dai punti di vista e in quella profonda miniera abita l'oro, usato per comprare il paradiso. Beh, in fondo che ho fatto? non ho che tolto di mezzo una piccola piantagione di bottiglie vuote, e mi sono sentito un eroe pronto per la medaglia; ora sto bene, saluto nuovamente e ringrazio tutti, sono pronto a ricominciare a piantarle, le bottiglie vuote s'intende. Tutto quell'ossigeno mi stava dando alla testa, come avessi vinto la guerra da solo, invece i miei compagni sono sempre pronti ad aiutarmi, eppoi il pericolo è scampato, anzi non so più nemmeno dove sia andato a finire, in mezzo a tutta questa pazzesca confusione. Un ultimo ragionamento; dunque le sigarette ci sono, il resto pure, che cosa mi manca di quello che volevo, che desideravo davvero? Nulla, cosi mi getto sul divano, sdraiato a pancia all'aria, mi lascio avvolgere da ottimistici pensieri, ne accendo una socchiudendo gli occhi e sorrido soddisfatto, io esisto e voi venite a me, vi sto aspettando, ma fate con calma, uno alla volta.(Alvin)


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Inserito il - 07/01/2008 :  15:40:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
cronache marziane, o semplice acidità di stomaco?

[img]http://www3.unifi.it/surfchem/solid/bardi/chimera/chariot_chimera300.jpg[/img]


Un paio di veloci colpi di pettine per sistemarmi i capelli, poi esco in strada a piedi, ed ecco, il mondo davanti a me ha cambiato aspetto, è più fresco, più dolce, tutta la tristezza dell'anima sembra cancellata da quei teneri movimenti sopra la mia testa. Che l'illusione sia utile, che ti cambi la prospettiva sarà forse vero, ma quando è pretendere troppo è troppo, quindi non può durare, non e' colpa del pettine sbagliato o di qualche bicchiere pieno di schifezze, o di pastiglie prese forse troppo in fretta in orari sbagliati, o dell'ascoltare distratto tante giuste sensate e intelligenti parole, il fatto è che tutto questo non mi basta mai, cosi dopo alcuni minuti la vista si appanna sgranando nuovamente il panorama, che torna così la solita vecchia storia, una foto impolverata in bianco e nero, anzi rosa bruciacchiato d'altri tempi, quelli eroici dei nonni. Eh già, tutta la saggezza artificialmente acquisita decisamente è come un vuoto a perdere, la sua forma perfettamente sferica è quella di una bolla di sapone, perché dopo un po immancabilmente fa puff... scompare. A furia di pensare e immaginare uno può anche buttarsi dalla finestra e convincersi di poter volare, io però non ho mai provato e non ho alcuna intenzione di farlo, non credo più alle proprietà terapeutiche del sapone. Sono solo rumori che escono dal cervello, posto appena un po sotto i capelli, ma mal posizionato rispetto all'anima, lei se ne sta sempre nascosta e in disparte, irraggiungibile, ecco il difetto, e allora tutti i pensieri diventano parole silenziose che si perdono dissolvendosi nel nulla, inutile raccontarsi balle, quel che vogliamo non è ciò che è, la loro forza non basta nemmeno a scacciare il sospetto che non siano nemmeno quello. I pensieri sono come il profumo, essenze, non è cosi facile ma si possono anche intessere su bianchi fogli di carta per cercare di fissarli, ma alla fine la loro sostanza è sempre e comunque quella, si finisce per dimenticarla, questione di prima o poi, o di distanze, il circolo del serpente si richiude su se stesso mordendosi la coda senza inizio ne fine, e poi a chi importa realmente di questi inconsistenti e altrui ridicoli fantasmi, soprattutto personali. Al massimo può trastullarsi e illudersi un po col dispiacere altrui, ma comprendere lo sforzo fatto da chi per liberarsi ha cercato di dar loro una forma e una consistenza fino a renderli tangibili per poterli afferrare e imprigionare, per dargli un cosa e un chi, quello no, davvero non è possibile. Luce nera in cielo nero, solo due occhi azzurri luminosi e profondi sono rimasti a guardare in quell'oscurità, ma senza potere non vedono più nulla, sono spiati ed incompresi da quel buio infinito e minaccioso dove nessuno raccoglierà le loro lacrime, destinati ad esser gettati nella profondità di quel niente. Un giorno, un anno o un secondo, non fa alcuna differenza, tanto il tempo non perdona, è una dannata e inesorabile lumaca che attraversa la vita tappezzandola con la sua bava velenosa e fluorescente che appiccica tutti i ricordi ammuffendo le cose, rallenta i movimenti ogni giorno che passa, allo scopo di immobilizzarci e perderci in questa schifosa notte. Ogni tanto qui attorno, per completare l'opera e magari abbellire il panorama qualcuno persino si illude, imbottito di cinismo, o forse pensando ai posteri, cosi quando arriva la nausea non so più da che parte girarmi per andare a vomitare tutti quei pensieri, rigurgiti indigesti, sono loro che dettano le regole in quei momenti, le creature partorite dalla mente escono e camminano da sole, io le posso solo seguire con lo sguardo mentre si allontanano. Allora decido, mi trasformo in un rospo e poi non penso più a nulla, mi tuffo nello stagno e sparisco nuotando tra le alghe, fuggo e mi dimentico convinto di poter sentirmi meglio. Mi nascondo sotto la larga foglia di una ninfea in attesa del sorgere del sole, e mentre mi sento solo ed impaurito penso che la mia anima mi ha abbandonato. (Alvin)
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n/a
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Inserito il - 13/02/2008 :  17:04:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

il nido dei serpenti

[img]http://kids.bo.cnr.it/irrsaeer/amorepsiche/arte/immagini/banchetto_ombra.jpg [/img]

“Ma questa musica è bellissima” Alvin ad un certo punto borbottò dalla poltrona in cui stava sprofondato, poi aggiunse “l'hai messa tu, o viene da fuori?”, io gli risposi che non ne sapevo assolutamente nulla. Allora lui posò sul tavolo il bicchiere di vino che teneva in mano, si alzò e si mise ad andare su e giù per la casa, ascoltando anche dalle finestre per capire da dove giungesse. Quella musica non arrivava dalla casa, ma nemmeno da fuori, a quell'ora radio e stereo erano tutti spenti, e in giro non c'era nessuno, pareva uscisse dappertutto. Forse era solo nella nostra testa, associata al profumo della notte appena trascorsa, dolce e piacevole; erano le sei del mattino, entrambi eravamo stanchi e pieni di sonno, rientrati da una notte passata in giro per la città' in compagnia di amici, c'era stata la festa in onore del santo patrono, piena di gente e musica, ma poi anche gli ultimi locali avevano chiuso, ed eravamo tornati a casa a piedi, tirando calci alle lattine vuote e ai sacchetti di carta, ultimi ricordi della festa, di cui la strada era piena, e unico rumore rimasto. Poi quella musica misteriosa cessò, e mentre A. continuava a chiedersi da dove fosse venuta, stropicciando gli occhi disturbati dal sole basso dell'alba che stava entrando dalle imposte delle finestre rimaste aperte, io diedi un'altra occhiata all'orologio. Ormai erano quasi le sette e pensai che forse era troppo tardi per andare a letto, e soprattutto che dovevo smaltire le molte cose della notte, realizzai perciò che avevo necessità di un po' d'aria fresca per riprendermi, e volevo farlo da solo. Lasciai A. ad interrogarsi sulla musica disteso sul divano dove si stava appisolando, e me ne uscii a fare quattro passi, convinto che mi avrebbe fatto bene. Quando fui in strada decisi di andare nella zona del porto, perciò mi incamminai in quella direzione, precisamente verso il mercato del pesce, a curiosare tra i pescherecci rientrati da poco. Entrato nel porto attraversai la banchina e mi sistemai sedendomi sopra il muro di pietre nere poste a difesa dalle mareggiate, sotto di me il marciapiede della zona di attracco era pieno di persone, mi sentivo nel posto migliore per osservare tutto quello che accadeva attorno, perché stavo cinque o sei metri sopra quel viavai di persone, e potevo vedere bene le barche dei pescatori appena attraccate, e quelle che stavano rientrando in porto. Da lassù riuscivo a vedere abbastanza bene pure i banchetti dei fruttivendoli ambulanti, posti all'ingresso del mercato con i loro furgoni; ce n'era uno in particolare che gridava in continuazione a ogni donna che gli passava vicino: “chi mangia patate non muore mai... chi mangia patate non muore mai”, quasi tutte lo guardavano di traverso o lo ignoravano, ma lui sembrava infischiarsene, a me invece faceva sorridere, anche se l'idea di mangiar patate in quel momento mi faceva venire da vomitare. Intanto sentivo il profumo del mare, e il calore del sole che stava salendo lentamente alle mie spalle, insistendo ad accecarmi ogni volta che mi giravo verso di lui, come volesse impedirmi di distinguere le cose che accadevano verso il mare aperto; avevo scordato gli occhiali da sole e quando mi giravo mi mettevo le mani sulla fronte cercando di proteggermi gli occhi, il risultato non era un gran che, da quella parte sembrava tutto bianco e luccicante. La giornata comunque era limpidissima e fresca, io ero calmo e tranquillo, mi sentivo lontanissimo dalla terra, intesa come l'insieme di tutti i miei soliti pensieri. Qualcosa però mi disturbava, c'era qualcosa che non andava, nonostante l'atmosfera di quella mattina stupenda, immersa in tutta quella luce e in quei colori vivi dal contrasto netto, nonostante i profumi del mare e degli agrumi mescolati tra loro, nonostante l'umore e il vociare allegro della gente attorno a me. Guardavo la frutta e le verdure sui banchetti, le contrattazioni sul prezzo delle spigole a gesti e grida, non le avevo mai viste cosi grandi, più di 2 o 3 kg, appena pescate, era tutto perfetto, e allora mi chiedevo: “che cosa non funziona, perché sento questa specie di spaccatura nelle cose, come se il mondo avesse una crepa, una disarmonia, una anomalia, un disturbo, e mentre pensavo a tutte le definizioni possibili di questo mio sentire, la conclusione era sempre la stessa, è forse dentro di me?” Quella giornata era come un vestito che mi avvolgeva completamente, mi cadeva addosso perfetto, caldo e leggero, sollevandomi l'anima verso la bellezza e allontanando la tristezza, e allora perché non ero completamente felice, che cosa mi mancava? Mi misi a riflettere, e per capire provai a ripercorrere a ritroso con la mente ogni piccolo istante di quello che era accaduto, o stava accadendo, ma rimaneva sempre la sensazione di qualcosa che mi sfuggiva, di inafferrabile, la chiave per entrare in quel mondo; arrivai anche all'ipotesi metafisica che qualcuno non mi volesse. Finché si fece tardi, dovevo tornare a casa, così mi alzai e mi incamminai sopra quell'alto muro nero, alla mia sinistra stava sempre il sole che mi accecava, imbiancando tutto e impedendomi di guardare dalla sua parte. Mentre mi allontanavo sentivo quel vestito sfilarsi lentamente, per volare via lieve e andare a sciogliersi in quel sole e in quel mare. Se la vita è arte io avevo bussato a quella porta rimasta chiusa, e il tempo continuava a scorrere, inaridendosi sempre più velocemente, ma io avevo bussato.

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nelson dyar
c.s. infuocato


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Inserito il - 18/02/2008 :  19:49:07  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Il ritorno dello specchio


[img]http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/spettacoli_e_cultura/robbe-grillet/robbe-grillet/afp_12292227_08230.jpg[/img]


Dopo tutto non ho perso il mio tempo, anch'io mi sono dimenato, come chiunque altro, in questo universo aberrante.

(E.Cioran)
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 19/02/2008 :  12:57:34  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
L'ab-bero

[img]http://www.repubblicaletteraria.it/loghi_e_oggetti/tarocco_appeso1.jpg[/img]


In fondo la sola obiezione che un uomo potrebbe fare a questo "universo aberrante" (etimologicamente: che dunque va a zonzo, che non ha meta, che come le anime lussuriose di Dante e i cavalieri di Ariosto va di qua e di là, di su e di giù...) è che si muore: e quasi sempre al momento sbagliato. Sarà per colpa del paradigma giudaico-cristiano (cfr. Umberto Galimberti anche sull'ultimo D di Repubblica), ma da tempo è più diffusa la moda di seccarsi del fatto che si sta agonizzando, e che si preferirebbe essere un giovane Di Caprio piuttosto che un Socrate morente, delle cinture di Dolce & Gabbana. - Se si potesse almeno, come Bertoldo, scegliersi l'albero a cui farsi impiccare sarebbe già un altro paio di maniche. Basterebbe questa concessione da nulla all'ego, quest'inezia, che la vita ci apparirebbe molto meno ab-errante.

Modificato da - f.c. in data 27/11/2008 13:28:45
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nelson dyar
c.s. infuocato


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Inserito il - 19/02/2008 :  19:29:19  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Giustamente dici "ci apparirebbe". Perché in realtà lo sarebbe, aberrante, ancor di più.
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o_cugino
c.s. infuocato


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Inserito il - 27/11/2008 :  08:46:46  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
lettera spedita o cestinata? non lo confessero' mai

Sono solo, i miei piedi camminano sui grandi massi continuamente generati dalla realta', che li fa sporgere, in modo da formare un sentiero che percorre l'abisso del nulla, il quale invade tutto, lo sto pure respirando, e li distrugge alla stessa velocita' con cui si sono formati, e mi consuma. Ma non e' vero, sono solo un piccolo mentitore, perche' so bene che anche lui, il nulla, e' esso pure realta', la stessa che crea i massi, ma mi fa comodo pensare cosi e far finta che le cose non siano come sono, questa menzogna me l'hanno insegnata fin da quando ero bambino, per difendermi e illudermi in mezzo a quei massi, ma comincio a pensare che l'abbiano fatto anche per il sadico piacere di rendere il mio percorso semplicemente piu' crudele. Perche' il male sta tutto attorno, sopra e sotto, e dentro di me, in grande quantita', fa sparire i sassi appena calpestati, travestito dal dio del tempo, che non ha faccia e non perdona, lasciatemi almeno il ricordo delle strade percorse, del male fatto e ricevuto in abbondanza fin dal giorno in cui ho iniziato a girovagare senza meta in questi assurdi e insensati posti, dove qualcuno, come non bastasse, ha piantato le frecce dei cartelli tutte sbagliate, forse dio?. A quest'ora di notte sono particolarmente stanco, sento che ad ogni passo in questa stanza i miei fantasmi mi tormentano, vorrei solo che qualcuno di loro avesse almeno un po' di pieta', che magari sparisse qualcuno dei tanti demoni che mi hanno perennemente perseguitato e ostacolato, impedendomi di spiccare il volo e sparire in aria tutte le volte che era giusto farlo, invece niente, sempre addosso pure il ricordo di chi mi ha accompagnato per primo, tenendomi per mano senza dirmi nulla al riguardo, abbandonandomi nel momento piu' difficile, lasciandomi solo e senza difese, ma senza mai scordarsi di predicare la bonta', la bonta' e ancora la bonta', col risultato di far crescere rigogliosa la mia pianta dell'odio. Per consolarmi penso alla musica, una luce e un pensiero senza colpe, per calmare il mio sempre piu' ricorrente desiderio di distruzione totale, un insano piacere, il pensiero di poter spaccare letteralmente l'universo, altro che apprezzare il bene, mi sento tutto impregnato dal niente che mi soffoca, ma poi a pensarci bene che differenza fa?. E tu zen, dove sei finita, almeno tu, perche' sei sparita adesso?, perche' non mi accompagni in questa lenta notte che non vuole passare mai, voglio la musica, il passo sinuoso e lieve delle tue lunghe e affusolate gambe, vedere i tuoi lunghissimi e soffici capelli biondi galleggiare attorno alla tua testa. Si lo so, lo so che anche tu, come me, ora sei rintanata in un angolo buio e freddo e stai tremando come una foglia, che hai paura di tutto, anche del rumore piu' lieve che sembra un boato, ma non e' colpa mia, che colpa ho io di tutto questo, anzi perche' non mi chiami adesso, correrei subito da te, verrei a prenderti con un paio di bottiglie di quel vino che ti piace, cosi ci potremmo illudere ancora una volta di essere felici. Purtroppo so che questo non accadra', e che prenderai il tuo aereo da sola, io non ci saro', non posso e non voglio venire, e tu lo sai bene, come io so che probabilmente piangerai e mi dimenticherai, ma non sara' un lungo pianto, perche' anche questo fa parte delle cose della vita. Anzi forse non tornerai piu' qui, in questa terra che ti ha tanto deluso, derubato di tutti i tuoi sogni, mentre io ho ormai esaurito tutta la mia fantasia per poterti seguire, spariro' semplicemente nella banalita' di una vita sciocca, tra gente sciocca e meschina, e forse il mio male troppo soffocato esplodera' tutto in una volta sola, poi mi voltero' indietro e precipitero' nel buio del nulla, ma giuro che non dimentichero' mai i tuoi occhi dolci e il tuo sorriso incredibile, quello dei tempi migliori. Adesso pero' mi faccio un caffe', mi accendo una "malboro", poi una doccia calda e ti saluto, al diavolo pure tu, devo correre a prendere i regali.



Modificato da - o_cugino in data 27/11/2008 08:51:53
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