"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 12, settembre 2007                                         


 

n. 12 °*° William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto  °*° n. 12

 


 

 

39. Giorgio Manganelli

 

 

 

 


«AMLETO - …io vado in giro con i significati, come un cane inseguito dal pentolino che gli hanno legato alla gola.»

(G. Manganelli, High tea, in  Tragedie da leggere, Torino 2005)

 

 

«Recentemente, alla Biennale di Venezia, ho goduto della mia prima esperienza di autore teatrale, sia pure con documenti falsi: infatti avevo saccheggiato e manipolato un certo numero di fogli sparsi e insanguinati di William Shakespeare. Ma non di questo, ovviamente, intendo parlare. L’astuta patacca è stata variamente recensita, ma con notevole frequenza sono apparse due considerazioni: che il testo era difficile, dato che il pubblico era di incolti metallurgici, disavvezzi a quella sorta di linguaggio; e che pertanto il pubblico non avrebbe capito nulla o quasi. Naturalmente, non sta a me discutere se il linguaggio di Manganelli sia o meno difficile; ma posso discutere con moderata incompetenza sulla difficoltà del mio prestanome William Shakespeare. Ora, Shakespeare è estremamente complesso e difficile, anche sul piano linguistico; i suoi testi brulicano di metafore, di giochi verbali, di invenzioni linguistiche di ogni sorta: e tuttavia Shakespeare fu uno scrittore estremamente popolare, di successo, e cercavano persino di rubargli i testi per non pagare i diritti. Ora, se il difficile Shakespeare era popolare ai suoi tempi, bisogna pensare che gli spettatori, i plebei elisabettiani fossero tutti geni; e se noi il linguaggio difficile non lo capiamo più, se non con un certo allineamento, vorrà dire che siamo diventati boscheri. Io penso che le cose non stiano a questo modo: ho l’impressione che quel linguaggio sia diventato da difficile incomprensibile, è perché è cambiato il nostro atteggiamento verso il linguaggio verso l’uso che se ne può fare. (…) Un mondo psicologico ricco esige un linguaggio ricco, ed un linguaggio povero comporta la frustrazione, l’avvilita elemosina di un mondo squallido. Vorrei essere chiaro: nel nostro mondo esiste l’assoluto contrario teatrale di Shakespeare: è Eduardo. Eduardo può ‘andar bene’ per i metallurgici: ama i poveri ed è di sinistra; ma il suo linguaggio teatrale è probabilmente il più perfettamente reazionario che esista nell’intera Europa.»

(G. Manganelli, Quella volta che mi tuffai tra le masse, “L’Espresso” 8 dicembre 1974, ora in Cerimonie e artifici, Salerno 2000)

 

(A proposito del suo Othello al Petrolchimico di Porto Marghera, recensito, per esempio, sul Corriere della Sera così: «Un Othello sofisticato alla Petrolchimica, cioè nell’Inferno di Porto Marghera, è un atto di leggerezza politica da non ripetere, che accentua il muro di diffidenza tra intellettuali e classe operaia» (L. Zorzi, La Biennale, “Il Corriere della Sera”, 12 dicembre 1974, cit., come il brano di G. M., in: L. Scarlini, Dialogo notturno: un palcoscenico per Giorgio Manganelli, intr. a G. Manganelli, Tragedie da leggere, Torino 2005)

 

«…Shakespeare è un autore barocco; è curioso che Shakespeare è un autore estremamente popolare, ma se lo si legge nel testo autentico o in una traduzione che ne rispetti realmente la struttura, è uno scrittore estremamente, scatenatamente barocco. (…) Mentre il vocabolario di 3.000 parole con cui noi viviamo la nostra vita quotidiana è per l’appunto quel tipo di vocabolario che ci consente di non avere esperienze, di mitridatizzare tutte le esperienze in modo che siano tutte comprensibili e tollerabili, mentre le esperienze esterne che vanno dall’amore, alla morte, o tutti gli interrogativi che noi ci proponiamo, sono esperienze che lacerano anche la nostra coerenza e, diciamo, la nostra ‘pace linguistica’ e che introducono nel nostro linguaggio estremo disordine ed una ricchezza metaforica. Noi scopriamo che le cose assomigliano ad altre quando siamo nel centro dei legami delle cose, altrimenti passiamo semplicemente da una cosa all’altra, percorriamo il reticolo, la periferia degli oggetti, che è quella che mi pare sia la maledizione del nostro linguaggio quotidiano.»

(G. Manganelli,  Dibattito pubblico, in AA. VV. Fabbrica, quartiere, teatro: Otello a Marghera, Venezia 1975)


 

torna a  

 

 

torna su