Home | Profilo | Discussioni Attive | Utenti | Download | Cerca nel web | Cerca | FAQ
Nome Utente:
Password:
Salva Password
Password Dimenticata?

 Tutti i Forum
 letture, scritture
 stronchiam stronchiam!
 disamori censòri
 Nuova Discussione  Rispondi
Pagina Precedente
Autore  Discussione 
Pagina: di 9

f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 13/08/2008 :  18:55:55  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
dio

[img]http://www.cs.unc.edu/~geom/FRAC/images/laplace_small.jpg[/img]


"Se ci fossero dèi, sarebbero falsi. Ma noi troviamo inutile avere dèi."
(G. Manganelli, Dall'inferno)

"Vostra Altezza, non ho avuto bisogno di questa ipotesi."
(P.-S. de Laplace, a Napoleone che gli chiedeva perché nella sua meccanica celeste non facesse menzione di Dio)
Torna all'inizio della Pagina

f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 23/03/2009 :  19:40:47  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
gli scritti eccellenti

[img]http://www.geneseo.edu/news/DaumierExhibition08_files/image002.jpg[/img]


"Il solo difetto che hanno gli scritti eccellenti è che di solito sono la causa di molti altri scritti cattivi e mediocri."
(G. C. Lichtenberg, Osservazioni e pensieri)
Torna all'inizio della Pagina

campi giovanni
c.s. oltre


861 Messaggi

Inserito il - 24/03/2009 :  04:01:06  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
considerando l'aforisma sossopra riportato e a riprova della sua incontroversia vi proporrei ciò che qui segue:

[img]http://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/12/cossu-turritani.jpg[/img]



iniziali comuni care

(sletteraturritando un po’)




“Dobbiamo pensare a un trasporto, a un andare altrove
(in senso logico) della pulsante realtà. Le infinite rela-
zioni si scindono, come vecchie stelle si frantumano e i
loro residui si sperdono nello spazio infinito e vengono
assorti da altri nuclei stellari. Così il sistema si decom-
pone. Infinite relazioni logiche gli vengono meno”
(Carlo Emilio Gadda, Meditazione Milanese)







Più che letto, devo confessare d’aver sletto codesto scarno, breve, smilzo libretto, i Turritani, di Giovanni Cossu, e d’averlo sletto tutto d’un fiato, senza che per altro la mancanza di respiro da ciò derivante mi nuocesse punto per la presenza che invece esso me ne offriva a soccorso, quasi un conforto, un aiuto venendomene incontro a mezzo d’una respirazione artificiale - artificiale essendo la parola ambiguamente adatta non tanto ché fosse innaturale quanto piuttosto ché fatta ad arte, fatta d’arte, un vero e proprio opificio d’instabili menti che industriano arti; - lettolo dunque, non mi riusciva di dirne alcun ché, e allora che dire? Ma proprio questo triplice capoverso di pagina quarantuno (“che dire allora?”) mi risuonò da dentro, con un suono cupo, denso, una gran cassa da fiera del paese che mi abita, questo ché evidentemente da subito mi si era depositato in qualche fondo anfratto di me stesso, se pur giuntovi non prima d’avermi irrorato sangue nervi fibre e fibrille, l’esangue rinsanguando, l’acchiappa-nervi snervando, la sfibrata hybris e la micragnosa sua fasciandole di disarmonia prestabilita: dovetti però inventarmi uno scafandro, una corazza ignifuga, un guscio di contro alle radiazioni che s’irradiavano per ogni dove come d’una polvere caosmica, cosmica, o semplicemente comica, una impermeabilizzazione a quel che mi si stava impermanente comprehendendo, quasi fossi una spugna che assorbiva ma senza rilasciare, una carta assorbente inchiostro simpatico, e tutto ciò solo per adeguare la cosa alla composizione dell’intelletto che non intelligeva, pressato com’ero d’una pressione compressa d’inespresso, o solo per sondare l’abisso e la mise en abyme – e pure c’era questo serbatoio, quest’io serbato d’ancora diserbare per uno scambio d’ossigeno oxigenato d’ossi di nero-di-seppiolina di geni inetti a dire, e inefficaci, e incapaci. Dovetti farmi dunque catoblepa di me stesso, a ché lo sguardo ingiuso non avesse riguardo di nulla, ed anzi punto m’annullasse il residuato residuo da deciduere, per decidermi alla precisione dell’errore, per incidermi petroso d’insufflato alito senza più anelito alcuno, per recidermi infine d’ogni superna sostanza e donarmi all’infima: eccomi dunque sorcio ratto pantegana, per navigare nelle lordure mie, nell’acque reflue del riflusso, in questo traffico d’escrementi, per traghettarmi acheronteo d’un organo disorganato all’altro, d’una cava cavità all’altra, au contraire della norma, per medicarmi mendiche incurabilità, e mendaci. Procederò per cedimenti in codesto spostamento di senso, per decadimenti in codesto slittamento verbale, per abbandoni in codesto precipitar di loci: lascerommi trasportare i detritici residui secondo la pointe sterniana suggerita dal risvolto di copertina, il quale risvolto, mi s’offrirà, e ora più che mai mi s’offre, in tracce di sedimenti di stracce carte là dove intende un fuori traccia che è in ogni traccia, in temi di semantemi là a disseminare semi di un fuori tema che è in ogni tema, in topos di topoi fuorvianti là a indicar indici di un fuori luogo che è in ogni luogo: in quella ‘mancanza d’orizzonte’ e in quella ‘mancanza d’altrove’ che appunto mancando c’è, che mostra la sua mancanza, e me la fa presente, in apparente evidenza, in evidente apparenza, come d’una ferita che si allarga, e mi s’insania, che si ferisce, che mi ferisce, che inferisce la sua ferita, che si attraversa e mi attraversa, che nella sua piega si dispiega, e dispiegandosi mi riconduce dunque all’incidentalità degli incidenti, alla sincronicità della irrilevante rivelazione. Epperò procederò per epiphanie epigraphiche, e per epiphaniche epigraphie, così, a caso, secondo il gran numero di espedienti letterari di cui è uso il nostro nel corso della Sua operetta fatta di libri. Non è forse, nella cotidiana vita, il Cossu, un libraio, come c’informa la terza di copertina? E dunque, partendo dall’assunto borgesiano, che un libro è tutti i libri, di che ci parlerà questo ‘Turritani’ se non di libri? Citerò in ordine sparso, e come non potrebbe essere che sparso l’ordine?, andando a memoria, e la mia memoria funziona, per modo di dire funziona, a scatti d’oblio o di semplice dimenticanza, ma, in somma, citerò quel che è citato del Gadda più d’una volta, e cioè “La cognizione del dolore”, e poi una volta, la “Meditazione milanese”, di Manzoni la “Storia della colonna infame” e naturaliter i “Promessi sposi”, e poi Joyce e poi Omero e poi Archiloco, e questi autori e queste opere soltanto nelle epigrafi; di fatti, all’interno della storia, e sì, ci sarebbe una storia della storia da raccontare, ma cotale racconto lo delego volentieri al lettore di esso libello, si sa d’altronde la mia idiosincrasia per le storie, farei confusione tra i personaggi, direi che è Gio’ Condo a esser stato cavato d’un occhio, o che la moglie d’uno è invece quella d’un altro, e dunque a ché raccontarla quando già ci pensa l’autore con la sua versione dei fatti e il lettore con la sua interpretazione?, e però dicevo che all’interno della storia ci sono ancora altri autori e altri libri: “La scalinata” di Von Doderer, il “Dioniso a cielo aperto” di Marcel Detienne, e poi Pauli e Jung e la loro ‘sincronicità’, e forse la dossiana “Desinenza in a”, e dico forse in quanto citata non esplicitamente ma di tra le righe di pagina ventotto: “Che poi quest’animus fosse il corrispettivo dell’anima maschile, tutti ne erano convinti in Turritania, facendone, per quanto forzosamente, prova il fatto che nella loro lingua l’organo femminile avesse desinenza in u, mentre quello più propriamente maschile l’aveva in a, in fiera e netta contrapposizione a tutto ciò che dell’altro veniva normalmente detto”. Ora, a me piacendo leggere tra le righe, per avantesti, per note e noterelle, e codici e codicilli, e per concordanze, sebbene quest’ultime si concordino solo nella discordissima mente mia, dunque, nella nota introduttiva al Dossi, Dante Isella, che è tra l’altro il curatore per Garzanti dell’opera gaddiana, scrivendo “per il ‘trovarobe’ della “Desinenza” servono da soffitte e da armadi le scansie di una vastissima biblioteca, dove i libri degli autori prediletti si mescolano con quelli incontrati… nelle scorrerie delle letture senza fine, onnivore; non ultimi i vocabolari, goduti con maggiore voluttà che i romanzi alla moda”: va senza dire altro come di cotale descrizione possa avvalersi il nostro autore per ciò sossopra di già detto. E, tralasciando per un attimo l’amore per i vocabolari, ma vi ritornerò quanto prima, mi soffermerei sul capitoletto da cui è tratta la citazione omaggio a Dossi, il quinto della prima parte, dedicato alle donne turritane, per cianciare la scelta in chiave sintattico-stilistica operata dal Cossu, né potrei far altro che cianciarne, lungi da me l’inarrivabile studio manzottiano per l’edizione da lui curata de “La cognizione del dolore” là dove ci parla “di una straordinaria elaborazione sintattica che si fonda su di un dominio ineguagliato dell’arte del periodo e della consecuzione dei periodi. Ne risultano frasi-paragrafi o frasi-pagine in cui una rigorosa strutturazione regge – e permette – il lussureggiante proliferare sintattico e semantico, che non solo intacca con la sua sola presenza la rilevanza della proposizione centrale, ma che può anche organizzarsi in controcanto rispetto ad essa, per ribadirla fornendone un omologo formale, o per refutarla sotterraneamente”; e bene, molto più umilmente cianciando, chiaro è che il periodare a perdifiato, fatto com’è fatto di infiniti infiniti e infiniti gerundi, oh, quanti gerundi!, e non solo in questa pagina, non solo in questa frase-pagina-ventisette, appunto ad inizio del capitolo quinto, ma un po’ per ogni dove, gerundi che si interpongono di tra l’essere infinito e quel che è participio, che mi partecipano dunque la loro non declinabilità se non in un declivio incline a comporre solo modi scomposti, o a scomporne composti, chiaro è che insomma codesti periodi dismisurati possan soltanto industriarsi ad arte e destabilizzare l’abile mente labile, precipitandone l’esposizione in quanto tale, disponendone viceversa l’indisposta risposta al “che dire?” di cui sossopra. Coincidenze ‘sincrone’ all’incidentale tutto o al null’affatto? o più tosto relative tangenti e dunque toccanti, e in un sol punto, quale che sia questo punto che vieppiù si allontana? O ancora, se non altro, se del resto, d’altra parte e d’altro canto, consecutive discontinue di secanze saccenti d’ignorantia? O infine, se non ci fosse altro, né resto, né altra parte, né altro canto, subordinate sossopra capovolte ad altrettali tempi smodati da giustapporre ingiuste e ingiuse, insulse e insuse, a indipendenti, sì che il triviale trivio e il tetr’amorfo quadrivio o divergano convergendo o convergano divergendo? Ma - ci si chiederà: - e il bifido bivio bilingue? E la retta unica via? La via essendo una via di fuga, una prospettiva senza prospettiva, un orizzonte senza orizzonte, un altrove senz’altrove, nomadi monadi erigeremo senza basi né fondamento una cattedrale poco cattedratica, un santuario di diaboli e diabolesse, un monastero austero d’economia della storia, di chiostro in chiostro inchiostrando e l’oscurità del luminare, e il luminare dell’oscuro: torce torcendo, ci si arderà sacrificali e l’intimo esteriore, e l’estimo interiore; minima mina miniando, ci si tempererà e l’inanimata esplosione, e l’esaminata implosione. Ecco, tessere tessere impazzite dominando domini e domini, leggere leggere lettere folli ventando venti e venti sette volte volte; ecco, dunque, l’elogio della stupidità: spirito dei, spirito turrito, spirito dei turriti turritani, spirto spirito spiritello, torre torre di babele, torrente participio - partecipaci partecipi ancipiti invasioni evasive e flussi insufflaci d’evasioni invasive in imperativi ipotetici, - sì come torrendo gerundio - gerundiaci endeclinandi endecasillabi di sillabari di sibilline sibille sibilanti sibilando in soni minuti o in sillabi di fogli e foglie poco ecumeniche. - Raccolta raccolta spargi, diffondi! universo universo aggetta, noma! Summa summa sottrai, in verso doma! Multiplo comune dividi, effondi! Ora mai illecebrato e inlatebrato, ratto ratto vertebrato di nulla, come quel mus muris che con omophonìe insensate potrebbe riallacciarsi, teorizzando pratiche di stringhe elementari, e ai muridi e ai muri di, e di qua, attraverso i muridi, risalire al “no capire” o “kanga roo” degli austropitechi primordiali citati nel capitolo terzo della prima parte, quello dedicato cioè alla top onomastica di turritania, e di là, attraverso i muri di, ridiscendere per vari gradi al gradus mal gradus ad presente nel secondo capitolo della seconda parte, quello dedicato cioè alla pato topo logica “prurigine proprietaria” che “raggiunge livelli tali da spendere una fortuna nel circondare con muro quel niente che di niente aveva bisogno, e tanto meno di muro” – frase questa che resta, per me, una delle più belle del libricino; - ma dicevo altro, ratto ratto vertebrato di nulla, epperò non senza spina dorsale, anzi con midollo, sebbene sostantivato, codesto midollino smidollato, senza sostanza alcuna l’aggettivante suo derivato alla deriva dall’esse privativo (e notate il genere dell’ultima consonante all’essere discordante che degenera degenerando e degenerato), e dunque con dorsale spina e con spine, oh! quante e quante spine ha la ‘rosa archilochea’ che punge, che compunta espunge, che espunta compunge, ditirambica e dionisiaca, i giambi strambando (e si noti per inciso che strambando mutansi i generi dei muri nelle mure al vento declinandone così l’indeclinabilità), o vero sia i gambi e gli steli dalla aulentissima sua trama stramando; ma ancora vago divago, e dunque, ratto ratto vertebrato di nulla, l’illecebra sé duce tratto tratto se in latebra di tenebra distraesse l’esse dell’es con tatto l’e contratto d’accento relativo al che è in espresse espressioni d’impressioni impresse, compresse e comprese solo per incomprensioni. “Solo di questo infatti si trattava: come rendere credibile in altra lingua il vero spirito di Turritania.” Di fatti il “gioco” di parole “ancora più stupido”, quello di “paratìe/parapetti”, è precipitato in questo terzo capitolo della seconda parte, e a dire il vero è il secondo terzo capitolo dacché il primo terzo capitolo della seconda parte s’è interrotto a mezzo dell’espediente letterario del manoscritto ritrovato e appunto interrotto, è precipitato lì, c’informa l’autore, dal “quarto capitolo della prima parte” per quell’amore per i dizionari, di cui cianciavo prima. “Esempi” che “confessava di averli scelti con tutta l’attenzione possibile perché sfuggissero a ogni pretesa di significato. Andando persino ad assicurarsi, sul dizionario, che quella parola paratie non nascondesse alcun trabocchetto, che non fosse tale, magari incappando in casuali coincidenze simboliche, o etimologiche, da mettere in forse la sua natura più gratuita, meno oscena, più voluta, più ricercata tra le fesserie possibili”. E dunque “tutto a posto, dunque. Ma solo apparentemente. Perché fu proprio quella la fessura attraverso cui s’insinuò l’inaspettato.” Scartabellando per fesse fessure, avvalendomi del contributo de “La disarmonia prestabilita” o “Studio su Gadda” di Gian Carlo Roscioni, sinuoso insinuandomi per seni e coseni, per petti e pareti, per muri di nulla, insinuerò quel che segue: là dove Roscioni s’abbandona al confronto delle “prime venticinque pagine di “Ulysses” con la “Cognizione” notiamo altre consonanze, irrilevanti se isolate dai rispettivi contesti, ma significative nel loro insieme. Una pagina prima che Mulligan accusi Dedalus della morte della madre, leggiamo:
“Stephen stood up and went over to the parapet”.
E nella “Cognizione”, cinque pagine prima che Gonzalo racconti il suo sogno:
“Tanto il dottore che il figlio sostarono, si fecero al parapetto…”,

m’abbandono all’abbandono, con ciò essendo cosa che non andrei oltre.
Perché non c’è oltre. O perché c’è.




Modificato da - campi giovanni in data 24/03/2009 04:07:53
Torna all'inizio della Pagina

logistilla
c.s. terrestre


38 Messaggi

Inserito il - 24/03/2009 :  17:55:08  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
In un minuto


Da 4:50 a 5:50, e il resto è pur sempre una nostalgia di piacere:

[url]http://www.youtube.com/watch?v=831235Pe3PE&feature=related[/url]


Quanto a me, sono immeritevole di quella lettura. In questo l'omaggio di una non contemporanea.
Torna all'inizio della Pagina

f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 25/03/2009 :  18:16:07  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
modestia a parte

[img]http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/3/34/Jean-Baptiste_Sim%C3%A9on_Chardin_023.jpg/180px-Jean-Baptiste_Sim%C3%A9on_Chardin_023.jpg[/img]


"Quasi tutti gli uomini grandi sono modesti: perché si paragonano continuamente, non con gli altri, ma con quell'idea del perfetto che hanno dinanzi allo spirito, infinitamente più chiara e maggiore di quella che ha il volgo; e considerano quanto sieno lontani dal conseguirla."
(G. Leopardi, Pensieri)
Torna all'inizio della Pagina

f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 13/09/2009 :  12:20:32  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Gli Elementi di Euclide

[img]http://biblioteca.ing.unipi.it/mostraschede/LEuclide.jpg[/img]


"Questo libro è un prontuario sistematico per disegnare; l'autore si serve di un linguaggio particolare per dare oscure, incomprensibili prescrizioni, che pur alla fine non possono ottenere niente di più di quanto può effettuare chiunque abbia un naturale buon occhio."
(I. Kant, Prolegomeni ad ogni metafisica futura che voglia presentarsi come scienza)

(Kant sta ironizzando su come certi recensori relazionarono sulla Critica della ragion pura)
Torna all'inizio della Pagina

f.c.
c.s. oltre


1642 Messaggi

Inserito il - 18/12/2009 :  12:41:04  Mostra Profilo  Rispondi Quotando
Shakespeare come proto-Manganelli

[img]http://www.giuseppeborsoi.it/wp-content/uploads/2009/03/joseph-fiennes-nei-panni-di-william-shakespeare.jpg[/img]


«Se talvolta è tenero e patetico, ecco che non tarda a permettersi qualche frigido motto, qualche miserabile giuoco di parole. Ha appena cominciato a commuoversi e si mette lui stesso a distruggere l’effetto. Soprattutto il giuoco di parole è per lui una specie di fuoco fatuo dietro al quale immancabilmente corre a sua perpetua dannazione: un sortilegio, una stregoneria a cui non sa resistere. Proprio nel momento in cui dispiega più dignità e profondità, sia che allarghi i confini del nostro sapere, sia che esalti i nostri affetti, sia che diverta la nostra attenzione, sia che la rapisca, sol che gli venga in mente un’acutezza, egli tutto abbandona per seguirla: come se vedesse un gioiello prezioso luccicare davanti ai suoi passi, egli sacrifica, per raccoglierlo, ragione, proprietà e decenza.»
(Samuel Johnson, Preface a The plays of W. Shakespeare)
Torna all'inizio della Pagina
Pagina: di 9  Discussione   
Pagina Precedente
 Nuova Discussione  Rispondi
Vai a:
© Torna all'inizio della Pagina
Generated in 0.08 sec. Tradotto Da: Vincenzo Daniele & Luciano Boccellino- www.targatona.it Distribuito Da: Massimo Farieri - www.superdeejay.net Powered By: Snitz Forums 2000 Version 3.4.03