"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13, settembre 2007                                         

 

          n. 13 °*°  William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto °*° n. 13

 


 

 

52. Seneca

 

 

 


 

POLONIO - Seneca non è troppo grave né Plauto leggero per questa gente…

(Amleto, Atto II, sc. 2)

 

«Sia in Inghilterra che in Francia è fondamentale, io credo, la mediazione di Seneca, mai studiato che io sappia come nesso primario tra i due sistemi tragici al di fuori della trasmissione aristotelica.»

(N. D’Agostino, Shakespeare e i greci, Roma 1994)

 

 

 

«I drammaturghi elisabettiani violarono tutte le regole del neoclassico. Infransero le unità, fecero a meno dei cori, e combinarono intrecci tragici e comici senza discriminazioni. Il teatro di Shakespeare e dei suoi contemporanei era el gran teatro del mundo. Esso non rifiutava di accogliere nessun sentimento, nessun elemento tratto dal crogiolo dell’esperienza. I drammaturghi elisabettiani e giacobiti saccheggiarono Seneca. Da lui presero la retorica, i fantasmi, gli aforismi morali, e il gusto dell’orrido e della vendetta sanguinosa; ma non le convenzioni austere e artificiose del teatro neoclassico. Allo spirito della tragedia greca, Shakespeare oppose una diversa concezione della forma tragica e una diversa magnificenza di esecuzione.

Malgrado l’abbondanza di ricerche, la storia di quella forma drammatica rimase oscura. Marlowe, Kyd e Shakespeare avevano motivi pratici per abbandonare i modelli neoclassici; un drammaturgo non poteva guadagnarsi da vivere la vita con i precetti del Castelvetro, il pubblico preferiva decisamente l’atmosfera romanzesca e turbinosa della tragicommedia o del chronicle play. Amava i pagliacci, gli intermezzi comici, le acrobazie e le brutalità dell’azione fisica. Lo spettatore elisabettiano aveva nervi saldi e voleva provare emozioni adeguate. Viveva in un mondo violento e voleva vederlo riprodotto sulla scena. Poeti «eruditi» come Ben Jonson e Chapman tentarono invano di educare il pubblico a piaceri più raffinati.»

(G. Steiner, La morte della tragedia, Milano 1999)

 

 «Ho avuto per le mani una ristampa diplomatica, in un orrido carattere gothicheggiante difficilissimo a decifrarsi, delle cosidette tragedie di Seneca, stampata a Londra nel 1581. Era così famosa nell’ambiente dei teatri, che il maligno Thomas Nashe insinuava che i suoi colleghi, compulsandola a lume di candela, ne ricavavano «molti Amleti». E’ un’opera nota agli anglisti. Una vernice di stoicismo è spalmata su degli «oratori:, che sembrano ispirati all’orrore che sarà stata la vita a Roma sotto Nerone. T.S. Eliot li definì dei «freaks», degli esempi bizzarri di dramma non teatrale. Nell’ulteriore adattamento dei traduttori elisabettiani, il pesante latino di Seneca diventa un curioso linguaggio tra medievale e manieristico. Ma più perdevo gli occhi su quella mostruosità epocale, più mi rendevo conto che quel libro somigliava al Socrate descritto dal suo innamorato Alcibiade nel Simposio: un goffo Sileno di legno, che si apre e rivela dentro di sé le immagini degli dei. Difatti, si tratta di una vera scelta, doppiamente adattata, della grande tragedia greca. Eschilo è riscritto nell’Agamennone, Sofocle rappresentato dall’Edipo, dall’Ercole Eteo (dalle stupende Trachinie) e dal Tieste; il resto, tranne l’Ottavia (che avrà pure insegnato qualcosa a chi cominciava a scrivere drammi storici) è calcato su Euripide: Ercole furente, Medea, Fedra, Fenicie e Troiane. Una crestomazia che ben riflette la diversa fortuna di quegli antichi nelle epoche di mezzo: parecchio Euripide, poco Sofocle e quasi niente Eschilo. Come fanno anche le traduzioni più brutte e ritoccate, quei rifacimenti elisabettiani riuscivano a dare una qualche lontana idea degli originali. La tragedia greca era lì, agonizzante con solo qualche segno di vita, ma abbastanza per dare a un genio l’idea del suo antico splendore. Shakespeare compulsò certamente a lume di candela, difatti toni e modi dell’Agamennone si ritrovano nel Macbeth, una delle più «greche» e originali delle sue tragedie. Shakespeare aveva pochissimo greco, ma quel romano di Cordoba, pessimo scrittore di allucinanti e allucinate tragedie, ebbe il grande merito di accostare Shakespeare ai Greci.»

(N. D’Agostino, Shakespeare e i greci, Roma 1994)


 

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