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 letture, scritture
 i libri "angeli"
 I libri più belli della nostra vita
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stregadinotte
c.s. acquatico


65 Messaggi

Inserito il - 28/08/2008 :  22:19:24  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Ho apprezzato la storia della tua storia, logistilla.
Curioso come la vita ci offra spunti del genere: la mia storia è l'antitesi della tua.
La malattia di me bambina era una tragedia, sia per una madre ansiosa ed ansiogena sia per me che mi trovavo iper-curata ed iper-controllata. Non c'erano nè silenzio nè mangiadischi. Le storie erano lette da colei che le sceglieva e che me le imponeva e tuttora detesto ascoltare se altri leggono ma voglio al contrario la carta sotto agli occhi, tra le mani.
Ho conosciuto le storie da una zia, che tutti in famiglia criticavano chissà perchè, la quale ne narrava di nuove e, soprattutto, diverse da quelle di mia madre. E la zia raccontava, oh come raccontava!, ma non leggeva. Alice fu l'unica storia da lei letta, credo. In più, mia madre odiava Alice, quindi me l'aveva risparmiata e non la conoscevo proprio.
Unica similitudine: la storia a volte salva o almeno fa star meglio. Evviva!
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fiornando
c.s. oltre


573 Messaggi

Inserito il - 29/08/2008 :  19:17:53  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
ho ancora con me i miei libri del liceo: grammatiche, antologie, manuali di storia, di scienze, dizionari (quello di greco, un gemoll d'anteguerra, lo ebbi in regalo dalla sorella maggiore d 'un mio amico che aveva scelto lo scientifico: prima ancora avendo assistito un loro mitico zio, divenuto ingegnere e subito volato in america, e prima ancora...).

libri validi ancora oggi, penso. sono forse cambiati da allora, parlo degli anni cinquanta del secolo scorso , significati e tabelline dell'aoristo? con altre parole prega fedromo i chiavistelli di saltar via, che tengono prigioniera l'amata planesio? o esorta venanzio fortunato la lingua a cantare il trionfo della croce? sono cambiate le formule trigonometriche, dell'acqua, dell'entropia, della relatività? sono intervenuti aggiornamenti tali nella ricerca storica per cui l'ultima barricata della comune parigina cadde non il 28 ma il 29 maggio 1871?

fosse voluta o no, la cosa, nessuna materia esauriva il suo programma, in quel basso di via martelli: filosofia terminò per noi con hegel, storia con napoleone il piccolo, storia dell'arte col manierismo, italiano con un veloce d'annunzio.

i libri sono ancora godibili, mondi di scritte e scarabocchi: lindi dovevamo presentarli all'interrogazione, annotazioni extra non erano ammesse; tanto meno, figuriamoci, le oscenità di cui hanno istoriato i loro testi i nostri figlioli, con la scusa che il libro è mio e lo gestisco io. profittevole era trattarli bene, i libri, oltreché doveroso: a fine anno erano loro, quelli almeno di loro non più necessari, che liquidati all'usato ci permettevano meno stentate vacanze; usato dove tornavamo a settembre, la lista dei nuovi titoli in mano, a librizzare quei pochi liquidi che le mamme riuscivano a mungere ai nostri oberati papà, chi li aveva. tenevano bene il prezzo nel tempo le grammatiche, i manuali, e più ancora i dizionari, gli atlanti: più pesava il libro e più resisteva al tempo, maggiore era l'impegno a stamparne di nuovi: anche cinque, sette, dieci anni duravano. raramente c'era da fissarli dal libraio: solo i ricchi lo facevano. io da ricco dovetti passare solo una volta, fissando prima e ritirando poi un'edizione rilegata delle carducciane odi barbare: l'editore, recita il verso del frontespizio, adempiuti i doveri eserciterà i diritti sanciti dalle leggi. chissà perché non le ho poi vendute subito, diritti e doveri inclusi? forse per la rilegatura in tela arancione, impressioni sul dorso in oro (falso, non zecchino come quelle dei cento libri di longanesi), che davano però un qualche lustro alla mia smunta biblioteca, composta allora quasi esclusivamente da tascabili bur, garzanti e sansoni: apuleio, catullo, giovenale, longo sofista. chi altri?

per dire: eravamo o no abbastanza sdutti, smaliziati, pur essendoci formati su libri usati, non aggiornati negli anni, immutati nel tempo; eravamo pronti a affrontare il mondo che ci aspettava fuori dalle aule? a giudicare d'un sartre, d'un guttuso, d'un governo tambroni?

Modificato da - fiornando in data 29/08/2008 19:30:30
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boboross
c.s. infuocato


397 Messaggi

Inserito il - 08/07/2009 :  17:38:44  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Oggi ho sfogliato una vecchia copia del Salinari-Ricci, antologia da me adoperata abusivamente il quinto anno di liceo scientifico.
Sarà che oggi rivivo per interopsta persona le emozioni e le delusioni della maturità attraverso il disincanto e la stanchezza di un figlio.
Ho sfogliato la seconda parte di quell'antologia, piena di brani che riportavano a cose pesanti e autentiche quali l'esilio e la repressione fascista, la guerra, la Resistenza, l'emigrazione, la fame e mi sono spiegato la <<leggerezza>> dei narratori contemporanei.
Quelli lì avevano sentito le pallottole fischiare e sembrava che fossero rimasti vivi per raccontarla: prendete un Beppe Fenoglio,a d esempio.
Ora le narrazioni di numeri primi ed altro a che cosa possono riportare?
Ecco la sensazione di delusione che mi prende ogni (rara) volta che leggo un libro in voga.
Il quale si chiude, sempre, in maniera banale e nella quale si percepisce la fatica dell'autore che, ad un certo punto, deve darci un taglio.
Ovviamente, non si tratta di nostalgie neorealiste, ma dello << spessore>> del vissuto degli autori.
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f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 09/07/2009 :  09:28:42  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
quando l'araba è fenice

[img]http://www.liberonweb.com/images/books/8845906671.jpg[/img]


Non so se esista una letteratura italiana contemporanea. In realtà, non so se esista una letteratura da qualche parte nel mondo: qualche autore sì. Un buon autore può farmi credere – è uno dei suoi compiti! – che esista la letteratura, ma quasi mai contemporanea. Mi viene in mente non uno scrittore ma un pittore, Francis Bacon, che diceva “Dopo Picasso, niente di interessante”. Un grande artista come l’araba fenice fa rinascere una tradizione senza di lui latente; ma riduce a cenere molta arte presunta e presuntuosa. E’ il rasoio di Ockham applicato ai suoi colleghi, i quali, come gli enti secondi, non sono da moltiplicare “sine necessitate”. Che si moltiplicano lo stesso, in barba a ogni estetica necessità.

Non credo che dipenda dalla mancanza di “cose pesanti e autentiche”, e dalla scarsità delle pallottole fischianti. Leopardi non ebbe né le prime né le seconde, ed è una pia stupidaggine quella di De Sanctis che scrisse che gli mancarono le barricate del ’48. Però boboross questa cosa la scrive bene: “sembrava che fossero rimasti vivi per raccontarla”, dove quel complemento di fine mi sembra il merito. C’è chi lo sa fare e chi no, e questo dipende da un’infinità di imponderabili, magari da un destino.

La Berberova in Il corsivo è mio scrisse che Nabokov giustificò (che bella parola religiosa!) un’intera generazione di scrittori russi, lei compresa. L’autore venuto in terra “a miracol mostrare” è appunto un miracolo, e cioè quell’evento allo stesso tempo più gratuito e più necessario di tutti. Siamo senza miracoli? Chissà, è dei miracoli essere allo stesso tempo eclatanti e del tutto inapparenti: facile che chi li compia sia atteso dal martirio.

P.S.: Anch’io fui uno studente abusivo del Salinari-Ricci (mi rifiutai di comprarlo e mi arrangiai benissimo con la professoressa ortodossa alla quale bastava propinare la solfa crocian-gramscian-storicista tale e quale per ogni autore possibile, da Iacopo da Lentini a Cesare Pavese: una noia mortale).

Modificato da - f.c. in data 18/07/2009 07:14:31
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boboross
c.s. infuocato


397 Messaggi

Inserito il - 17/07/2009 :  20:11:40  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Mio figlio ha avuto in sorte tutto il ventaglio del clericalismo italico.
La prof. cattocomunista, epiteto spesso usato a vanvera finché non te ne trovi davanti uno in carne ed ossa.
Invidia, maligno piacere nell'umiliare, falsa solidarietà nei confronti degli "sfortunati" ( che gratta gratta tanto sfortunati non sono ).
Il prof. di filosofia che odora di frate spogliato che si macera ancora per la debolezza della carne.
Molto soffermarsi su Agostino e Tommaso d'Aquino, poco Spinoza, Locke, Hume, of course.
Anche lui così buono da contattare il suo sostituto come membro interno affinché propinasse una domanda della c.d. terza prova sul filosofo studiato in tempi più remoti ( e studiato male, ovviamente ).
Infine, il prof. di matematica e fisica, pare adepto dell'Opus Dei, il più innocente di tutti, come innocenti sono i fanatici che hanno sempre nello sguardo quel che di svagato e trasognante perché rivolti verso la vita eterna.
Quando parlo di fanatici parlo di cosa veduta, non udita, tanto per parafrasare il caro zio Giacomo di Recanat
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boboross
c.s. infuocato


397 Messaggi

Inserito il - 14/01/2010 :  18:43:28  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Bello il post di M. Proust che Lady Catherine ha voluto mettere alla nostra attenzione.
Il Libro preferito, i libri angeli...
Arrivato oltre i 50 anni, sono arrivato al tempo di rileggere i libri già letti, scoprendo che i ricordi su quelli letti erano del tutto incongrui.
Mi è accaduto coi Demoni di Fjodor Michailovic, che ho trovato assai più bello e lungimirante di quanto lo ricordassi.
Anche la valutazione complessiva dei personaggi è stata differente, trovando assai più importante Piotr Stepanovic che il principe Stavrogin.
Poi ci sono i libri che tornano frequentemente alla memoria e che però eviti di rileggere per paura di esser deluso.
Uno di questi è il romanzo << I TAMBURI DELLA PIOGGIA >> dell'albanese Ismail Kadaré, ad. es. Letto nel lontano 1981 e mai più ripreso in mano per evitare di scoprirlo o di ritenerlo banale o brutto o chissà...
Parlo di sensazioni ed esperienze personali, senza pretesa di estendere tutto questo ad altri.
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f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 17/05/2010 :  15:23:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Quei libri diventati memoria d'amore

GUIDO CERONETTI

[img]http://www.ilmuseodellouvre.com/public/immagini/GUIDO-CERONETTI-CON-LA-MARI_small.jpg[/img]


Dei libri, di certi libri, resta per sempre qualcosa. A volte, cambiano la vita, quando li hai letti: dimentichi il libro; la scintilla del cambiamento, a distanza di anni, nominandone autore e titolo, si riaccende.

Meraviglioso è attendere, fino al termine della notte, che il libro decisivo, il libro-messia-che-viene, scopra se stesso, e per oscuro travaglio ostetrico destinale ti capiti tra le mani. Io posso dire, come l’amatissimo Mallarmé, di «aver letto tutti i libri» e in questo «affaticato» la carne (Qohélet 12) - intendendo: tutti i libri eletti per governare la mia scialuppa di naufrago nel buio: e nello stesso tempo resto alla finestra in attesa di veder apparire il libro di cui poter dire a me stesso: Eccolo.

Sono un certo numero; ma un gran leggitore e consumalibri non sono mai stato; da anni, leggo pochissimo... L’attesa del libro è simile a quella della donna: l’amante del destino deve sempre venire. Il libro è donna per l’uomo che legge.

Il velo d’Iside a qualsiasi età, ad ogni punto del percorso, può squarciarsi.

Il libro segna e contrassegna le vite predestinate a questo genere di mistero eleusino d’iniziazione: di libri che hanno assecondato il mio sforzo di essere, cambiato il mio modo di esistenza, alzando il lembo della Velata, ne ho incontrati parecchi. Su innumerevoli altri lettori non avranno prodotto che effetti superficiali, ma ciascuno è monade, di fronte al libro.

Faccio un piccolo elenco di memoria grata: i canti di Maldoror, di Lautréamont, L’Eneide virgiliana, la poesia di Miguel Hernández, Tristes Tropiques di Claude Lévi-Strauss, il Trattato Breve (la piccola Etica) di Spinoza, La Linea d’Ombra e Tifone di Conrad, L’Uomo invisibile e La guerra dei mondi di Wells, il Purgatorio dantesco (la cantica adatta a chi abbia segnature zodiacali autunnali), I Démoni di Dostoevskij (in specie l’ultimo viaggio «sulla strada maestra» di Stepán Trofímovic), l’incompiuto formidabile romanzo Verità e Menzogna di Piovene, il libro biblico (superfluo dirlo) di Qohélet, le note sparse di Tocqueville sulla Rivoluzione Francese, tutto Sofocle, le Baccanti di Euripide, due o tre o più saggi sugli UFO e il contattismo ufologico con creature aliene.

Inoltre, un buon numero di fiabe di Andersen, le memorie di Ingmar Bergman in Lanterna Magica, il Macbeth scespiriano, L’Assommoir e Germinal di Zola, le Memorie dell’Ombra e del Suono (archeologia dell’Audio-Visuale) di Jacques Perriault, una vecchia (non invecchiata) biografia di Rembrandt, il Mondo, tutto, di Schopenhauer, la Lettera sull’Umanismo di Heidegger, il Voyage di Céline, Lo spazio vuoto di Peter Brook, la Bhagavad-Gita (culmine delle Scritture sacre), la Diciottesima e la Ventiquattresima sûra coranica: La Caverna e La Luce; il Jekyll di Stevenson, un pugno di lettere inimitabili di Santa Caterina, tutto Villon, il Gulliver di Swift, I Promessi Sposi (in specie il capitolo XXXIV), le Quartine di Nostradamus, Guerre politiche di Goffredo Parise... Poiché me ne vengono in mente troppi, smetto di evocarli. Ma i miei più che ottanta anagrafici hanno vorticato su quel largo amoroso Toboga.

Ti possono cambiare la vita anche i Dizionari! Oh i dizionari, meraviglia del genio umano, dono non di una ma di milioni di amanti!!! Non ho memoria di felicità paragonabili ai giorni passati alla Biblioteca del Collegio Romano, sul dizionario della Bassa Latinità del Du Cange, sul Forcellini, sul Francese Arcaico del Godefroy, sui dizionari semitici del Pontificio Istituto Biblico allora retto da Carlo Maria Martini, mio coetaneo, sui testi di Storia della Medicina e dell’Istituto Orientale della Sapienza di Roma. Ad ogni apertura di dizionario un segmento minino di esistenza mentale si univa ad altri formando un disegno, un mosaico, una trama. Di un dizionario fra tutti sono debitore di più vita (ancora oggi l’aprirlo a caso può regalarmi un’estasi della conoscenza che non può, chi non l’abbia provata, comprendere): un testo lessicale delle scuole rabbiniche di Francia del 1859, facile da percorrere in un ebraico esplicitissimo, così irresistibile che avrebbe reso perfino Wagner e Drumont filosemiti. Me l’aveva comprato, in una brancicata ricerca, in rue des Rosiers, al Marais, nel 1955, mio padre: quel dizionario biblico fece un Prima e un Dopo della mia povera vita di pellegrino a Santiago delle parole.

La Stampa, 17 maggio 2010
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