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boboross
c.s. infuocato


397 Messaggi

Inserito il - 02/11/2003 :  22:03:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ieri sera, in macchina, mi sono posto il quessito di quali siano le città più letterarie. Ovviamente, parto dall'Ottocento e sono un po' eurocentrico.
Mi sono risposto:
Parigi, in primo luogo( tanto Balzac, ma anche Stendhal, Bauelaire,
les poètes maudits, ma Parigi è già in Villon, fra i muri delle sue case scrivevano i moralisti classici e i grandi scrittori di taatro del Seicento.
Saint Petersbourg( Dostorevskji, un bel po' di Tolstoj, Belji e cosa ancora?);
Londra, certo ( nelle sue strade si sfogava Mister Hyde), ma meno di Parigi, o mi sbaglio ?
E poi Vienna e Praga (ah, Ripellino...), più di Berlino, divenuta capitale vera solo oltre la metà dell'Ottocento.
E le nostre città: certo già Mattia Pascal faceva capolino a Roma e Andrea Sperelli vi scorazzava, ma, ammettiamolo, Roma sta sempre un po' sotto. Emana sempre un sapore un po' alla Flaiano, di saltimbocca e di osteria burina.
Poi il Novecento ci ha portato New York...
La letteratura poliziesca ci ha infine fatto conoscere meglio alcune di queste metropoli.
Qui chiudo perché il mio non vuol essere esercizio di bravura, ma un modo di arricchire la memoria. Pensate, a proposito di Anna Karenina, la memoria mi portava a Pietroburgo, facedomi dimenticare Mosca.
Chi vuole mi segua. Altrimenti, pazienza


m.c.
c.s. infuocato


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Inserito il - 03/11/2003 :  00:17:41  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Secondo me la città più letteraria è San Pietroburgo; quest'estate ci sono stata per alcuni giorni, leggendo le varie guide turistiche c'era da rimanere sbalorditi:Anna Achmatova, Cechov ( si precipito' nella prospettiva Nevski al fiasco del Gabbiano), i racconti di Gogol, Esenin, Dostoievski, (la sua casa è in un quartiere sordido, dove a pochi passi passi alcune donne vendono povere cose per le strade), Puskin, e la fortezza dove è stato imprigionato Gorki...e tanti altri che sicuramente ora mi sfuggono...

Anche Parigi molto letteraria, certo, però in Russia era diverso, non so perchè, lì la letteratura si respira, ed è strano in quella miseria grande...

El'Italia? Ahimè, per nulla letteraria, l'occhio e la luce sì, ma la scrittura...
Buonanotte a tutti.M.c.
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 03/11/2003 :  17:02:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Lubecca


[img]http://www.liv-coll.ac.uk/pa09/europetrip/brussels/images/mann.jpg[/img]


Ero a Lubecca nel 1988 e nell'89, l'anno del Muro (e c'era di tutto, l'"Est" infatti lì era a un passo, e, nell'89, non si trovò da dormire neppure in un buco, per cui ci schiantammo in macchina, con una copertina, a dormire in un parcheggio dell'autostrada)... - La prima volta ci arrivammo di notte, una notte bianca bianca: un bianco lattiginoso che faceva da cupola impellente dietro le torri e i campanili di laterizio: una drastica e monumentale sensazione di "Nord"... per me, ingenuo, Lubecca voleva dire Thomas Mann, ma, malgrado Tonio Kroeger e Buddenbrook, non immaginavo che fosse così bella! - Lubecca era molto più bella e più grande di Thomas Mann! - La casa dei Mann è, se non ricordo troppo male, un'elegante palazzina bianca; mentre Lubecca è soprattutto una medievale città rosso mattone (molto più "thomas mann" mi sembrò Travemunde, località balneare ventosissima, molto belle époque, coin le poltrone di vimini fatte a utero per proteggere dal vento e piena di coccinelle): alla fine, più che Thomas Buddenbrook, di questa città bellissima (chiese gotiche, fuori di laterizio e dentro bianchissime, strade silenziose, tedeschi alti e sottili come le loro cattedrali, molto più "finnici" che bavaresi, pioggia intermittente più volte al giorno di cui nessuno si cura - la preferita di Burckhardt - mi è rimasto il piccolo organo di Buxtehude in una chiesa tra romanico e gotico dove, quando ci entrai io, non c'era nessuno: se non un giapponese con tante bambine e una macchina fotografica: mentre un altro organo suonava (credo che quello di Buxtehudesia quasi intoccabile), lui prendeva le bambine una alla volta e le deponeva in piedi sull'altare centrale, quindi le fotografava, felice dell'esotico sfondo cristiano.
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 06/11/2003 :  14:57:52  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
A


[img]http://home.online.no/~leande/espo3.jpg[/img]


A è un paese piccolo come il suo nome, che andrebbe scritto con una piccola "o" sul vertice: come una piccola luna piena giusto a picco sul tetto di una casa: se non ricordo male, si pronuncia "o".
E' l'ultimo paesetto raggiungibile senza bisogno di ulteriori traghetti dell'arcipelago delle Lofoten, in Norvegia, qualche centinaio di chilometri a nord del circolo polare artico. - Ci si arrivò a metà di una notte bianca, verso le due. Il sole era tramontato a mezzanotte immergendosi a metà sotto il pelo del mare: poi ci aveva ripensato ed era tornato su: chissà quando rivedrò un tramonto che è anche un'aurora. Da allora sono passati molti anni. Il cielo era verde e gli animali - lepri, renne, pecore, uccelli - vagavano lenti e sonnambuli tra l'erba e il mare.
La cosa che ricordo meglio è questa: nel porticciolo di A, tutto occupato da piccole barche da pesca bianche e celesti molto simili a quella che cercano disastrosamente di recuperare in una comica Stallio e Ollio, sotto il tetto di una casa, un nido di gabbiani: come tutto lì intorno, silenziosissimi. A parte noi e i piccoli gabbiani pelosi, tutti evidentemente dormivano a A. Il mare era piatto e lucido. In fondo al mare, si vedevano le sagome azzurre di altri isolotti rocciosi. Io guardavo là, perché sapevo che un po' più lontano, appena sotto l'orizzonte, se Edgard Allan Poe avesse avuto ragione, ci sarebbe stato il gorgo del Maelstrom.

PS: Il quadro è di un pittore di lì che si chiama Kaare Espolin Johnson (1907-1994)
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m.c.
c.s. infuocato


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Inserito il - 16/11/2003 :  21:11:09  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
citazione da f.c. "(molto più "thomas mann" mi sembrò Travemunde, località balneare ventosissima, molto belle époque, con le poltrone di vimini fatte a utero per proteggere dal vento e piena di coccinelle): alla fine, più che Thomas Buddenbrook,..."
F.c.. illustrissimo amico e maestro!Come, Thomas mann assimilato alla belle epoque...O io non ho capito niente, oppure tu soffri di antipatie feroci e istintive...
Ma "le storie di Giacobbe" le hai lette? Perdona la mia meraviglia, ma non capisco, non capisco affatto la tua avversione , comunque,... un caro saluto.M.c.
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 17/11/2003 :  07:35:29  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Thomas Mann come autobiografia


cara m.c., che bello che mi faccia scrivere due parole su Thomas Mann!... e ricordarmi quanto tempo è passato...

[img]http://www.gss.ucsb.edu/projects/hesse/mann-hesse.jpg[/img]

(qui con Herman Hesse)


...quando ero uno spiritato ragazzino, e per un bel po', per me Thomas Mann fu "la" letteratura: se mi fosse apparsa la fata di Cenerentola e mi avesse messo a disposizione un "magigabula bidibibula" chiedendomi cosa avessi mai voluto diventare, avrei risposto al volo "Thomas Mann!": quasi non leggevo altro, e i libri che non si trovavano li andavo a cercare per bancarelle con amore fanatico: una volta persi in treno una augusta antica copia - che avevo rubato a uno zio - di "Carlotta a Weimar", e fu un lutto terribile perché ci vollero anni prima che Mondadori la ristampasse... non parliamo poi delle "Storie di Giuseppe", di cui nella vecchia verdissima Medusa trovavo un volume sì e due no!... insomma, lo lessi tutto, lo divorai, ne feci - come si diceva - la mia "weltanschauung"!... è stato così uno dei miei papà e, tra i papà, uno di quelli da cui ho imparato di più: Tolstoj, Schopenhauer, Goethe, Nietsche, la Bibbia, Kerényi, Scoenberg, Adorno, Dostoevskij...

...ecco, un amore bruciante e fedele, con tutti i feticismi e i fideismi del caso...
(come nell'"Educazione Sentimentale" di Flaubert a questo punto dovrebbe finire un capitolo e la mezza pagina bianca che dividerebbe la fine dell'uno dall'inizio dell'altro dovrebbe dare la sensazione di "molti anni dopo...")!

...ieri sera, colpito dal tuo rimprovero, ho riaperto un po' di libri di Thomas Mann, vedendo un po' di prime pagine: inattaccabili, per me, ancora l'inizio del "Tonio Kroeger", e il tolsojano incipit dei "Boddenbrook"... una certa freddezza invece perfino per la prima pagina (che ai tempi trovai vertiginosa) della "Montagna Incantata"... chissà perché.

Forse vale questa frase recuperata da un'introduzione di Cesare Cases a "Morte a Venezia": Thomas Mann per lo più "non è fruibile senza una certa, diciamo così, pazienza culturale...". - Il che ne ha fatto, col tempo, almeno per me, un autore più importante che bello; più da ricordare che da rileggere...

(Ma... ritrovandolo a Travemunde, non volevo mica denigrarlo o che: Travemunde, nel suo, è bellissima!)
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f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 19/11/2003 :  20:12:49  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Tergeste


[img]http://www.istrianet.org/istria/towns/trieste/images/trieste_bora3-500.jpg[/img]


Abito in una città che ci tiene molto al suo blasone letterario: Svevo, Saba, Stuparich, Slataper (tutte "esse", come il dottor S. della "Coscienza di Zeno"), e poi il dialettale Giotti, e Cergoly e Bobi Bazlen, e adesso Magris: "neppure Roma!", s'inorgoglisce qualche professore di liceo, "ha tanti scrittori nelle antologie!" (come se le antologie fossero il Rotary letterario perfetto)... tutta questa "letteratura" è perfettamente effigiata nei busti degli scrittori che vedi nel "Giardin Pubblico", dove c'è anche il busto dell'ospite più famoso: James Joyce.

[img]http://www.hrc.utexas.edu/collections/manuscripts/holdings/images/joyce_large.jpg[/img]


Ospiti: oltre a Joyce (che ci si trovò come a casa sua: una città piccola e capitale, e quindi provinciale e superba: insomma, Dublino!), a Trieste abitò Stendhal (purtroppo non lo vollero), Winckelmann violentemente ci morì, Conrad (ma questo non lo ricorda nessuno) ha conosciuto il mare proprio qui, l'impiegato Kafka lavorò subito dopo la laurea per le Assicurazioni Generali... eccetera.
(vedi il caso, o l'inconscio, o il fato: quasi tutti episodi qua e là ritrovabili nei vari numeri del c.s.).

[img]http://www.schauburg.net/bilder/fotos/b19.jpg[/img]


...essendo stata costruita in un lampo illuministico da Maria Teresa, Giuseppe II, ecc., Trieste ha già una sua deprecabile tendenza al monumentale, alla simmetria bianca e sepolcrale, alla geometria gelida, da cui la salvano tre cose che di angoli retti e urbanistiche coerenti per fortuna non ne vogliono proprio sapere: il mare, la bora e il Carso, il quale è quanto di più pietrosamente scompaginato si possa pensare.


[img]http://www.trieste.com/giroturistico_ing/da_vedere_ing/itinerari/naturalistici/naturalisticopix/val_cascata.jpg[/img]


Anche la gente (io non sono "di" Trieste: la abito, la amo e allo stesso tempo in qualche modo la subisco, per quanto da tanto tempo, inevitabilmente da estraneo) pare fatta dalla stessa complicazione: da una parte, un'ostentazione di geometrica assenza, di gelo neoclassico applicato al soma: gli zigomi, gli occhi chiari, l'espressione del volto spontaneamente incline a uno scontento selvatico e assorto, con atteggiamenti che hanno il loro baricentro in una rancorosità ispida, a priori e malcovata (l'illeggibile Saba ne era probabilmente un esempio perfetto)...

[img]http://village.infoweb.ne.jp/~hibikore/garib1.jpg[/img]


...dall'altra gentilezze umorali e improvvise come la folata di vento che t'investono di colpo subito dopo aver svoltato un angolo silente: gentilezze che ti possono essere largite con una impassibilità da Buster Keaton, che non pretende poi chissà che gratitudine, e che dunque ti lascia libero: come una coccola ricevuta da un gatto.

[img]http://www.cimeetrincee.it/poeti.7.gif[/img]


Per esempio, a teatro, i triestini sono tremendi: applaudono pochissimo soprattutto (come se le temessero) le cose comiche (una volta vidi Dario Fo che sospendeva continuamente lo spettacolo per bucare la "quarta parete" e sputtanare il frigido pubblico del Politeama Rossetti; un'altra, avevo alle spalle uscendo un tizio vestito da presidente della banca d'italia che molto seriamente criticava Paolo Poli per essere stato "troppo" comico... non parliamo poi della volta che Carmelo Bene alla fine guardò tutta quella pletora di avvocati, medici e assicuratori applaudirlo solo per non sentirsi troppo platealmente idioti per la shakespeariana provocazione...). - In compenso, una "Madame Butterfly" anche di pessimo livello fa piangere fiumi di lacrime dal loggione fin dentro il golfo mistico della non sempre inappuntabile orchestra.

[img]http://www.almapress.unibo.it/fl/scuola/numero2/images/svevo.jpg[/img]


Forse Zeno può aiutare a capirci qualcosa: mentre a un passo i cannoni scatenavano un inferno assurdo e annoso, l'indigeno Zeno, indifferente a tutto se non a se stesso, blaterava in cattivo italiano (qui chiamato tuttora "lingua") di nevrosi piccolo borghesi, chiudendo in gloria col suo orgoglio pusillanime di mercante arricchito dalle speculazioni permesse proprio dalla guerra: idiozia traforata da tutte le parti da abissi di profezia e di inconscio, ciancia senza capo né coda tessuta dall'ironia "ebraica" - forse un tic - di chi non può che dichiararsi perplesso per il fatto non richiesto - e perciò non degno di gratitudine alcuna - di essere stato messo al mondo.

[img]http://www.arengario.it/immagini/archive/letterat/900/italia/poesiait/giotcapr.jpg[/img]


(Essendo stata Trieste stessa, come si sa, posta in palio del massacro, se Zeno pensava alle partite d'incenso, per chi "moriva" Ungaretti?... Ma per se stesso, è ovvio.)

[img]http://www.sussidiario.it/letteratura/italiana/900/ermetismo/ungaretti/ungaretti.jpg[/img]

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m.c.
c.s. infuocato


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Inserito il - 21/11/2003 :  15:42:48  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
sei davvero fortunato a vivere a Trieste, caro f.c., è una città bellissima e civile.
I ricordi che ne ho sono tanti, anche se è passato molto tempo.
E' elegante, pulita, con tanti giardini - bellissimo Sant'Andrea -.
E' un'isola dell'Europa centrale affacciata sul mare, forse è stata messa in ombra da Venezia, peccato che tanti italiani non la conoscano.
....(nostalgia)


cari saluti a tutti m.c.
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brummell
c.s. alato


99 Messaggi

Inserito il - 21/11/2003 :  15:48:59  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Trieste, la citta dove, come disse Raffaele La Capria, qualcosa che doveva succedere non si è mai compiuto e sempre incombe sulle strade, sulle sue piazze come minaccia misteriosa o come una promaessa dimenticata.

(rubo la citazione a pagina 10, capitolo primo di A Trieste con Svevo, Diego Marani l'autore)

(f.c. ci stai regalando dei messaggi raffinatissimi. Bravo! grazie)
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brummell
c.s. alato


99 Messaggi

Inserito il - 21/11/2003 :  16:45:57  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
BELLATOR FRUSINO

Dici Frosinone e subito pensi aria di unta grettezza, ciocie scalcagnate, "facce aduste e camuse di pacchiane con relativo fazzoletto da capo", odor di broccoli, moccoli e risciacquature di panni frusti.
Frosinone, sì proprio Frosolone... one negli eoni degli eoni. (accrescitivo di che?)
[img]http://www.menteantica.it/epoca/fotoh.42.jpg[/img]
Qui son nati vissuti e pasciuti nu santo nu pape e nu patriot de' Mill', tutti doviziosamente prodighi nell'imbrattar carte. Frosolone dunque città letteraria? Per nulla. Semplicemente estrema Thule, Finisterre dimentica di Sé, puntino lontano, trascurato dalla Furia Devastatrice, sacello estremo di certa imperitura Aura glottologica. Mi spiego: chiunque vi capiti, anche il più disattento dei farfalloni, si accorge presto che nella fiera di fere bestiali, tra diluvi pestilenziali di cementifici inumani, negozi desolanti per pochezza risicata ( "latte accagliato", "fromagg mpunito"), torme di giovanotti torosi, centauri spetazzanti, dalle zazzere inzaccherate e le pelli butterate (furie di comedoni vi hanno preso dimora) ...ecco, tra una simile ridda di orrori guarnita da fanciulle scrofolose e vecchie corbezzolute, proprio qui, nello gnuòmmero gordiano direbbero effeci e Ingravallo, qui sopravvive una lingua autentica, secretata nel gergo, sconosciuta ai foresti, epperò di quelle ancora capaci di chiara aderenza alla realtà, lingua da poetare in ottava, bernescante nominar uno a uno gli oggetti siccome il buon dio durante la Creazione. E quale purismo filologico! Altro che piccolo Larousse illustrato! (il senso di una nomenclatura corretta -ognun sa- sfugge al lettore medio che conosce una "porta" come "porta", non già quale insieme di gangheri paletto stipite nasello picchietto toppina...) Sicché accade che a Frosinone il ruminare sdentato di slabbrate favelle riservi sorprendenti baluginii, lampi cruschevoli rabescanti le volte dei conversari nostri illanguiditi. Tu ti piazzi a un corcicchio, e ascolti: una potenza contagiosa ti agguanta subito spavalda, dissacratrice, spedendoti ruvidamente nelle tenerezze inattese di un suono mai udito: vestire di quora; sbrecciare 'i scappini; che manfanile; fusse che 'nu fusse cucco? ...espressioni tutt'altro che dialettali, retaggio semmai di chissà quale arcaico certamen papalino, "gergale d'mbasceria", tardo latinorum da ghiottoneria teofilofolenghesca... L'avesse saputo Sciascia, avrebbe immantinente ripetuto la Kermesse delle Parrocchie di Regalpetra...
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boboross
c.s. infuocato


397 Messaggi

Inserito il - 24/11/2003 :  22:26:10  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Che bello il pezzo su Trieste, ma anche quello su Frosinone!
Poi in Italia c'è un'isola, di solito ricordata per altre cose, che è tutto un luogo letterario:la Sicilia
Brancati, Pirandello, Sciascia e tanti altri.
E le contraddizioni: la prosa chiara, gelida di Sciascia( più, in my opinion, sul coté Borges che su quello Stendhal, amtissimi entrambi da quello scrittore) e le sperimentazioni di altri:penso al Consolo del "sorriso dell'ignoto marinaio" e a tanti altri.
Fateci caso, solo una regione che appare tanto lontana alla Sicilia annovera tanti scrittori che hanno curato l'aspetto del linguaggio e hanno tirato da una parte all'altra il nostro artificioso idioma:la Lombardia.
D'altra parte le due regioni sono pure simili in altre, più prosaiche e più dannose scelte, ma su ciò lasciamo subito perdere.
Ora mi rintano con una domanda: perché "persino" io mi ammutino, sig. amministratore?
Ogni avverbio è pieno di significati, ma io non so, in questo caso, quale attribuirgli...
Buona Notte
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brummell
c.s. alato


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Inserito il - 25/11/2003 :  16:41:00  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
(sì Bobo caro, Sicilia non solo letteraria, ma precipuamente filosofica. E non certo per via di Gorgia da Lentini - che pure è immenso -, più semplicemente perché se a Wittgenstein occorsero due trattati per formulare la sua proposizione più nota "quel che non si può dire bisogna tacere", a fare due passi per le gelaterie di Enna ci si accorge anche oggi che qualunque vecchio "a domanda" risponderebbe la stessa cosa, e senza tanta fatica teoretica!, trattandosi nella fattispecie del principio fondamentale del mafiare... sicché terra sofistica e sofisticatissima)
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f.c.
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Inserito il - 26/11/2003 :  18:13:12  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mazara del Vallo

ovvero:


[img]http://www.agendaonline.it/images/toto.jpg[/img]


Teorema della lingua proliferante.

Dato uno spazio "regionale" qualunque, esso conterrà un numero "n" di parole sufficientemente grande per dire qualunque cosa in tutti i modi possibili.
Questo numero "n" di parole è costante per ogni regione, mentre è variabile il numero di parole (sottinsieme di "n", in linguistica chiamato "idioletto") a disposizione di ogni parlante presente nella regione medesima.

[img]http://www.nettuno.it/electric-italy/toto.jpeg[/img]


Lì dove il numero "n" di parole disponibili nella regione risultasse equamente diviso tra i parlanti, avremo una lingua media pressoché identica per ogni parlante: gli scrittori scriveranno come Moravia e i non scrittori parleranno come Maurizio Costanzo (useranno cioè la stessa piatta lingua).

[img]http://www.antoniodecurtis.com/decollato1.jpg[/img]


Lì dove invece la stragrande maggioranza dei parlanti, per motivi qualunque (scarsa scolarizzazione, forte presenza del dialetto, mafia, genialità wittgensteiniana, ecc.), si limiterà a pochissime, più o meno allusive, parole (vedi il post precedente del Doctor Brummell), l'enorme quantità di parole inevase si concentrerà in pochissimi individui, inevitabilmente costretti a far tracimare cotanto magma linguistico su plichi pazienti di pagine bianche...
In questi casi estremi, il parlante medio sarà quasi gutturale come il giornalaio del "lido Tonnarella" (grande golfo sabbioso in cui mediamente si aggrumano migliaia e migliaia di chiassosi siciliani del Trapanese, proliferante di moltissimi spacci di bibite, sigarette, ecc., ma fornito di una sola sparuta edicola) di Mazara del Vallo; all'opposto, gli scrittori sovraccarichi di magma linguistico, scriveranno in modo barocco, sofferto e semiincomprensibile come, nei casi estremi, Consolo, Bufalino, ecc.
A codesti sfortunati capiterà inevitabilmente, chiedendo - poniamo -un quotidiano al giornalaio della Tonnarella, di vedersi come minimo offrire un materassino a forma di alligatore con ombrello incorporato sulla coda, o gelato mutante e cangiante con crema solare spalmata sopra la cioccolata alle fragole.

[img]http://www.antoniodecurtis.com/fifa2.jpg[/img]


Da ciò poetiche pirandelliane sull'incomprensibilità reciproca e universale.

[img]http://www.antoniodecurtis.com/truff1.jpg[/img]


Primo Corollario del Teorema della Lingua proliferante:
in regioni in cui il numero "n" di parole sia spartito in modo pressocché costante tra gli abitanti, potrà essere che per un'incognita che chiameremo "gusto", qualche mosca bianca, per schifo - stavo per scrivere "schifìo" - della banalità standard di codesta lingua-basic, per reazione umorale e anarcoide, si metterà a innestarvi qualunque cosa pur di farla viva di umoralità aggressive e sarcastiche: vi innesterà dialetti, lingue morte, linguaggi tecnici, turpiloqui e quant'altro...

[img]http://lafrusta1.homestead.com/files/landolfi_brancati.jpg[/img]


Nella foto: Landolfi e Brancati (chi dei due è L. e chi B.?)...
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f.c.
c.s. oltre


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Inserito il - 27/11/2003 :  18:12:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mont Ventoux aperto a caso

[img]http://www.zanatta.ch/bilder/frankreich/ventoux3.jpg[/img]



Era primavera e c’era ancora tanta neve ai bordi della strada: si saliva piano, in macchina, sul nastro d’asfalto quasi bianco, roso dal tempo, fatto di pietrame grosso, pieno di buchi e di toppe. In cima – vento freddo freddo, non c’era nessuno; la metallica stazione metereologica se ne stava da sé come un’astronave marziana sulla Luna.
Qui tutte le epopee del Tour de France hanno sedimentato un’anima nuova, secolare e inevitabile, che fa il luogo fin troppo fitto di fantasmi: il desiderio che da allora ho – saranno passati una quindicina d’anni – è proprio quello di tornarci in bici: di partire come Petrarca da Malausane e di arrivarci piano piano in cima.

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/lazarides.jpg[/img]


Monte Ventoso era infatti per me non il monte della morte per anfetamine del povero Tom Simpson (1967), ma il monte di Petrarca (1336), e cioè di me stesso, o almeno del me stesso di allora (e mi accorgo che ci sono ricaduto, che questo appena scritto è già un “giro di frase” petrarchesco: quell’“o almeno del me stesso di allora”…).

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/bobet.jpg[/img]


Che Petrarca faccia dire “di me stesso” è storicamente un fatto perfino banale: è ciò che accadde a un infinità di giovanotti leggendolo, e dei più disparati
Della cornucopia di petrarchisti che ha fatto per la prima volta della letteratura europea un unicum, dico allora solo Michelangelo e Vittorio Alfieri: i due che ne sentirono più di altri, secondo me, proprio il lato ventoso e pietroso, la quintessenza vera del petrarchismo di Petrarca!, Petrarca come eremita demente, dissennato in fuga infinita tra il selvame, lupo disperato, tutt’altro che nei ghingheri poetici in cui amava ritrarsi già da se stesso.

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-2.jpg[/img]


L’arrampicata sul Ventoso, come si sa, è raccontata in una delle Lettere Familiari (IV, 1): arrampicata sognata da F.P. quand’era bambino, ché da sempre aveva visto nel suo paesaggio quel masso abnorme e impellente (“mons autem hic late undique conspectus”).

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-3.jpg[/img]


L’idea di sprecare un giorno di vita per scalare un monte brullo e deserto non era da A.D. 1336; allora non esisteva l’alpinismo: erano cose che non faceva nessuno… questo gusto (“cupiditas”!) puro dell’avventura già mi affascinava.

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-1.jpg[/img]


Quando poi gli avvertimenti del vecchio pastore che sconsiglia Francesco e il fratello Gerardo di continuare a inerpicarsi tra i sassi e i pruni hanno solo l’effetto di far crescere la voglia, perché questo accade sempre ai giovani (“in noi, com’è nei giovani, restii ad ogni consiglio, cresceva per quel divieto la cupiditas”) sembra di essere davvero caduti in uno dei racconti perfetti di Stevenson…

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-4.jpg[/img]


L’arrampicata sul Ventoso (perché dicono di solito "ascesa"?... mica aveva le ali!...) è – direbbe chi sa – ben altro: come il Purgatorio di Dante – lui sì un vero rocciatore! -, il Ventoso è “figura” della via virtuosa al Bene di Dio; e Petrarca che cerca vie comode - come se fosse possibile andare in su per sentieri in discesa - è figura di se stesso: uomo a pezzi che s’ostina a restare tale… certo, però, c’è anche il Monte in pietra e pruni, e, in cima, nuvole vere sotto i piedi (“nubes erant sub pedibus”), e il Rodano e il mare tra Marsiglia e Acque Morte, con le Alpi in fondo!…

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-6.jpg[/img]


E poi – lo feci anch’io col libro che avevo con me – questo racconto è il miracolo del libro aperto a caso, che ti scocca in cuore la frase micidiale che sbrega tutti i connotati… con un libro aperto a caso comincia la storia (è lì che gli venne la voglia), con un libro aperto a caso la lettera finisce.
Ed è vero, non occorre che sia per forza I King un libro perché sia magico: perché di te, a caso, dica fin troppo in una manciata di parole che erano lì, da sempre, ad aspettare te (dice Petrarca del suo: "scritto per me e non per altri").

[img]http://www.tourdefrance.nl/pics/fotos/ventoux-9.jpg[/img]


(Io ho una mia lista pìcciola di libri magici, infallibile quanto basta).

[img]http://www.cieloeterra.it/geniture.cardano/001/petrarca.jpg[/img]

[img]http://www.lamaquinadeltiempo.com/Stevenson/images/Stev02.jpg[/img]
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brummell
c.s. alato


99 Messaggi

Inserito il - 29/11/2003 :  11:29:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
FLOREAT ETONA

Attraversare un ponte può essere una questione di classe.
Eton dista meno di venti passi da Windsor, giusto il tempo di un trallallà sul ponticello; eppure non crediate sia così semplice varcarlo: occorre la cravatta giusta, anche solo un bel paisley sportivo con su il motto Floreat Etona; e il nodo, s'intende, un nodo da Prence. Altrimenti... altrimenti niente! Fiammeggerà pure l'infiorescenza etoniana -son quattrocento anni che fiammeggia- ma tutti noi curiosi saremo accomodati in cortile, di là del cancello, a spiare nelle serrature la roccaforte dell'educazione brit.
A Eton si entra solo col salvacondotto di qualche etoniano; come dire enclave chiusa a chiave.

(Immeritatamente si era lì in visita ragazzuoli, e imbarazzatissimi perché in fondo lo si sapeva già che una cerimonia è la solennità per diritto divino, e invece noi sciatti, maldestri e il cilindro, dove avete lasciato il vostro cilindro? ...e quelle scarpe, cosa pensate di fare con quelle cose lì? Via subito a rendervi presentabili! E noi -contriti contriti- a pentirci di corsa dal primo cobbler a disposizione...)

[img]http://home.freeuk.com/mkb/SUG/etons/eton-boys.jpg[/img]

(A Eton la prima lezione di mondo: cravatte e collari, dettagli ed Elegantiae son mai Vanità ma virtù: chi più sappia indossare sommamente, meno sarà in vista... Ecco dunque l'Ethica dandistica: farsi invisibili e retti seguendo la via della sommessa Perfezione e viva viva Mr. Chips!)

Eton è da sempre il luogo dell'Immoto Rigore, degli Studia Humanitatis (le indicazioni tipo "il bagno in fondo alle scale" sono in latino), con quel fascino da architettura austera, pauperistica, quasi un cilicio sermonesco che tira dritto dritto lungo il fuso della severità morale. Eppure, si può ben dire che dai tempi accigliati della fondazione -Quando c'era Enrico Sesto il collegio era più Mesto- le cose oggi appaiano assai diverse, e niente più obbligo di meditazione mattutina sulla Vera Croce, che la Reliquia -Intercedente Papa- ci conceda l'indulgenza... No no, adesso anche molti Scarti sulla Norma, Mosse del Cavallo e Salti della Cavallina... ché, in fondo, ecchediamine!, un po' di sex anche per noi, siamo o non siamo inglesi?
[img]http://www2.rgu.ac.uk/publicpolicy/introduction/images/ETON1897.JPG[/img]

Sicché, se Osbert Sitwell dichiarava di aver recuperato in fatto di "formazione" soltanto durante le vacanze dal College, adesso Eton risulta "aggiornata" quanto Richmond dei beati anni della Swinging London, con in più la spocchia letteraria di "noi lo facciamo anche alla greca, proprio in lingua madre..."

Letterarietà, ovviamente moltissima; soprattutto per via di tutti quei "fuoriusciti" che da vecchi, poi, racconteranno le uggiosità del collegio come trauma e prigionia... (Anche se, a paragonarli coi convittori delle scuole gugliemine, ahahahahah! quelli sì che ricevevano in dono dall'Istituzione sane bacchettate, torbide storie di repressione e una certa psicosi fecondissima alla vita del post-refettorio...)

[img]http://www.powercat.de/portraits/sitwell.jpg[/img]

Comunque, un gran bel brivido passeggiare per quei corridoi lustri, pare di stare tra i Piombi e Vincennes. Le pareti sono infatti tutta una tavoletta cuneiforme, con, da cielo a terra, l'alfabeto dell' élite inglese. Perché sì, nel tempio dell'Understatement, una tradizione, una sola, è davvero eversiva: la firma di congedo.
(Al conseguimento del diploma ogni giovanotto paga al college qualche scellino perché venga inciso il proprio nome sui muri e sugli odorosi scranni cinquecenteschi... Il tutto sotto l'occhio complice di uno dei centotrentaquattro tutori. Mentre sonnecchia, dunque, magari durante l'ora di latino, un giovane studente potrà presto o tardi trovarsi cheek to cheek con la sigla di Percy Bissie Pissi Pissi Shelley, George Orwell, Ian Fleming o Will Pitt... ah però! sursum corda.)
[img]http://home.freeuk.com/mkb/SUG/indexpix/etons1.jpg[/img]

Ma il particolare più letterario di tutti è forse la cerimonia dello spuntino.
Entri e sembra di stare in chiesa: frotte di signorini azzimati -uno zelo dai novizi- stanno apprecchiando la tavola di trenta metri con tanta fiandra finissima, candelieri shivaisti e argenti massicci. Alle quattro e trenta è convocata la merenda, e sarà tutta una roba di ghiottonerie e couplets alla Charles the Second, chi non beve del tè muoia testè.
Per gli studenti é l'occasione per fare un po' di grooming, ovvero: lustrare scarpini, inamidare pochettes, vestire il frac buono, un fracchettino rimediato dal prozio etoniano e fricchettone, nero nero come una fox in a foggy hunt... e lo sparato, si raccomanda che lo sparato sia alabastrino, come un cielo albagioso prima che il sole lo maturi e corrompa.
Mi siedono a un tavolo. Davanti a me, a tre centimetri dalla selva di cristallerie, due posate riposano in posa smarrita e schernevole. Già le vedo, si fanno beffe di me che non saprò mai come usarle: una forchetta da ostriche e un cucchiaio da consommé.

Ecco, un colpo di tosse inglese annuncia l'evento; il burro già sfrigola moderatamente nel piattino alla mia destra; arrivano le Loro Freschezze: strawberries and cream. (chissà cosa vi figuravate)

[img]http://www.sensesofcinema.com/images/directors/02/22/butler.jpg[/img]

Ho imparato a Eton che mangiare le fragole con la panna non è poi così scontato. Ecco le modalità d'uso consigliate:

Infilzare la prima fragola con la forchetta da ostriche, nel contempo peritarsi che la panna sia ben colma nel cucchiaino da consommé; trasbordare delicatamente la fragolona suddetta nel cucchiaino, adagiarla en souplesse di modo si faccia risucchiare nella morbidezza spumosa; spruzzare del Cointreau con apposita diavoleria e ingollare il tutto con aria di vivido rapimento.

(Addenda: ripetere usque ad consummationem, scandendo mentalmente la seguente filastrocca: Prima o poi, quest'anno o mai più, lo giuro io mi diplomerò, qui a Etòn. Trattasi di scioglilingua assai mal tradotto del genere margheritesco "m'ama o non m'ama". Cabalisticamente inappuntabile, a seconda con quale fragola si finisca la portata, il prima il dopo o il mai più, del futuro sarà squarciato lo suo forame... pare funzioni.)
Se non è letteraria una roba così, ditemi voi.
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reveilvie
c.s. acquatico


51 Messaggi

Inserito il - 01/12/2003 :  15:52:22  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Non so se Utrecht, Arnhem, L'Aia, Deft o Amsterdam siano capitali letterarie. Io vi ho trovato schegge di bellezza chiaroscurale affumicata su tela che mi si sono incastonate nelle pupille. Al Rijks si arriva facilmente perché Amsterdam non é città labirintica. Traversiamo ponti e canali ordinati come cruciverba, case nette dalle porte lustre come 'front doors' della Londra di Florizel, caffé distesi a stiracchiarsi nel sole non insistente del nord. Pur bestemmiando, un sentore di Venezia nordica senza serrare, nell'urna intima, i sovrabbondanti tesori. Il Rijksmuseum come oracolo rauco e gutturale, ha proferito al mio orecchio due parole : Rembrandt e Vermeer (Brueghel il Vecchio é in restauro). Seppur 'La ronde de nuit' sia il più affollato, é 'The denial of St. Peter' che mi calamita come successe all'Accademia Carrara. Il viso di Pietro é emaciato dalla consunzione rembrandtiana, come se i volti si disfacessero e si sciogliessero proprio in quel momento. All'indice incandescente della giovinetta che lo addita, Pietro apre la mano consegnandosi al tradimento. Ad eccezione di questa fiaccola bianco ardente, come lampada alogena, sulla tela cala la tenebra enigmatica dei giusti messi a morte. Il Cristo, da lontano, guarda Pietro per rendere visibile la veggenza. Odo il refrain :'Pietro, mi ami tu?'
Vermeer dedicò alla moglie il quadro 'La merlettaia' rappresentandola in un puntaspilli da cui escono fili bianchi e rossi. 'Naaikussen', puntaspilli può essere scomposto in 'naaien' copulare e 'kussen' cuscino ma anche baciare. Vermeer dipinse poco e quel poco in fretta, 'bagnato su bagnato' ed un mese dopo la morte, la moglie fu costretta a vendere due dipinti al fornaio in cambio di pane per tre anni (ebbero 11 figli!). Lì al Rijks é 'De brieflezende vrouw' (woman reading a letter) uno dei quattro quadri. La lettera é un tema che ricorre anche se non sono state trovate lettere o scritti suoi. La donna, panciuta per la modernità anoressica, tiene la lettera con entrambe le mani. I colori giocano a svelarsi tra il blu/azzurro/ocra. Sullo sfondo, come vero John Donne della pittura, Vermeer dipinge una carta geografica dell'Olanda. Nel '900 non ci sarà più tempo per questo 'jouer à cache cache' tra 'wit' e'conceit', tutto é stato scoperto, non servono più bussole o compassi : solo ermetici rinvii per risvegliare la memoria con simboli, carni o urli ed il tempo perduto uscirà a fiotti dalla fontana malata. La collana di perle é sul tavolo accanto al secondo foglio a specchiarne, con brillii lucentemente perlacei, la preziosità. In epoche più moderne, in fondo, é solo lo sfondo che di fronzoli si sfronda. Leggendo infatti certa biografia della Mansfield, della Cvetaeva o di Kafka, immagino che anch'essi serrassero le lettere con quelli mani lì.
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