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campi giovanni
c.s. oltre


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Inserito il - 19/07/2007 :  16:56:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

resti di differenze

come fare senza come? c'è modo
di fare senza modo? o dove senza
dove e quando senza quando? l'assenza
più presta che la presenza qual nodo

si presta senza termine, né fine,
di paragone... perché come detto
senza dire come, contrario sdetto
uguale capovolto fino in fine

a capo volto per voltar pagina
rivolta alla piega di quel risvolto
che dispiega o solo scompagina

il bene dire detto che è mal tolto?
in vece che più presta men presta
allora non di meno che le resta?


Campi Giovanni
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campi giovanni
c.s. oltre


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Inserito il - 14/10/2007 :  14:09:33  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

minime differenze massime

reprobo refuso

tutto è lutto
la culla è nulla


Campi Giovanni
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campi giovanni
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Inserito il - 02/11/2007 :  18:14:38  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

dizionarietto della tmesi

[img]http://img254.imageshack.us/img254/9105/orchidea2bx7.jpg[/img]


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campi giovanni
c.s. oltre


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Inserito il - 20/11/2007 :  04:13:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

[img]http://img124.imageshack.us/img124/7389/scusatoilritardoxj2.jpg[/img]

(-: vari tagli e divisioni in-varianza :-)

('differenze in-ferenti')

nero fuori brucia dentro non di tra
media medietà la propria a altrui contrari
età con sonanti cechi di lari
e mani d'amanuense l'ala in elitra

riposta consoni minuti alla con-
sonante muta che permuta a che sia
biancore perdoni condivisa la poesia
prima di rima disegno muto son

sono muto diverso accanto d'una
l'altra altera acutamente grave
mente mente gravida che soave

evocare o chiamare nero l'una
particola d'incapace l'essere
segreto incavo o privo di tessere






Campi Giovanni
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campi giovanni
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Inserito il - 27/12/2007 :  17:48:48  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

di(f)ferite in/ferite

"je suis° ce cours de sable qui glise
entre le galet et la dune
la pluie d'été pleut sur ma vie
sur moi ma vie qui me fuit me poursuit
et finira le jour de son commencement

cher instant je te vois
dans ce rideau de brume qui recule
où je n'aurai plus à fouler ces longs seuil mouvants
et vivrai le temps d'une porte
qui s'ouvre et se referme"
(S.Beckett)


°suis è seguo o sono? o è l'uno e l'altro?
sono è prima singolare o terza plurale? o è sòno?
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campi giovanni
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Inserito il - 02/01/2008 :  11:54:51  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
[img]http://img142.imageshack.us/img142/448/gattidistrattimaggietayko8.jpg[/img]
senza potere dispari





senza potere dispari

















































a mio figlio










































C’era una volta…
- Un re!- dirà qualcuno.
- No!, - caro qualcuno, sei caduto in errore.



































(1)






C’era una volta un gatto, anzi n’erano due.
Non gatti di casa erano, comuni, a tutti noti; ma, semplicemente, erano due cuccioli di gatto, di cui l’uno era Pim, e l’altro era Pom. Pure, non gatti randagi erano, soli, a nessuno noti; più propriamente, erano due cuccioli di gatto, di cui l’uno era Pom, e l’altro era Pim.
Cosa fu o non fu, Pim e Pom, essendo la lor dimora in quel tempo un nulla di carta, e solo per bontà di refuso una culla di carta stando teneramente adagiati Pim a Pom, e rimirandosi; scossi d’una lieve piova minima e miniata, una piova di fabula o sogno; di poco in poco mossi all’una di esse gocce, e all’altra altrettale, e abbandonata la veglia, - Pim e Pom, in fine, (a capo è dire lo stesso) si diedero a dormire, ma di un sonno che il loro non era: a sognare, ma di un sogno che il loro non era. Qual si sia o sia stato il sonno, e quale il sogno, per ora si tacerà.


- Ma com’era cominciato tutto? –



Cosa che il la offra a dire di altra cosa ad essa simile, se non proprio al dire medesimo, è la cosa che segue: cosa che porga chiosa ella è la rosa: quel che tale frase Vi significhi. Ma dire, non sapendo d’essere quel che è o non è, non re di sabbia essendo, ma regina o ragna, - dire non sa, la rosa.
Cosa fu o non fu, la rosa, la di lei dimora o casa in quel tempo essendo un rien di carta, e solo per bontà del refuso dei neri su carta; stando adagiata qual regina, o ragna come sia, a mirare il regno del re fuso, e al regno tutto tutta dedita; leggermente tocca d’oblica ploia, perplecsa et arcaica, una ploia di capriccio o fola; come d’un semplice soffio di forse – dal tanto al poco sospinta, o al quanto, oh sì! al quanto sospinta; e abbandonato il tutto regno: la rosa sé diede, in ilare litote, al segno non tutto, né tutta sé diede: la rosa in sogno si diede.


- Quanto s’ha da dire, tanto è. –



Tacendo per ora quale si sia o sia stato il sonno, e quale il sogno, o vero, se non di Pim e Pom, di chi, di chi altri mai; si consideri quant’altro che tanto è: se, in un passato a tutti noto o noto a nessuno, pim e pom, e tanto per dire i gatti tutti, non fossero stati in un nulla di carta, né Bontà l’avesse posti in una culla di carta; in che sarebbero stati? In che altro la bontà l’avrebbe posti, se tale e non altra, la bontà di tutti e nessuno? Forse in luogo a loro meno indegno? O non piuttosto in luogo meno degno? Ma che vuol dire l’essere in luogo meno degno, o meno indegno? Forse, se in luogo della bontà di tutti, la casa? o la strada, se di nessuno?
Allo stesso modo tacendo e del regno, e del segno, e del sogno, o sia di chi o di cosa mai; si consideri quant’altro che tanto è: la rosa, che è cosa e non è, o non altro che regina o ragna; se tale non fosse, qual altra sarebbe? Se Regina e Ragna, e le rose tante per dirle una a una, non fossero state in rien di carta, né Bontà l’avesse poste tra dei neri di carta; in che sarebbero state? In che altro mai Bontà l’avrebbe poste, se tale e non altra, la bontà di pochi o di tanti? Forse in luogo a loro men degno? o non piuttosto in luogo men indegno? Ma che vuol dire l’essere in luogo meno degno, o meno indegno? Forse, se in luogo della bontà di tanti, il segno? o il regno, se di pochi?

Modificato da - campi giovanni in data 30/05/2009 16:06:03
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campi giovanni
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Inserito il - 03/01/2008 :  13:44:25  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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(2)




C’era una volta, ed ora non si sa dove sia, ma c’era una volta un luogo, che casa non era, né strada; pochi tali, lo chiamavano il nulla.
Così lo dicevano, giacché e del caelicolo mare e dell’equoreo cielo partecipe era; e dell’uno l’onda, e dell’altro la nuvola aveva. E onda e nuvola erano abitate da popolo e dèi: così gli uni agli altri i pochi dicevano.
E ancora dicevano: - popolo e dèi dormivano sonni beati e sognavano sonni beati. Di natura vaga e liquida, essi dediti erano al vagolare.
Quel che fu o non fu solo in pochi sapevano.
Era leggenda che del luogo di nuvola e onda, e di popolo e dèi, non fosse rimasto altro quid, se non un minimo filo: ma era solo leggenda. I pochi, quel che tutti dicono filo d’orizzonte, e che nessuno da allora dice d’essere il nulla se non appunto nessuno, i pochi lo dicevano, e dicono, il nulla di carta.

- Ma com’era cominciato tutto? –


C’era una volta, ed ora non si sa cosa sia, ma c’era una volta una rosa, che cosa non era, né altro da sé; pochi tali, la dicevano essere o regina o ragna, e così la chiamavano.
Regina o Ragna era il nome. Aveva la reina la dimora, e questa in pochi la chiamavano rien.
E ancora: la casa aveva la ragna, e regno i pochi quella chiamavano. Ora questo ora quello le dicevano: ora rien, se reina; ed ora regno, se ragna: ma forse era dire lo stesso.
E sia comunque, così le dicevano, giacché e del granulo cielo e del deserto caelicolo partecipe era; e dell’uno la nebula e dell’altro la duna aveva. E nebula e duna erano abitate da re e corte, da re e dèi: così gli uni agli altri i pochi dicevano.
E ancor dicevano: - re e corte, e re e dèi, chi al sogno chi al segno chi al regno, dediti erano, beati tutti o nessuno. Vaga la natura e granula avendo, pur mossi erano al vagolare.
Cosa che fu o non fu solo in pochi sapevano.
Era leggenda che del luogo di nebula e duna, e di re e corte e di re e dèi non fosse rimasto altro quid, se non dei minimi fili, e sottili: ma era solo leggenda. I pochi quello che tutti dicono tela di ragno, ma che nessuno da allora dice essere il rien, se non appunto nessuno, i pochi lo dicevano e dicono il rien di carta.

- Quanto s’ha da dire, tanto è. –


Tacendo del nulla di carta, si consideri in sua vece quant’altro che tanto è: se leggenda, che dice nient’altro sia rimasto del luogo, se non un minimo filo, questo non avesse narrato, né questo narrasse, che dire avrebbe potuto? O in un presente a tutti noto o noto a nessuno, che dire potrebbe?
- Null’altro! - esclama chi è nessuno.
Sovvoce chiede chi è poco: - poc’altro? -
- Tutt’altro! - esclama questi, che son tutti.
Allo stesso modo tacendo del rien di carta, si consideri quant’altro che pure è tanto: se leggenda che niente altro dice essere rimasto, di quel luogo, se non dei minimi fili sottili, questo non avesse narrato, né questo narrasse, che dire avrebbe potuto? O cosa dire potrebbe?
- Tutt’altro! – esclamano questi, che son tutti.
E sovvoce chiede sommesso chi è poco: - poc’altro? -
- Null’altro! – dice, esclamando, chi è nessuno.


Modificato da - campi giovanni in data 31/05/2009 09:56:45
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campi giovanni
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Inserito il - 04/01/2008 :  03:09:10  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
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(3)


C’era dunque una volta quel luogo partecipe e del mare caelicolo e dell’equoreo cielo, che pochi chiamavano nulla.
Uno diceva: - se d’uno la nuvola, l’onda aveva dell’altro.
E l’altro: - nuvola e onda erano abitate da popolo e dèi.
E qualcuno: - popolo e dèi vivevan vite beate.
Quello che era il luogo, quello erano e dèi e popolo. Liquida la natura del luogo essendo, come di onda, e vaga, come di nuvola, la forma di popolo e dèi, o, per dir così, il corpo loro, fievole era, e frale.
C’era dunque quel luogo, - ma dove? -
All’oracolo fu chiesto qualcosa, - ma cosa? -
E taluno a ciò disse: - vago di chi e di cosa, e ignaro del cercare, c’era una volta colui il quale, di tra onda caelicola e nuvola equorea, su di sé gli occhi posava o su quel che di lui il caso farne aveva voluto. Oh, non s’innamorò punto della imagine novella, uso com’egli era, e forse sempre sarà, a altra imagine; e di Lei sola innamorato. Qual si sia stata altra , l’imagine, o quale novella, per ora si tacerà.

- Ma com’era cominciato tutto? –


C’era dunque una volta la rosa, il cui nome detto da pochi, era regina o ragna. Se la reina aveva la casa, uno dei pochi la chiamava rien. Se la ragna aveva la dimora, un altro tra quei tali, regno la chiamava. C’era dunque un luogo detto rien o regno che parte era di caelicolo deserto, e parte di granulo cielo.
Uno diceva: - il luogo, se di uno la nebula, la duna aveva dell’altro.
E tal altro: - nebula e duna erano abitate da re corte e dèi, i quali beati tutti erano, o nessuno.
Quello che era il luogo, quello erano corte Re e dèi. Granula la natura del luogo essendo, come di duna, e vaga, come di nebula; la forma di dèi corte e re, o, tanto per dire, il corpo loro, flebile era, e frale.
C’era dunque quel luogo, - ma dove? -
All’oracolo fu chiesto qualcosa, - ma cosa? -
Taluno al che disse: - non sapendo dire di sé, ma solo degli altri, c’era una volta colei, la quale, di tra duna caelicola e nebula granula, in mancanza di acque taceva; o vero, da rana, solo silenzi gracidava. Oh! la voce dov’era?

- Quello che s’ha da dire, questo è. –

Dove andava Colui, là era la voce di Colei.
Se Colui se stesso chiamava, - Colui! - Colei ripeteva.
Ma Colui – chi amava?, - si chiesero in pochi. Colui, che amava chi era se stesso e non altro da sé, ascoltando se stesso chiamare non solo dal sé, ma pure dall’altro, chi amare anco lui, così come pochi, a chiedersi andava.
Dove andava Colui, là era la voce di Colei.
Ma dove andava Colui? Forse che andava da dove veniva?
E Colei – chi era? – o vero, cosa mai?
E come e da chi nacquero Colui e Colei? Furono forse partoriti da madre una, e plurimo padre? o non piuttosto da padre uno, e plurima madre? Ma che vuol dire plurimo e una, e cosa plurima e uno?

Modificato da - campi giovanni in data 31/05/2009 10:42:02
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campi giovanni
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Inserito il - 07/01/2008 :  15:42:21  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

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(A)



C’era dunque una volta colui.
Colui che, chi amare voleva, era se stesso, non altro da sé; colui che, chi amare sapeva, altri non era se non ancora se stesso: appunto il nostro Colui era, il quale dunque non altro doveva fare, se non su di sé gli occhi posare, o se stesso, con voce poca ma clara, chiamare.
Ma com’era nato Colui? – pochi si chiesero.
Fu un giorno di sole, e d’acque e sale, uno ricorda: - ecco vagola, di tra lo specchio, la tinta dei mari cangianti, e vagola dolce. E il sole, Lei mira: e danza, e gioca con le forme: dei rai rami ne fa, ché l’onda comprenda, o ché il fascio in sé l’onda prenda. E dall’alto dei cieli Immobile Sole rocambola; innamorato, va. Delicato è il gioco.
La carezza ecco riposa; e pur lieve, contiene e mantiene; le mani tiene, ove aveva i rami, sui mari. Tenero è il gioco.
Dondola l’onda come cullata dal soffio: - do do, do l’onda! do l’onda, do do! dondola l’onda! - così cantano le Ore.
Di poco in poco il gioco, complici le Ore, si complica. Re dell’alto dei cieli Immobile Sole vertigina; emozionato, va. Leggero è il gioco. Tremula l’onda, tremule le mani nei mari ricercandola. Precipite Sole - i Mani gli dicono, - attendi l’ora; solo in fine (a capo sarebbe lo stesso), a te è dato darti.
Dondola l’onda: - do do, do l’onda! do l’onda, do do! dondola mia Onda! - E dondola il sole: - do do, dondola mio Sole sui cavalli a dondolo! - Come cantano le Ore, le dèe sole, così cantano i Mani dei mari, questi dèi equi. E di mani in Mani è il gioco.
Re della reggia dell’alto dei cieli Immobile Sole perpendicola; errante, va. I Mani in mano al gioco sono.
Equoree nozze di equinozio, uno prepara; re dei venti, è l’uno: Eolo dei venti l’evento prepara. Chiama Chiaro Aquilone a sé: - il canto incanta, mio Aquilone, e soffia e va! -
Diretto, Aquilone sé dirige, là dove sa. Viene Aquilone da, e al dove va. Come un gioco vento venta, e inventa; come un gioco incanta: canto di Ore o canto di Mani incanta. Aquilone vento di Eolo, Aquilone giocattolo di Eolo dei venti un gioco diventa.
- Soffia soffia vento di Eolo! - A soffio a soffio, Eòo cavallo a dondolo, alato cavallo, condotto d’Aquilone, va dove sa. Viene da, e al dove va, questo gioco.
Di gioco in gioco, Sole Immobile Onda dondola.

- Ma com’era cominciato tutto? –


C’era dunque una volta colei.
Colei che dire voleva chi era se stessa, o chi mai; che dire voleva, al meno una volta, e solo una volta, il di lei nome, non altri, quel nome che mai aveva ascoltato, e forse mai avrebbe; colei che, nonostante cosa dir sapeva se stessa non fosse, né il suo nome, non di meno il nome degli altri perfettamente dire sapeva: appunto la nostra Colei era.
Ma com’era nata Colei? – pochi si chiesero.
Fu un giorno di sole, di sabbia e gole, uno ricorda: - ecco tremula e vibra, di tra lingua e lingua, la tinta regina dei deserti mutanti; e vibra e tremula, di sotto a un velo di gelo: granula, vagola. Liquido Sole il velo disvela; e danza e gioca.
Gioca, danza; e gelo disgela, limpido Sole, a fiocco a fiocco. Nell’alto dei cieli Immobile Sole girandola; innamorato, va. Ma vagola ancora la duna, e trema; tremula dei nervi la fibra, tremula ai venti, alle nevi. E vibra la fibra dei nervi ai venti, vibra! E vibra alle nevi: delicata e pigra è la cifra del gioco.
Allora a duna a duna il sole vibra la cifra perfetta: raduna a uno a uno i propri raggi e, affinché la duna che ama comprenda, o ché la duna a cui si dona sia la duna che ama, di essi raggi, ne fa vene tante. Tante vene ne fa quanti fiocchi di neve vi sono. Le vene, le fa di fioco fuoco; e via un fiocco di neve via l’altro fiocco, via la neve tutta. Le vene del sole, fioco fuoco parte del tutto, circondano, prendono in giro, giocano, vanno e vengono, si posano e levano e sossopra stanno. Ma sossopra stando e intorno, e dentro e fuori ugualmente, le vene, dono di sé fanno; tenere, si vendono: dono di vene il sole fa, o dono di raggi; alla duna che ama dona parte di sé. E nell’alto dei cieli Immobile Sole girotonda; emozionato, va. Ma vaga ancora la duna, e trema; trema al gelo del pensiero o al pensiero del gelo. Vibra dei nervi di duna la fibra, e vibra ogni fibrilla. E tanto e tanto vibrano le fibrille e le fibre e i nervi e le dune tutte, vibrano tanto quasi da sfasciare il fascio; e perdersi, l’una duna nelle altre; e confondersi, le altre nell’una. Ma l’una duna nell’altre perdersi non può, ché dir serpe non sa; né le altre confondersi, ché confuse non sono. Taluno allo specchio si dice confusa ma non è. Tale è solo l’occhio diaccio confuso del sole. Confonde il gioco del refuso il re fuso; buffo pagliaccio d’estro bizzarro, il re fuso beffa il ghiaccio e sberleffa, e fa bizze a bizzeffe. Se pure si pensa persa l’una duna tra l’altre, il re fuso pensa saper tanto e di Lei e di sé; e di Lei come regina e di sé come di re: - ma come dire? - e cosa? –
O ché l’una comprenda, o ché l’una duna, la quale si pensa persa, presa dal saper sia, e vaga, vaga di sapere di cosa, di come e di chi sia; la cifra del gioco si fa perfetta, due volte perfetta. Re dell’alto dei cieli Immobile Sole perpendicola; calante, va. Ma vaga ancora l’una duna, e ancora non sa; né sa dire se sappia o meno. Lei non sa se la sua sia o meno sabbia in castelli, e per ciò vaga; e tanto e tanto vibra, la piccola duna regina. E canto a canto vibra, come un granulo soffio: - vibra fibrilla di duna, filo di fibra vibra! - vibra fibrilla di sole, vena o raggio vibra! - vibra e brilla, Sole! – così cantano le Ore. E in tal soffio, il gioco come incanto liquido sta.
I fili sottili ali sono: ali, o angeli, o ali di angelo che vola. - Vola, via! cullato dal soffio dal raggio dal fascio, vola l’angelo, e vagola e vibrula; e gioca: di sabbia e gelo ne fa castelli e pupazzi. Via il dubbio, in fine, via il dubbio se sia o meno tale; via il gelo, a capo via il gelo e il pensiero. Vola angelo, vola! Ali d’angelo volate! Minima particola, e privativa del gelo, vola e crea! Vola o segno, vola, e crea un regno di sogno! – così cantano le Ore.
E ancora cantano: - Suo angelo regina, sua duna! - Incanto di occhi, o gioco di specchi, tale è il canto. Vibrule le ali d’una duna, vibrule le vene del sole tal quali nella cifra del gioco, la cifra tre volte perfetta: vene e venule e venuzze il sole dona. Se vuote le ali erano, non di altro son vuote, se non dei mali; e se piene di gelo erano, ora, sono piene di vene: - Vola angelo, volate ali del bene! Vola senza pensieri, vola e crea, minima particola! Al sogno vola segno, e crea castelli!
Re della reggia dell’alto dei cieli Immobile Sole gira, gira; raggiante, va.
- Vibra fibrilla di duna, filo di fibra vibra! - vibra fibrilla di sole, vena o raggio vibra! - vibra e brilla, Sole! – così cantano le Ore.
- I raggi adagia e posa, Precipite Sole, - d’una dèa è tale voce: - attendi l’ora; solo in fine (a capo sarebbe lo stesso), a te è dato darti.
- Gira, gira, gira discolo disco, gira e vortica! - Vertice senza spigolo o punto d’idea, vortica! - Vortica vertice ciclico! – così canta il coro.
Come cantano le Ore, le dèe sole, così cantano le voci d’una dèa, così canta il coro: incanto di cero, o incanto di marmo, tale è il canto.
I quattro cavalli di Sole, e il carro suo, ali hanno, e ruote: ali di cera, e ruote di marmo.
E pure, a trotto a trotto il cavallo trottola, e rotola la ruota.
- Rotola, ruota del carro del destino, rotola! - trottola cavallo, trottola! - alato cavallo, vola! - vola sulle ali di cera, e crea! - frullo d’ali dalla cera immote crea! - carro dalla ruota marmoreo, cocchio carrozza o carrucola diventa, o di marmo occhio, che la ruota del destino rotoli! -
Ecco, via la cera in fine, via la cera dalle ali, così che possano volare a capo creando ipotesi; via il marmo, in fine, via il marmo, così che la ruota possa rotolare a capo nel regno delle ipotesi: - nel sogno? Mossa sospinta o attratta, rotola la ruota del Destino, rotola distratta nel regno del sogno; e, come d’un liquido incanto asperse o infuse, l’ali del cavallo alato volano perse, confuse: volano nell’ipotesi del regno. Perso, confuso, è il re fuso, nel regno di carte alla rinfusa; tuttavia, crea castelli di carta e castelli di sabbia.
Re della reggia di carta dell’alto dei cieli Immobile Sole trottola; e distratto, va. Ma per quel poco, che altrove va, poco d’altro o simillimo viene e rinviene; va e viene il re fuso, viene e va, girando intorno a se stesso.
- Gira giro, gira discolo disco, gira e vortica! - Vertice senza spigolo o punto d’idea, vortica! -Vortica, vertice ciclico! - così canta il coro. -
- Vibra fibrilla di sole, vena o raggio vibra! - vibra e brilla, Sole! - così cantano le Ore.
- Vibra e prilla, Sole! – così cantano i cori.
Se il coro d’una dèa ch’era di stenti unito al canto delle Ore stentoreo diviene, da marmoreo canto a incanto i cori vanno. E pur così, scultoree nozze uno prepara: re del fuoco, l’uno, re dei fuochi i giochi prepara. Danza a nozze, re probo, e dal tuono al suono va; per l’amico re fuso, re probo di fuoco chiama a sé i ciclopi. E così dice: - tu Forte Ciclope, riversa versi riversi, e va! tu Ciclo Ciclope, punto o idea, punta su d’una duna, su la retta punta l’idea, e va! tu Tenue Ciclope, o Soave, note annota e va! e tu e tu, Picchio, Granchio o quali siano i vostri nomi, le carte ad una ad una giocate, né monta se un equivoco o un qui pro quo perso vada ché tale, confuso, e perso, è il re fuso! e tu Ops e Ops - questo il nome, - il nome tuo grida, e va! e tu pure, Cerchio, cerchia e va! e voi, - Circo e Angolo e Clono, - appunto voi ciclopi, e non altri, - Circo al tondo, Angolo al giro, Clono al caso, - andate! via, andate! voi due, i cui nomi, di uno Velo Volo o Creolo è, di un altro Rotolo o Trottolo forse è, voi, insomma, i cui nomi son quel che sono, voi due insieme, e non da soli, forgiate la saetta, la perfetta volte quattro, il lapis forgiate! dal marmo il lapis forgiate, e d’ali cerate create ipotesi, regni di carta o sabbia e castelli! - così loro disse re probo di fuoco, amico di re fuso, dal tuono al suono andando.
Dunque Forte Ciclope, poeta da poco, versi su versi riversi riversa, e va; e viene. E Ciclo, punto d’idea, da punto quale è, o non è, punta su d’una duna l’idea o su la retta; e rotola e rotola, curva descrive e va; su retta rotola e rotola, curva descrive e va; e viene. E Tenue, o Soave, note annota, o i suoni e i tuoni; ed invoca le voci del re e va; e viene. E Picchio, e Granchio, o quali si siano i di lor nomi, le piccole carte ad una ad una, i colori d’esse e rossi in fine e a capo rossi essendo; rossi, o neri, in fine e a capo neri, i colori essendo; alla rinfusa, le carte a una a una, - grandi o piccole, come i di lor nomi; - sopra, e sotto, alla rinfusa, dentro e fuori le carte giocano, dal mazzo del Destino. E Ops e Ops, - questo è il nome, - il nome suo grida e va; il nome suo grida: - Ops, Ops, Eòo alato cavallo! - il nome suo grida, e viene. E Circo e Angolo e Clono, da anticipi o ancipiti quali voglion sembrare e sono, e ora gli altri, ora gli uni, Circo al tondo, Angolo al giro, Clono al caso, vanno; e come guitti o teoreti, o sia di cosa, la quale quasi avvenga a capo a caso, o sia di cosa, la quale in fine capiti a caso, i nostri o stando vanno, o vero andando, e via andando, stanno e non soltanto, vengono; vanno stanno e vengono. E Velo Volo Creolo - trino e uno, è il nome, - e Trottolo, Rotolo o quale nome lui s’abbia, la saetta, la perfetta volte quattro, il lapis forgiano; dal marmo il lapis o da ali di cera, e le ipotesi: ipotesi, regni di carta o sabbia e castelli, - questo e altro forgiano e creano e descrivono. Altro: segni o sogni, cose che a caso siano, oggetti, nulla di più o di meno; e caos di re, respiro.
Tutto a poco a poco da che cavo era, e vuoto, vuoto di bene, ablativa cosa diviene; ablativa cosa, bla bla, parole a caso suasive, di fatte fusa, e via, e via: via il pensiero e il gelo, vene, venule e venuzze, il marmo e la cera, la forma o come - il tempo o quando - lo spazio o dove. –
- L’atto attende! - tuona il re probo, e dando di matto esplode. E suona: - di tuono in suono andando, venendo, miei Ciclopi; e tu mio caro, mio caro Cerchio, vice versa di suono in tuono venendo, andando; e stando. Uno a uno, e tutti insieme, e stando ai ‘si dice che’, dico: - lapis o pietra ossimora crei l’a capo in fine! - ciò suona il re probo capovolto, ma dando di matto implode. E tuona: - quadrato il cerchio! L’una duna, re fuso, la piccola duna!
Bizzarro buffo re fuso, ordinate le carte alla rinfusa, dando di gatto buffi di coda, ciance, parole o frasi suasive, perso, confuso, è il re fuso. Regni di carta straccia re fuso, e il respiro. Itera tiritera stracca, re itera.
Nel fuoco re probo la carta incarta, e sovvoce gli dice: - re fuso, il canto incanta! (Solo in fine o a capo darti dato è. ) il lapis crei l’a capo in fine! Lapis lapilla, altrove, in ogni dove; dovunque suoni e tuoni, colori e cuori: l’alba tramonta rossa di fuoco di vita. Danza re fuso a nozze, danza e prilla re fuso; e fa le fusa. Gira, in tondo in tondo gira, di fusa in musa, affinché l’una duna che ama, sua sia: suasiva. Re di cuori della reggia dell’alto dei cieli di carta Immobile Sole va e viene; e va.


Modificato da - campi giovanni in data 01/06/2009 11:12:23
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intermezzo


cara ALI,
viste e riviste le tante ali di cotesto testo non proprio
minuto, e pensando e ripensando... invoco non la voce, che poche
volte s'è espressa, ma al meno uno dei suoi meravigliosi animali
annoiati qual


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campi giovanni
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(B)

C’era dunque una volta Colui.
Se Colui se stesso chiamava, Colui! – Colei
ripeteva, - se stessa chiamando.
Colui, che fu scosso da quella voce, che lo
chiamava quando lui se stesso chiamava, dunque
vago di chi amare: se amare se stesso, o altro
da sé; a chiedersi chi amare, andava Colui.
Dove andava Colui, là era la voce di Colei.
Colui, giunto che fu in quel luogo, o forse
mai mossosi da, dunque pure vago di cosa fosse
quel luogo: se uno, o plurimo; da dove veniva,
Colui andava.
Dove andava Colui, là era la voce di Colei.
C’era dunque una volta Colui, che andava da
dove veniva a chiedersi chi amare. E Colei, là
era.
Ma com’era nato Colui? – pochi si chiesero.
Fu una notte di luce e d’acque, e di fiori,
uno ecco ricorda: - danza dei mari la imago, e
danza la forma, di tra lo specchio dei mari. –
Il riflesso dell’onda nell’onda, dell’onda che
mira se stessa, dell’onda che si mira nei mari
infiniti, e il disegno, il disegno che in tale
modo disegna, sonori sono, non mai sordi. Voci
invoca l’onda che dondola e dondola, e le luci
della luna di quarto in quarto. Nova novissima
nei cieli accesi più accesa, la luna, spicchio
spicchio di luna che cala, e cresce, infinito;
plena pienissima nei cieli accesi, più accesa,
la luna, cerchio rotondo di luna che cresce, e
infinito cala; come che sia la luna, dai cieli
nei mari è Lei che mira – l’onda, che dondola.
Mai si è udita magia tanta, né mai se n’udirà,
ora in vece mille millanta: questi i suoni che
s’odono: i canti d’incanto, e gli incantesimi,
che l’una all’altra canta, e che così incanta.
Di fatti, se l’una è l’onda, l’altra è luna. –
Dondola l’onda! do do, do l’onda! do l’onda do
Do! dondola l’onda nel mare di gioia infinito!
- così canta Noctiluca, Ora prima, e dèa. Ella
la ninna nanna canta, fatta di ombre, di luci.
La luce d’ombra la notte muta, sonora diviene:
d’onda in onda, fantasia di spicchio, mia luna
lunula va! e vieni, perfetta imago dell’image!
Di luna in luna fantasia di specchio, mia onda
Ondula vieni, e va! l’equorea forma trasforma!
- così ancora canta Noctiluca Ora prima e dèa.
Ella la nenia canta così com’è: di tutto punto
di bianco, di nero, ella canta: il suono viene
d’ombre e luci riflesso. Quel che in fine era,
capovolto or è: muta la notte d’ombra la luce.
Nel perimetro, quale che sia, in un dove, o in
nessuno, la seconda Ora un canto di nomi, puri
suoni e cantilene, ella canta; e Lene, il nome
suo, è. Cantilene, Lene canta: - suo Aquilone,
vento d’Eolo dei venti, Eolo volendo, o aquila
Tremule Ali, o leone Arti Artigli, aquilone,
tale, diventare può, da vento qual era, ché di
ventare più non può. Nel perimetro Lene canta,
nel recinto del dove, che altrove è: - pendula
lunula luna graziosa, il dilucolo muta cometa!
Noctivaga fra le eque onde la luna discende, e
confonde: innamorata, è. E se stessa precipita
nell’infinita imago dei mari, o soltanto di sé
una parte: l’unghia che adunghia, ed artiglia,
che l’arte artiglia e prende; lo spicchio che,
concavo o convesso volo spiccando, viene e va;
in fine il minimo frutto che di tra l’infinito
flutto s’immerge. L’universa luna mima mimesi,
idea cose; e dal dilucolo, Ella minima tituba.
Si libra e oscilla la luna; tra l’eque equoree
onde, si discende, e confonde; così, si perde.
E i suoi sonori suoni sono dal sogno celati, e
Labbra e denti sovvoce muovono soltanto dubbi:
se sia appunto quella, non altre, la sua onda;
e se l’onda così amata, amando, Lei comprenda.
Minima luna, mima, ama! urla e burla, universa
cometa! muta matita, di mina in mina! – Agame,
l’Ora terza, in modo siffatto canta. Si muove,
da un dove a nessuno Agame, e l’ordito ordisce
fatto a mano. Da nessun dove a uno, Mani trama
tramano: - Luna, darti dato è, ma solo in fine
o a capo capovolta! D’argento il ricamo, l’oro
richiama: tale è la trama tale l’ordito. L’Ora
tesse una tela infinita; a mano ricama, e così
richiama: - Luna, matita o mina, muta tempera!
minima e miniata, tituba e mima; e ama! libra,
oscilla; e ama! urla e burla, universa cometa!
Di tempra simillima a che che sia o che abbia,
la luna curva la linea disegna, e virtuale, le
punte sue unendo e riunendo: perfetta, più che
perfetta, imperfettibile, dona una imago di sé
riflessa, ma plena pienissima; è un cerchio. –
Non vede l’astro, universa cometa, o equivoca
Luna, il disastro? – si chiede Agame, che fuor
Di sé è, come esplosa. Pure implosa è la mina,
e minima e miniata; e muta la matita. Le mani,
o i Mani che dirsi vogliano, l’equa voce odono
della luna: il suono suo ora sonoro ora sordo,
e le magie dell’image sua ora riflessa, ora se
stessa. Come d’una formula che forme trasforma
là dove l’altrove è, perimetro o labirinto che
sia, o tetro teatro, la image di luna danzare,
questo s’imagina: più accesa nel cielo acceso,
e più accesa ancora l’image sua nell’imago dei
mari, tale di luna lo spicchio nello specchio.
Danza l’image e danza l’imago, là dove nessuno
è mai. stato o dove uno soltanto v’è stato; nel
perimetro del dove ch’è altrove, nel labirinto
o teatro, appunto questo si imagina: la danza.
La danza, una fantasia è di chi, o un riflesso
soltanto. Dove che sia la fantasia, nessun sa!
Nessun sa dove sia, e se. Dove che il riflesso
sia, nessun sa! Nessun sa dove sia, e se. Tale
è il canto d’Anula, l’Ora quarta, e dèa. Fuori
o dentro di meno, di meno o di nulla sia! Cosa
che sia, e se, nessun sa! Nessuno sa cosa sia!
Tale è il canto di Anoda, l’Ora quinta, e dèa.
Anula a onda, Anoda a luna, le dèè in tal modo
cantano. L’incanto cantano, e le magie; le dèe
Noctivoche in sogno vengono, e vanno, la gioia
disegnando infinita quale è. Imago mia d’onda,
cara imago mia, di onda che dondola e dondoli,
dona te stessa! onda di gioia, te stessa dona!
Image mia di luna, cara image mia, di luna che
pendula pende e cali e cresci, dona te stessa!
Nova luna novissima, plena di gioia pienissima
te stessa dona! – siffatto è il canto d’Oedula
Ora sesta e dèa. Lei ella ama, Ella Lei ama. –
E dentro e fuori dei mari l’onda, la luna ama!
- così ancora canta Ondula, l’Ora sesta e dèa.
Curva è la linea che la luna in sogno disegna:
l’imago virtuale dei mari infinita: l’onda che
ama. Ma in sogno la curvas’incurva e incunea;
riunite le punte che abbia in cerchio perfetto
la luna la linea del destino suo così disegna,
del suo e dell’onda che ama. L’orbita descrive
fatta d’amore, null’altro; e, ché comprenda,
tituba, oscilla, danza: semplicemente, la ama.
Allo stesso modo curva, è la linea che la onda
in sogno disegna: l’image virtuale dei cieli e
infinita: la luna che ama. Ma, in sogno, quale
sia la curva, rotonda diventa; l’onda rotonda,
uniti gli spigoli che abbia in disco perfetto,
la linea del destino suo in sogno disegna, del
suo e della luna che ama. Il tracciato traccia
d’amor fatto, e di null’altro; a ché comprenda
arretra, avanza, danza: semplicemente, la ama.
Tale danza d’amore, che la voce muta, la forma
trasforma: la luna caelicola al dilucolo nova,
novissima, è plena, o pienissima; da spicchio,
quale era, ora un cerchio perfetto diventa, le
punte della falce per la sesta volta riunendo,
e ora la settima. In fatti Directa, la dèa Ora
settima, così canta: - mia luna lunula pendula
calante, mille millanta sono i cieli che celi!
In infinito seno, e distratto, universi unendo
Di virtuale luce, tu, scia di cometa d’unghia,
linea su di sé in cerchio avvolta, falce sette
volte richiusa nella volta dei cieli, mia cara
luna, discendi cala e ama! Directa, la dèa Ora
settima, così chiama; e, a sé, lei richiama. E’
suo l’a solo che segue: - di recta in recta il
disegno si fa segno di; la linea lunea diventa
e marea muove di moto che arretra, che avanza,
che danza: una danza di figure di forma che se
stessa trasforma. Ma già l’Ora ottava, la dèa,
Inrecta il di lei nome, l’incanto suo canta: -
arco di luna, d’anor carco, curva la recta tua
freccia lancia! ora, ora che l’onda va, vieni!
ed ora, ora che viene, vai! Ricorda: è in fine
o a capo che darti dato è. E Lei, con Ella va;
Ella, con Lei viene. Luna imago imagina d’onda
come di gioia plena. Allo stesso modo riflesso
onda imagina image di luna plena di gioia come
è. Di recta in recta l’Ore vanno, e vengono; e
cantano: il canto come incanto le dèe cantano.
Agamoedula, tale della dèa Ora nona è il nome,
incantesimi prepara; e magie e filtri d’amore.
Così canta: - l’equa voce invoca di luna, e la
Luce sua su te stessa riflessa! L’arco di luna
Imagina, mia onda onda, che dondola e dondoli,
come d’amor carco, curva la recta freccia sua,
su di te lanciare! ora, ora che in fine è nova
novissima a capo la luna, imago cara, arretra!
plena ora che è, in vece, image ora pienissima
avanza! e ama, e danza! onda ondula onda dona!
- Danza d’amor danzando dona se stessa l’onda;
e forme e figure di sé. Pure, l’Ora decima dèa
Semula, tale il suo nome, già canta l’incanto:
- negro il seme insemina, quale sei, o bianco,
pallida pendula timida falce di luna o lunula!
L’ombra bianca precipita, e così la nera luce!
Niente, in sé, è la mina, se non muta tempera;
né, men di meno, le mani, né i Mani son nulla,
se una dèa soltanto, o un dèo, il ricamo tela,
o il richiamo. D’argento, la luna, l’oro cela,
di tempra simillima a che che sia o che abbia;
tempera muta, mutando rileva, e così si svela.
La luna, che si discende nei mari, e nell’onde
Si confonde, la vera natura sua propria svela:
sposo fedele e padre devoto i seni della donna
quale l’onda è preme e così allatta. Il frutto
dell’eque nozze d’equinozio è tale, che Flutto
il figlio loro si chiamerà. Libera Lactea, Ora
undicesima e dèa, di fatti, in tal modo canta:
- Flutto è il frutto dell’amor vostro, di luna
che l’onda di sé feconda! Aria o Ario, noi Ore
e dèe, il più volte nato, così lo chiamiamo! e
l’amiamo, e chi amiamo: noi amiamo chi, ed Oro
il nome suo è, o Aura. Nomi canta, la dèa, Ora
undicesima. Libera Lactea i nomi di chi canta,
e il nome suo: - picciolo flucto d’amor libero
libra, e vola! e chiama, e ama! d’onda e luna i
nomi nomina! Dal seno ricevendo l’umore lacteo
di tua madre equorea, onda che se stessa dona,
la vita vivi, fatta di gioia in fine infinita.
Ma ora dormi! – Libera Lactea in vita invita a
Venire, e andare; va l’Ora, così che ora venir
Può Dictinna, la dodicesima Ora dèa. Dictinna,
la ninna nanna canta, fatta di suoni di miele;
sovvoce sovvoce ella, lieve la voce sua, detta
e canta: - dormi dormi piccolino, dormi dormi,
mio bambino!

- Ma com’era cominciato tutto? –

C’era dunque una volta Colei.
Se Colei quando Colui se stesso chiamava, -
Colui! Ripeteva, era – Colei! Che dire voleva.
Colei, scossa che fu da quella voce, che se
stesso chiamava quando lei lo chiamava, dunque
vaga di chi amare: se amare se stessa, o altro
da sé; a chiedersi chi amare, andava Colei.
Dove andava Colei, là era la voce di Colui.
Colei, giunta che fu in quel luogo, o forse
mai mossasi da, dunque pure vaga di cosa fosse
quel luogo: se plrimo, o uno; da dove veniva,
Colei andava.
Dove andava Colei, là era la voce di Colui.
C’era dunque una volta Colei, che andava da
dove veniva a chiedersi chi amare. E Colui, là
era.
Ma com’era nata Colei? – tanti si chiesero.
Fu una notte di luna, di sabbie e duna, uno
ecco ricorda: - avvolto nella volta dei cieli,
l’arco o velo pendulo vibra; e vibra vibrilla,
di tra lingua e lingua, la muta voce vibrula e
del deserto il tono, ora sonori ora sordi. Note
si odono di musiche noctivoche che l’una luna,
d’una duna innamorata, vocia e musica; e suoni
ugualmente, di canti e incanti che l’una duna,
d’una luna innamorata, incanta e canta. Allora,
l’Ora dèa, Impra è il suo nome, l’arco inarcarsi
vedendo, in curva sempre più ricurva, e unire e
riunire le punte sue in cerchio rotondo, perfetto,
auspica per esso di tendere al novo, al pleno,
in modo tale che pendulo il velo suo che abbia
avvolto dove dei cieli è la volta, è la sabbia
di duna che luna invoca,e chiama: a sé chiama
la luna ché duna comprenda; e ama. E già nuova
dèa Ora dèscona, tale il di lei nome è, i toni
tuonare udendo e rintronare in fine l’infinito
flumine vedendo, o più accesa la tinta sua che
unisce il segno di in disegno e così riunisce;
Dèscona s’augura di venirle in sogno e andare,
in modo tale che, granulo il suono suo che sia,
là dove di terra tremula è il fuoco, suasiva è
la luna che duna invoca, e chiama: a sé chiama
la duna ché luna comprenda; e ama. E già Zetra
con sua sorella Traqua, le dèe Ore gemelle, in
coro il loro dire così s’inaugura: - luna cara
luna la duna leggera inciela, da dove è a dove
sei delicata carezza; e danza e ama. Duna cara
duna la luna leve interra, da dov’è a dove sei
tenera abbraccia; e ama e danza. Solo in fine,
o a capo soltanto, darvi dato è: così il coro,
delle dèe gemelle, canta. Ma già altre dèe ore
sorelle, Quanti e Tessa i di lor nomi, in modo
similare cantano: un incanto cantano, dai nomi
dato. Quanto vi sia tanto ve ne è, tale che la
tela d’amor tessendo a sé simillima, è l’anima
sua che la luna a duna dona. Di quanto altrove
va ne vien tanto tale che la tela d’amor tessendo
è l’anima a sé simillima che la duna a luna dona.
E Metista e Ovatta,Ore e dèe, di cuore cantano:
- di pietra è la luna, preziosa lùnea che luce
dona, e voce muta; immobile e pendula muove di
sé quel che moto d’amore ha: tituba e oscilla.
Un baruffo, è la duna, come votata a donare se
Stessa; la forma trasforma, la duna; si figura
Come donna, e così si dona: come donna si dona
La duna. Danza d’amor danzando, luna perturba.
Ma d’Onna e Riceda, l’altre Ore dèe gemelle, è
Il canto che viene, che va: - avanza, arretra;
e danza e danza: e ama. Semplicemente il moto,
di luna che ama duna, è come mosso dall’amore;
d’amor scosso il moto è, di duna che ama luna.
Se l’una luna sfiora, di tanto che in fine va,
la duna, e lei tocca, toccata è dall’una luna;
tanto a capo ne viene: sfiorata è, l’una luna,
d’amor di donna o duna che sia. Ma ora è l’ora
d’Ora Semicudina dèa, la quale, parte del nome
suo e parto dei loro amori, ormai canta: - Oro
sia il nome del frutto dell’amor vostro, o sia
Aurea. Seme di luna in duna inseminando, nasce
Ario – tale il nome del neonato. – Nasce Aria.
In vita invita Codisamide Ora e dèa, a venire:
- sua sia la vita, e suasiva; beata, e felice.

Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:13:05
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(C)


C’era dunque, una volta, e più e più volte,
Colui, il quale, nato essendo da madre plurima
e unico padre, non una, ma due volte nato era.
Il padre essendo Sole, la madre ora l’onda,
ora la duna era: ma forse era dire lo stesso.
Allora Colui, nato essendo da padre plurimo
e unica madre, non una, ma due volte nato era.
La madre essendo Unda, il padre ora il sole
ora la luna era: ma forse era dire lo stesso.
Come che sia, c’era dunque una volta Colui,
il quale nato era due volte. Nato era in fine,
o a capo, d’amore amato. Dall’Ore dèe chiamato
Oro era, o Ario; o semplicemente Colui. Colui!
- Colei chiamava, e così lo amava, la tiritera
delle Ore iterando. Ma chiamar se stessa forse
voleva. Andava Colui, da dove veniva, e Colei,
là era.

C’era dunque, una volta, e più e più volte,
Colei, la quale, nata essendo da padre plurimo
e unica madre, non una, ma due volte nata era.
La madre essendo unda, il padre ora la luna
ora il sole era: ma forse era dire lo stesso.
Allora Colei, nata essendo da madre plurima
e unico padre, non una, ma due volte nata era.
Il padre essendo Luna, la madre ora la duna
ora l’onda era: ma forse era dire lo stesso.
Come che sia, c’era dunque una volta Colei,
la quale nata era due volte. Nata era in fine,
o a capo, d’amore amata. Dall’Ore dèe chiamata
Aura era o Aria; o semplicemente Colei. Colei!
- Colui chiamava, e così la amava, la tiritera
delle Ore iterando, ma chiamar se stesso forse
voleva. Andava Colei, da dove veniva, e Colui,
là era.

C’erano dunque una volta Colui e Colei, che
Andavano là da dove venivano. – Ma là dov’era?

Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:13:45
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(4)

C’era una volta Colui il quale nato era due
volte. Le sue uniche compagne di gioco essendo
le Ore, le dèe gemelle, dei padri suoi ancelle
o sorelle, cullato da loro, dalle Ore, Oro era
o Ario. La culla da nulla qual era ora è tale,
un morbido letto di carte e foglie insieme, su
di cui, il latte poppando dal seno della madre
una, delle madri plurime, un sonno beato Colui
dormiva. Cullato, andava e veniva, ma un sogno
sognava, in ricordo ora di allora: quale segno
del destino suo, v’era l’image di sé riflessa,
che avvinto al cordone giocava all’altalena. E
ora a capo, sospinto era, o lo era in fine ora
capovolto sossopra, e mosso, ed attratto: come
d’amor d’Ore mosso, e dal cuore loro attratto.
Dimora avendo vaga, e così il regno, ondivago,
l’altalena su cui adagio Oro si posa, oscilla;
caelivago, l’asse di vita su cui Ario s’adagia
vacilla. E racchiuse ha le mani, sul cordone o
filo, strette a raccolta, a nutrirsi di linfa.
E oscilla e va Colui, in ricordo ora d’allora;
presente il passato suo, Colui viene, vacilla.
E luci e voci invoca e induca: vacua voce cava
evoca, e labileluce e dubbia. Presente che il
passato sia, in ricordo ora d’allora, in sogno
l’image sua, come riflesso del destino, è solo
un segno di, o un disegno: un disegno soltanto
di come era. – Ma come era, per ora si tacerà.

- Ma com’era cominciato tutto? –

C’era una volta Colei la quale nata era due
volte. Ora avvolte in fasce Aura era dalle Ore
gemelle cullata di notte, e ora Aria di giorno
da loro cullata avvolta in fasci era. Nera era
quella volta la volta dei cieli, come nero era
l’arco a volta, di notte; di giorno capovolta,
era bianca dei cieli la volta, quella volta, e
bianco era l’arco. Come balie, le dèe ancelle,
degli dèi l’Ore sorelle ora il carro muovevano
a capo di quel che sia, ora finalmente in fine
muovevano il carro. E nel carro Colei dormiva.
Ora quel che abbia moto d’amore, tenero sia. E
La culla di sabbia, quale è, da nulla che era,
ora è tale: un morbido letto di grano, granulo
granello, su di cui il latte poppando dal seno
della madre una, delle plurime, un beato sonno
Colei dormiva. Così, cullata, andava e veniva,
ma un sogno sognava, in ricordo ora di allora:
quale segno del destino suo, v’era la imago di
sé riflessa che avvinta alle corde giocava. Ai
fili appesa dondolando, le briglie nelle mani,
a nutrirsi, da dove sospinta era fino in fine,
a capo sospinta, allo stesso modo fino a dove,
Colei era. Sospinta e mossa, e attratta, Colei
era: d’amor d’Ore mossa, e dal cuore attratta.
Umido umore emana di fatti dalle Ore in amore.
Come dimora o regno avendo del granulo, tale è
il filo cui Aura si pende, e dondola: una tela
di bachi di seta di ragna, da mano di equo dèo
tessuta. Di fino tramando, filo su filo infila
e cuce; corda ne fa, o cordone, da cui Aria si
nutre e vive. In sogno ricorda: corde accorda,
a che musiche s’odano; briglie scioglie, a che
l’alato cavallo a dondolo, che il carro muove,
a capo vada, o allo stesso modo in fine venga.
E viene Colei, ora in ricordo di allora, e va.
L’imago sua, come riflesso del destino, è solo
un segno di, o un disegno: un disegno soltanto
di come era. – Ma come era, per ora si tacerà.

- Come si siano le cose da dirsi, così sono. –

Tacendo di come era, in sogno Colui l’image
sua vedeva nel destino riflessa. Ma il destino
suo, ci si chiede, che era? Posto sull’asse di
vita, che vacilla, sull’altalena, che oscilla,
in una alternanza senza alcuna alternativa, la
identità di chi è Colui s’alterna all’alterità
di che l’image di Colui è. Di quel poco che va
ne viene poco: quel che in fine è, a capo sia;
in ricordo ora d’allora presente è il passato.
Tacendo allo stesso modo di come era Colei,
la imago in sogno riflessa nel destino vedeva.
Ma il destino, uno chiede, era proprio il suo?
Posta sul carro, che, sempre, fino in fine va,
che viene a capo, sempre, - ma a capo di che?,
- l’univoca voce di chi è Colei alla plurivoca
voce di che la imago è di Colei si alterna. Ma
presente è il passato ora in ricordo di allora
soltanto in sogno, sia a capo, sia in fine.

Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:14:30
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campi giovanni
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(5)

Come che sia, Oro o Ario essendo il nome di
Colui, dalle Ore sue balie, le dèe, amato era,
e così chiamato: Oro! Ario! – le Ore chiamano,
e così lo amano. Soltanto nel dire il nome suo
il loro amore è. Cura ne hanno, l’Ore dèe, che
chiamando lo cullano, che amando lo dondolano:
caro Ario, Oro caro, mio bambino, dormi dormi,
piccolino! – una cantilena, il coro gli canta.
Angeli sono le balie, che in vita invitano Oro
a venire; a venire in vita, a nascere e vivere
ora delle Ore il coro Oro invita: caro Oro mio
che splendi e risplendi, e in cielo e in terra
ove tu sia, là luce e vita s’abbia; vieni oro!
Angeli custodi sono le balie, che in vita Ario
a andare invitano, da loro accudito; ora l’Ore
Ario custodendo, in coro lo invitano a andare.
Viene dunque Colui da capo fino in fine, e va.
Ma da dove venga a dove vada, ora, taciuto è.

- Ma com’era cominciato tutto? –

Come si sia, Aura o Aria essendo il nome di
Colei, dalle Ore sue balie, le dèe, amata era,
e così chiamata: Aura! Aria! – l’Ore chiamano,
e così la amano. Soltanto nel dire il nome suo
il loro amore è. Cura hanno di colei le balie,
che chiamandola dondolano, e amandola cullano:
cara Aura, aria cara, mia bambina, dormi dormi
piccolina! – una ninna nanna il coro le canta.
Il coro dell’Ore di fatti, è un coro di angeli,
di angeli custodi o balie che in vita invitano
Aura a venire; a nascere e vivere, a venire in
vita ora delle Ore il coro Aura dunque invita:
mia cara Aura, che canti e incanti, e in cielo
e in terra, là voce e vita s’abbia ove tu sia;
vieni Aura! Ma allo stesso modo le Ore o balie
Aria in vita semplicemente invitano, a andare,
da loro accudita; in coro, ora Aria custodendo
a andare la invitano le Ore. Così, Colei viene
e va. Ma da dove a dove, per ora, taciuto è.

- Quali che sian le cose da dire, tali sono. –

Tacendo per ora di dove venga, e dove vada,
Colui nient’altro era se non un neonato; e Oro
Dal coro dell’Ore veniva così chiamato o Ario.
Da chi amato, Oro o Ario era? Certo dal padre,
che ora è Sole ora Luna, e dalla madre che ora
è Onda ora Luna; ma allo stesso modo dalle Ore
amato: dalle Ore tutte. Siano, esse, angeli, o
balie, degli dèi sorelle o soltanto ancelle, o
loro stesse dèe, le Ore, Oro o Ario chiamano e
così amano. D’amor mosso, cullato viene, e va.
Da dove viene? – qualcuno ora chiede. Dove va?
Forse altrove? Ma dove è, poi, questo altrove?
e cosa? Che sia quel luogo dei punti del piano
tale che si sia appunto del tutto fuori luogo?
Tacendo ugualmente donde venga e dove vada,
Colei nient’altro era se non una neonata; Aura
Dal coro dell’Ore veniva così chiamata o Aria.
Da chi amata Aura era o Aria? Certo dal padre,
che ora è Luna ora Sole, e dalla madre che ora
è Duna ora Onda; ma allo stesso modo dalle Ore
amata: dalle Ore tutte. Siano angeli custodi o
balie, esse, le Ore gemelle, degli dèi sorelle
o soltanto ancelle, o a loro volta dèe, Aura o
Aria chiamano, e così la amano. D’amore mossa,
cullata viene; e va: da capo fino in fine, va.
Da dove viene? – ognuno, ora, chiede. Dove va?
Forse altrove? Ma dov’è, poi, codesto altrove?
e cosa? Cosa è mai l’altrove? Che sia il luogo
dei punti del piano tal fatto da essere tutti,
e tutto, tutti e tutto appunto affatto fuori
luogo?

Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:15:24
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campi giovanni
c.s. oltre


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Inserito il - 10/01/2008 :  03:14:35  Mostra Profilo  Rispondi Quotando

senza potere dispari



(6)

Là, dove Colui Oro dalle Ore vien chiamato,
o Ario, e in tal modo amato e d’amor mosso, là
appunto, in quel luogo che partecipa del cielo
e del mare insieme, soltanto là luce e vita si ha;
o in quel luogo partecipe del caelicolo mare e
dell’equoreo cielo insieme.
Ma quel luogo, - uno ora chiede: - dov’era?
A che il passato ora sia presente, o a che,
invece, il presente sia ora passato, così vien
risposto da taluno: - alla luce Colui viene, e
va; in vita invitato Colui è, dal favore delle
Ore auguri. Favorito dagli dèi tutti, talaltro
risponde, il neonato, nome avrà quale auspicio
del bene, di quanto è possibile di bene o sia.
Altrove quel luogo è: là dove uniti si sono
in eque nozze d’equinozio il padre e la madre.
Il padre, che ora è il sole e ora la luna, con
La madre, che ora è la onda e ora la duna, ora
A capo unito è, ora capovolta sossopra in fine
è. Allo stesso modo unita al padre è la madre,
da dove a capo ora, finalmente in fino a dove.
Altrove è dunque quel luogo, e di là da venire
o di là da andare; forse, quel luogo è là dove
tutti coloro siano sono del tutto fuori luogo.
Ma se sian costoro ciò che sono ora è taciuto.

- Ma com’era cominciato tutto? –

Là, Dove Colei Aura dall’Ore vien chiamata,
o Aria, e in tal modo amata o d’amor mossa, là
appunto, in quel luogo che partecipe del cielo
è, e del mare insieme, soltanto là voce e vita
si ha; o in quel luogo che partecipa insieme e
del terricolo cielo e della caelicola terra..
Ma quel luogo, - uno ora chiede: - dov’era?
A che il presente sia ora passato, o a che,
invece, il passato sia ora presente, così vien
risposto da taluno: - alla voce Colei viene, e
va; in vita invitata Colei è, e favorita dagli
dèi tutti. Di fatti, i favori dalle auguri Ore
essendole resi, la neonata, talaltro risponde,
quale auspicio di quanto possibile ve ne è del
bene, o ve ne sia, il nome avrà tale: un bene,
appunto.
Altrove quel luogo è: là dove uniti si sono
la madre e il padre in eque nozze d’equinozio.
La madre, che ora è la duna e ora la onda, con
il padre, che ora è la luna e ora il sole, ora
a capo unita è, ora capovolta sossopra in fine
è. Allo stesso modo unito alla madre il padre,
da dove a capo ora, finalmente fino in fine a dove.
Altrove è dunque quel luogo, e di là da andare
o di là da venire; forse, quel luogo è la dove
del tutto fuori luogo sono tutti coloro siano.
Ma taciuto è ora se sian costoro ciò che sono.

- Le cose da dire son tali, quali che siano. –

Tacendo, per ora, e di costoro e di coloro,
il neonato Colui Oro dall’Ore vien chiamato, o
Ario, in ricordo del colore di chi era; e così
Amato. D’amor mosso, favorito dagli dèi tutti,
tenute le mani sue che erano, dalle mani delle
Ore o dei Mani, gli dèi equi, passo passo Ario
I primi passi lentamente muoveva: come andava,
così veniva. Sull’asse di vita, l’altalena,
il piede leggero posato, una sorta di timor di
che, Oro aveva; e le mani, strette a raccolta,
chiuse e racchiuse attorno al cordone, o filo,
un aiuto chiedevano: l’aiuto di chi era là. Ma
chi era là? E là, dov’era? – si domandavano in
tanti.
E di coloro e di costoro, per ora, tacendo,
la neonata Colei Aura dall’Ore vien chiamata o
Aria, il ricordo di cosa era il colore; e così
amata. D’amor mossa la favorita degli dèi era,
che prima strette, poi sciolte, le briglie del
cavallo a dondolo, dell’alato cavallo, in mano
teneva, e lasciava poi libero infine d’andare,
di venire a capo. Ma alla fin fine dove andava?
A capo di che veniva? – tali, erano le domande
Di tanti. – In ricordo ora d’allora, di fatti,
come andava lentamente movendosi, così veniva:
mano mano, la mano sua nelle mani tenuta delle
Ore o dei Mani, questi dèi equi, i primi passi
passo passo muoveva. O dall’amor dell’Ore Aria
mossa era, e veniva; o favorita movendo, andava.

Modificato da - campi giovanni in data 14/06/2008 15:16:29
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