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campi giovanni
c.s. oltre


861 Messaggi

Inserito il - 13/01/2008 :  17:33:05  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

senza potere dispari


(D)

C‘era dunque, una volta, e più e più volte,
Colui, il quale, nato essendo una e più volte,
quel luogo abitava, fatto di nulla e nonnulla:
là abitava, nel bel mezzo del foglio che tutti
tien scritti, dove ognuno immobile sempre sta,
da sempre là, se pure movendosi, e per sempre.
Al centro di tutte le cose, Ario dunque stava,
capovolto sossopra sull’asse della vita, sulla
altalena, e appeso in attesa di venire in fine
e a capo d’andare: di vivere venendo alla luce
o alla luce andando di nascere. Come sia, Oro,
in vita invitato da, due volte nato, la dimora
aveva in quel luogo, ove la culla da nulla che
era, un letto diventava, di carte e di foglie:
un foglietto, su di cui, il destino d’uno solo
essendo miniato, il gran vento ventava; o vero
l’immenso foglio di carta, su di cui, di tutti
il destino contenendo scritto, un minimo vento
ventava, - l’alito o soffio di vita. – I venti
ventando allo stesso modo su di Colui, in fine
o a capo cullato, un beato sonno egli dormiva.
Stava dunque oro al centro delle cose tutte
Teneramente adagiato a mirare se stesso, o, di
Sé, l’image sua in sogno riflessa che, avvinta
Al cordone, giocava all’altalena. In vero oro,
in ricordo ora d’allora, un sogno sognava. Ben
strette, chiuse e racchiuse attorno al cordone
o filo, le mani sue giunte, come in preghiera,
e a quelle dell’Ore congiunte, man mano aveva;
e il piede leggero, sull’asse di vita, posato.
Passo dietro passo, sull’asse di vita, i primi
passi d’amor mossi, dall’amor delle Ore mossi,
Ario vedeva; in sogno, vedeva se stesso muover
come quel che, moto d’amore avendo, mosso era.
Verso dove, verso quale luogo Colui andava?
- in tanti si domandavano. Ugualmente: da dove
veniva, da quale luogo Colui veniva? Forse che
andava lento il piede movendo da dove veniva?
Nel mentre i primi passi lentamente muoveva
sull’asse della vita, passo dopo passo avanti,
o dietro, allo stesso modo; un passo indietro,
avanti l’altro, come in un gioco: come andava,
così veniva. In bilico in bilico sull’altalena
delle Ore dèe, l’uniche sue compagne di gioco,
sospinto ora verso l’alto e ora verso il basso
Oro era. Uno verso l’altro: sospinto era Ario.
Ario ora era chiamato dalle ore, e ora Oro,
ma era come dire lo stesso: Oro! Ario! – l’Ore
chiamavano; e chiamandolo in tal modo, amavano.
Amato era dunque Colui, e d’amor mosso. Ora
Oro chiamato era dal coro delle Ore, ora Ario:
caro Oro, Ario caro, mio bambino, dormi dormi,
piccolino! – la cantilena il coro cantava.
Do do, dormi dormi, do do! – la ninna nanna
il coro delle Ore, il dondolo dondolando, così
cantava; e allo stesso modo la culla cullando.
E Colui, così cullato, un beato sonno dormiva;
ma pur dormendo beato, tuttavia un sogno Colui
sognava: quale segno del destino suo, in fine,
o a capo, egli vedeva l’image di sé, riflessa,
come muoversi in cielo così muoversi in terra.
In sogno, Colui se stesso mirava e rimirava, o
la image di sé; riflesso: tale, Colui in sogno
era. E, come dentro lo specchio dell’anima, si
mirava e rimirava.
Do do, dondola il dondolo, dondola dondolo;
do do, dondola il dondolo, dondolando do do! –
Cu cu, culla la culla, cu cu; e culla la culla
cullando, cullando la culla cu cu! – delle Ore
il coro di cuore così cantava.
In sogno, soltanto in sogno Colui se stesso
mirava e rimirava; attraverso lo speculo della
sua anima, che si animava del moto dell’amore,
in terra immoto si vedeva muovere, o in cielo.
Quale segno del destino suo, finalmente infine
movendo da dove lentamente a dove, o movendosi
a capo, capovolto sopra l’asse della vita, Oro
andava, un passo dietro l’altro avanti; veniva
Ario avanti, un passo dietro l’altro, come in
un gioco. E in bilico in bilico sull’altalena,
dall’uniche sue compagne di gioco, le Ore dèe,
sospinto ora verso il basso e ora verso l’alto
Colui era. Oro verso ario: l’uno verso l’altro
sospinto era, ora in ricordo di allora.
Ora in ricordo di allora, a che il passato,
quel che è stato in passato, sia ora presente;
o allora in ricordo di ora, a che il presente,
quel che ora è il presente, sia stato passato:
Colui che dalle Ore - Oro! Ario! – chiamato era
e amato, e mosso, mosso dal moto d’amor d’ore,
- là, in quel luogo fuori luogo, altrove Colui
era, rispetto al dove, dove che sia o fosse.
Dove, dov’era quel luogo fuori luogo? Forse
era dovunque? O piuttosto era in nessun luogo?
- tali, erano le domande. Ma le risposte? – Al
che taluno ricorda: - quel luogo non era forse
partecipe dell’equoreo cielo, e del terricolo?
Così come la terra non era forse partecipe del
caelicolo? e il mare ugualmente come la terra?
E talaltro. – quel luogo non era forse là dove
l’incontro avvenne di Sole o Luna con l’onda o
la duna? Appunto là, nel centro, dove concepito
Colui fu? Là dove, in vita invitato e a venire
e a andare, nascendo, chiamato Oro fu dal coro
dell’Ore, o Ario? e così amato e mosso? d’amor
d’Ore mosso, e sospinto? L’uno verso l’altro –
Oro sospinto in alto era quando in basso ario,
o capovolti, in basso Oro e Ario in alto?
Dunque, in bilico in bilico sull’asse della
vita il piede leggero posato, le mani strette,
chiuse e racchiuse attorno al cordone, o filo,
dell’altalena, al centro delle cose tutte, nel
bel mezzo del foglio che tien scritto di tutti
il destino, teneramente adagiato, stava dunque
Colui a mirare se stesso o, di sé, l’image sua
che, un beato sonno dormendo, un sogno sognava
in ricordo ora di allora: - da nulla qual era,
la culla un letto diventava di carte e foglie,
- quel foglietto, appunto, o gran foglio, su
di cui, la ruota, giro girando, gira e rigira,
e il vento, venti ventando, venta e ventaglia;
e il dado, lo spigolo vivo rotolando, rotola e
rotola. Chiusi aveva gli occhi mentre dormiva,
e socchiusi mentre sognava: così voleva la dèa
bendata, se non cieca del tutto, quella che ha
il tempo nelle mani, e che reggendolo governa,
ora giro di ruota girando, ora soffio di vita,
o alito, ora gran vento ventando, ora, in fine,
tiro di dado tirando. Questa dèa, di fatti, il
cui nome Fortuna era, che in mano il filo e i
fili d’uno aveva e di tutti, di quanti sono
e siano, quel che vuole è quanto segue: che il
neonato, dall’Ore amato e mosso, d’amor mosso,
moto d’amor abbia che e al sonno e al sogno lo
conduca; e, quale segno del destino, gli occhi
li abbia chiusi o al più socchiusi a che veder
se stesso potesse, o l’image di sé, sì, ma sol-
tanto in sogno.
In sogno, soltanto in sogno Colui se stesso
mirava e rimirava; per volere degli dèi tutti,
o d’una dèa solo, attraverso lo specchio della
sua anima animata dall’immoto moto dell’amore,
in cielo se stessa vedeva muovere, o in terra.
Sopra l’asse della vita i primi passi muoveva,
da dove lentamente fino in fine a dove,
o a capo capovolto movendosi; un passo avanti,
dietro l’altro, o viceversa un passo indietro,
avanti l’altro, come nel gioco della altalena,
andava Oro sospinto verso dove, e Ario veniva.
Verso dove sospinto Colui era? Verso l’alto
In cielo, verso il terricolo, l’equoreo cielo?
Verso il basso, in terra, verso il mare magnum
della terra? – tali erano le domande di tanti.
E ancora: - dov’era questo luogo? forse ove il
dovunque? O dove il fuori luogo, nel nonunque?
Stava dunque Colui nel bel mezzo delle cose
tutte, giusto al centro del regno dimidiato, a
mirare e rimirare appunto quel che era attorno
a lui; e come quel che attorno quel che dentro
di lui era allo stesso modo mirava e rimirava.
E là abitava, in quella dimora, fatta come era
fatta di nulla e di nonnulla, avvolto in fasce,
o fasci, di carte e di foglie insieme, adagiato
teneramente a dormire un sonno beato, e così a
sognare, ora in ricordo di allora: la culla da
nulla qual era, un morbido letto diventava, su
di cui, lo si è più volte detto, il gran vento
ventava del destino suo, o su di cui l’alito o
soffio di vita, del destino di tutti, ventava.
Dunque Colui là abitava, nel regno di carte
E foglie, nella dimora dell’amore; in vero, la
culla, da nulla che era, dall’Ore cullata era,
e mossa, dall’amore delle Ore mossa, come quel
che moto d’amore ha. Passo passo, i primi passi
muoveva, colui, sull’asse della vita il piede,
leggero, posando; e sul cordone, o filo, della
altalena, le mani ben strette, chiese avendo e
racchiuse, man mano giungeva a chiedere aiuto.
Aiuto chiedeva in quanto una sorta di timor di
che, sulla sorte sua, lo prendeva; di una mano
soltanto, o di più e più mani, chiedeva aiuto.
Favorito dagli auspici, dagli auguri, Colui
essendo, le mani tenute aveva dalle mani delle
Ore e dalle mani dei Mani. Di fatti, in bilico
In bilico stando sull’asse della vita, leggero
Il piede posando e passo dietro passo movendo,
mano nella mano, i primi passi infine muoveva:
muoveva a capo i primi passi, mano nella mano.
Come nel gioco della altalena, ora Oro andava,
ora ario veniva; e viceversa: ora Ario andava,
ora oro veniva, ma sempre mano nella mano, con
le ore, con i Mani. Tale in vero era il volere
di dèi e dèe tutte, quale che segue: di donare
al neonato luce e vita quanto basta a che viva
una vita fatta di gioia, e più gioie infinite,
un mare, un mare di bene e felicità.
Andava dunque Colui amato com’era dall’Ore,
da dove movendo, come quel che moto d’amore ha,
veniva; perfetto era il moto, e immoto: andava
dunque Colui, come in cerchio, da dove veniva.
Dovunque era in vero quel luogo, nel bel mezzo
delle cose tutte, nel centro, o forse era solo
nonunque. Allo stesso modo in nessun luogo era
in vero quel luogo, come dire, nel mezzo delle
cose nulle era, nel centro; o, forse, era solo
dovunque. Dunque, quel luogo non era che fuori
luogo, era altrove, appunto là, dove dovunque,
dove nonunque: nel non luogo a procedere che è
tutti i luoghi e nessuno.

- Ma com’era cominciato tutto? –

C’era dunque Colei la quale, nata due volte
essendo, chiamata Aura era o Aria. Così l’Ore,
amandola, chiamavano: Aura! Aria! Ugualmente
chiamandola, amavano. Amata dall’Ore Colei era
e d’amor mossa; come quel che moto d’amore ha,
veniva dunque colei: d’immoto moto muovendosi,
da dove andava verso dove Colei dunque veniva.
Là era, in quel luogo fuori luogo; là abitava,
nel bel mezzo del tutto, al centro di nulle le
cose, come dire altrove. Altrove, sia rispetto
al nessun dove sia rispetto al dove qualsiasi.
Là abitava dunque Colei; e quel luogo fuori
luogo il suo regno o la sua dimora era, cotale
d’esser partecipe dell’amore di nebula e duna,
di che dir voleva. Se l’una del granulo cielo,
del deserto caelicolo l’altra, partecipi erano.
E l’una e l’altra erano abitate da re e corte,
da re e dèi, i quali tutti vite beate vivevano.
Tale era il luogo, cotali erano re e corte,
re e dèi: granula la natura del luogo essendo,
come di duna, e vaga, come di nebula, la forma
di corte re e dèi, il corpo loro, flebile era,
e frale. Di natura vaga e granula, dediti eran
tutti al vagolare. Tutti si diedero a dormire,
ma di un sonno che il loro non era; a sognare,
ma di un sogno che il loro non era. Corte re e
dèi, chi al sogno, chi al segno, chi al regno,
dediti erano, beati tutti o nessuno.
Cosa che fu o non fu solo in pochi sapevano.
Era leggenda che del luogo di re, corte e dèi,
del luogo di nebula e duna, di natura granula,
e vaga, non fosse rimasto nient’altro: niente,
se non dei minimi fili, e sottili; ma era solo
leggenda. Di fatti, in quel luogo fuori luogo,
fatto di nulla e nonnulla, una ragna il regno,
o la dimora, aveva, la cui tela era tale quale
una regina soltanto tessere poteva. Appunto in
tale luogo di tela, di carta e sabbia insieme,
tra dune caelicole e nebule granule, c’era una
volta Colei, la quale, non sapendo dire di sé,
ma soltanto degli altri, in mancanza di acque,
taceva del tutto, o vero, da rana che era, solo
silenzi gracidava.
Oh! la voce dov’era?
Colei che dire voleva cosa era se stessa, o
chi mai; che dire voleva – al meno una volta –
e solo una volta, - il di lei nome, non altri;
quel nome che mai aveva ascoltato, e forse mai
avrebbe; colei che, nonostante cosa dir sapeva
se stessa non fosse, né il suo nome, nondimeno
il nome degli altri perfettamente sapeva dire:
appunto la nostra Colei era.
Se Colei quando Colui se stesso chiamava, -
Colui! Ripeteva, era – Colei! Che dire voleva.
Colei, scossa che fu da quella voce, che se
stesso chiamava quando lei lo chiamava, dunque
vago di chi amare: se amare se stessa, o altro
da sé; a chiedersi chi amare, andava Colei.
Dove andava Colei, là era la luce di Colui.
Colei, giunta che fu in quel luogo, o forse
mai mossasi da, dunque pure vga di cosa fosse
quel luogo: se plurimo o uno; da dove veniva,
Colei andava.
Dove andava Colei, là era la luce di Colui.
C’era dunque una volta Colei, che andava da
dove veniva a chiedersi chi amare. E Colui, là
era.


Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:17:34
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nelson dyar
c.s. infuocato


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Inserito il - 01/06/2008 :  16:50:49  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ninfette


[img]http://www.fotosearch.it/comp/UNW/UNW249/nero-bianco-dettaglio_~u13765196.jpg[/img]


Nab II il grande (1899-1977) ha sempre sostenuto che quando scrisse il più kafkiano dei suoi romanzi, "Invito ad una decapitazione" egli non conosceva Kafka. Può darsi. Quando però si leggono righe come queste:

Sabato, 6 luglio. Un'ora di passeggiata con Grete. A quanto pare, è venuta d'accordo con sua madre, con la quale parla ancora dalla via. Vestito color rosa, il mio cuoricino. Agitata per il grande ballo della sera.

12 luglio.
Due sorelle, ragazzine. L'una col viso sottile, il portamento abbandonato, le labbra mobili, il naso dolcemente appuntito, gli occhi limpidi non interamente aperti. Dal suo viso brilla un'intelligenza tale che per minuti sono stato a guardarla agitato. Quando la guardo sento come un soffio che m'investe. La sua sorellina, più femminea, coglie i miei sguardi. Una signorina rigida arrivata di fresco emana una luce azzurrina. La bionda coi capelli corti e arruffati. Flessibile e magra come una cinghia di cuoio. Gonna, camicetta e camicia, nient'altro. E quel passo! Di sera col dottor Sch. -anni 43- nel prato. Passeggiare, stirarsi, sfregare, picchiare e graffiare. In perfetta nudità. Senza pudore. Profumo alzandomi la sera dalla scrivania e uscendo.

13 luglio.
La sera assisto al giuoco dei bambini. La piccola Susanne von Puttkammr, nove anni, in mutandine rosa."
(F. kafka 1883-1924)

Difficile assai non pensare al diario del dott. Humbert. Del resto è difficile anche non pensare all'Albertine di proustiana memoria (1871-1922): c'è qualcosa di H. H nel signor di Charlus, qualcosa dell'amico scacchista nel signore di Cambremer; Albertine mia sorella, mia figlia, mia amante; Albertine e Lolita che aumentano di peso, che scompaiono; e il protagonista "incinto" di Albertine come H.H. sarà di Lolita. Che poi a sua volta Albertine stia per Agostinelli, è un gioco di maschere allo specchio.

Modificato da - nelson dyar in data 01/06/2008 16:51:59
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campi giovanni
c.s. oltre


861 Messaggi

Inserito il - 20/06/2008 :  04:13:01  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
senza potere dispari

(E)



C’era dunque Colui il quale, nato due volte
essendo, chiamato Oro era, o Ario. Così l’Ore,
amandolo, chiamavano: Oro! Ario! – Ugualmente
chiamandolo, amavano. Amato dall’Ore Colui era
e d’amor mosso; come quel che moto d’amore ha,
andava dunque Colui: d’immoto moto movendosi,
da dove veniva verso dove Colui dunque andava.
Là era, in quel luogo fuori luogo; là abitava,
nel bel mezzo del nulla, al centro di tutte le
cose: altrove. Altrove, sia rispetto al dove qual
si sia, sia rispetto al nessun dove.
Là abitava dunque Colui, e quel luogo fuori
luogo il suo regno o la sua dimora era: cotale
da esser partecipe di cosa l’amore di nuvola e
onda dire volesse. Se l’una dell’equoreo cielo,
del caelicolo mare l’altra, partecipi erano. E
l’una e l’altra erano abitate da popolo e dèi,
i quali vivevan tutti vite beate.

Modificato da - campi giovanni in data 20/06/2008 04:14:53
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Generated in 0.09 sec. Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03