"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 5, ottobre 2003


 

Claudio Ronco

 

 

Una "viola da orbi" per Sephirot

 

 

Qabbalah nell'inferno di Bosch

 


 

Claudio Ronco, violoncellista e compositore, è specializzato nell'arte barocca del Basso Continuo. E’ violoncello solista del Clemencic Consort di Vienna (incisioni per Harmonia Mundi, Sony, Accord Musifrance e Nuova Era). Ha inciso inoltre con Ensemble 415, Jordi Savall e Hesperion XX. *** Conseguito un M.A. all'Università di Calcutta in sitar, tabla, canto, sarod e saranghi, ha tenuto corsi e seminari sulla musica classica hindostana in Italia e all'estero. Ha quindi svolto attività concertistica anche con strumenti indiani. *** Come compositore, fra le sue opere: "Serenata Pastorale" (Foligno 1988), "I dolori di Shylock e il violino del Re David" (Parigi 1990), "Tombeau de Mr. Farinelli" (Granada 1995), "La Musa smarrita" e Sonata per un Organo mutilato (Venezia 1997), Elegia per Israele (Venezia 2002).

 

I frammenti che seguono, gentilmente concessi al "compagno segreto" dall'autore, sono tratti dal suo "Il violoncello errante", romanzo "in progress" leggibile nel suo labirintico sito. 

 

 


 

(...)

(...) Stridori, strepitìo, fischi che trafiggono il corpo come lance e frecce, frastuono di distruzione, incendio, terrore: avevo ascoltato tutto ciò mille volte, guardando quella riproduzione dell’Inferno musicale, nel mio libro su Hieronymus Bosch. Quegli orecchi trafitti dalla freccia, divisi dal taglio doloroso e poi congiunti dalla lama d’un coltello, quell’ammasso di disarmonici omini assordati, in un inferno concitato e immobile al tempo stesso,  ai  fragore cristallizzato nel silenzio, nella condanna dell’eterno mutismo: li hanno guardati e contemplati mille volte gli occhi della mia adolescenza. E quella ghironda là in mezzo, protagonista in legno chiaro, quasi color carne, o carta pergamena, capovolta e appesa al vuoto ancor più dell’arpa o del liuto, nel suo inquietante, immutabile equilibrio, strumento musicale e persona insieme... io —o quel che di me c’era allora, cellule ormai disperse del mio corpo, mia morte già avvenuta, senza la mia coscienza— io l’ho copiata, l’ho disegnata mille volte, ho immaginato di reggerla fra le mie mani, sostenerla, impugnarla come vessillo dell’incomprensibile, della mia musica, del suono che cessa di muovere l’aria e le membrane, che si ferma nella parola, che si chiude nell’immagine, che s’imprigiona nella forma...

 


(...) Mi spiego meglio: se guardi il trittico nella sua interezza, là dove a sinistra vedi il Cristo, a destra, nella stessa posizione, ci trovi la ghironda, come se in quel particolare inferno quello strumento fosse l’idolo che i dannati in quell’inferno avevano adorato quale rappresentazione, o addirittura materializzazione, “incarnazione” di Dio, al posto di Gesù...»

«Adorare una viola da orbi

«Prendila come un simbolo: sono orbi, e quindi non sanno vedere, ossia riconoscere, il vero Dio. Io penso che fosse un simbolo che voleva raffigurare gli ebrei.» - (...) - «In effetti parrebbe di no, ma la ragione è semplice e tragica: al cristianesimo serviva fin troppo bene la figura, l’“immagine” dell’ebreo, per spiegare e giustificare se stesso. Vedi i due omini nudi che stanno in cima alla ghironda? Bene: l’uno cerca di tenere in equilibrio un enorme uovo sulla schiena, in una posizione che rende ciò impossibile e disabilitante, e l’altro, da una posizione altrettanto assurda, cerca di girare la manovella per far suonare la ghironda...»


 

(...) «Allora, se tu potessi vedere poco sopra in quel dipinto, su una specie di vassoio rotondo, o una piattaforma, vedresti anche una grande cornamusa del tipo di quelle che suonano i pastori a Natale. Ora, vedi, la cornamusa e la ghironda non si somigliano affatto, ma l’una corrisponde all’altra per una ragione molto interessante: tutt’e due producono un suono continuo, non interrotto dal respiro...»

«Spiegati meglio.»

«L’archetto del violino, tu l’hai visto benissimo, va in giù e poi va in su; come il respiro di un cantante, come le onde sulla spiaggia che vengono e vanno, come le stagioni, come tutte le cose che vivono e muoiono. Ma la cornamusa e la ghironda si ribellano a tutto questo, e il loro respiro è un ininterrotto soffio di vita: si vorrebbe che non fosse mai iniziato, che fosse sempre stato già lì, e per conseguenza si crea l’illusione che non possa mai finire, che sia un soffio eterno di suono, e che doni l’eternità a chi lo ascolta.»

 


(...) Vedi che dentro alla ghironda c’è una donnaccia ridente che fa capolino a sinistra, mentre dall’altra parte suona con una bacchetta un bel triangolo? Bene, io credo che Bosch voglia dire: eccolo, il loro dio; guardatelo: è una vecchia sterile e sdentata che fa suonare il divino triangolo. Gli stolti lo scambiano per la voce di dio, per il tintinnio della sua trinità. Ma non vedete che è solo vanità e fumo negli occhi? 

(...) Non vi accorgete che ai piedi di quella ghironda rovesciata vi ho dipinto una trombetta? Anzi, quella trombetta, all’epoca di Bosch, si chiamava “la bombarda”, e quella è una bombarda che sputa fumo; se guardate bene, quel fumo ce lo mette dentro quel mostriciattolo orribile che sta dall’altra parte: quello che fuma la pipa ed emette il fumo dal culo, dimostrando di essere solo una stupida cornamusa, un sacco pieno d’aria e fumo e vanità! Lì tutto è solo stridor di denti e orrore. Fuggite da tutto questo, cercate la bellezza della verità rivelata dai Vangeli! non nei libri maledetti degli ebrei e nelle loro idee eretiche! Loro sono il falso, e l’inganno della vista e dell’udito! Schiavi del loro corpo e del loro errore, tutti loro sono condannati a questo inferno di strumenti musicali, ormai ineluttabilmente disarmonici...»


(...) «...Perché mi sono accorto che dentro a quella ghironda c’è un altro segreto... e che segreto! Quella ghironda copre appena, senza nasconderlo affatto, un albero sefirotico...»

«...Che cosa copre?»

In mancanza di meglio, presi di tasca la mia penna, e usandola al contrario, come fosse un rametto d’albero, disegnai incidendo la terra umida tra le foglie secche. Tracciai la figura dell’albero delle Sephirot così come l’avevo visto sui miei libri di Qabbalah, come era stato stampato nel “Bahir”, o nel “De divinis attributis” di Cesare Evola, in xilografie misteriose e ammalianti, e proprio negli anni intorno a quelli in cui Bosch dipingeva.E la ghironda lo contornava alla perfezione, comprese quelle due strane, inutili e incomprensibili barre che Bosch aveva dipinto fra la cassetta rotonda dei piroli e le spalle dello strumento: nell’albero sefirotico quelle erano le linee, o i rami di collegamento fra le tre ultime Sephirot.


(...) «Se osservo come la figura dell’albero sefirotico si sovrappone perfettamente alla ghironda di Bosch, posso allora capire che gli omini in cima, impegnati in azioni assurde, fisicamente impossibili, stanno in realtà cercando di far girare quella ruota del suono, e quindi dell’universo, o il movimento armonico della vita... o l’Armonia delle Sfere... proprio dove sono le prime tre Sephirot; e fanno ciò con una manovella tripartita, e dalla parte della ghironda dove Bosch mette i fori armonici, cioè l’uscita del suono, dove avviene l’espansione dell’aria che si è messa in vibrazione all’interno del corpo dello strumento.

Il perno della manovella è Kether, il punto primordiale della creazione; quindi il movimento dovrebbe essere: dalla Sapienza, Hokmah, la prima espansione, verso l’Intelligenza, Binah, che è come il  fiume che scorre verso le altre; e infatti sembra che sia proprio così che cerca di girare la manovella quell’omino lì. E l’altro regge sulla schiena l’origine della vita, simboleggiata da un uovo...»

ecc...


torna su

      

torna alla matta