"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13, settembre 2007                                         

 

            n. 13 °*°  William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto °*° n. 13

 


 

 

66. Niccolò Machiavelli

 

 


 

«La politica è anche nelle sue forme più schematiche parte del mondo interiore dell’uomo, e di infinite interiorità in reciproco rapporto.»

(G. Manganelli, Contributo critico allo studio delle dottrine politiche del ‘600 italiano, Macerata 1999)

 

 

«Il tema della Policy, con la P maiuscola, percorre tutti i drammi scritti da Shakespeare da Henry V in poi. Egli sembra affascinato dalla sua ambiguità: policy di per se stessa è male – è l’arte di Iago -, astuzia, inganno, un «parto mostruoso» (secondo le parole di Iago) «portato alla luce del mondo dall’inferno e dalla notte». Però la mancanza di policy è una deficienza fatale, o perfino criminale, in un leader. E’ la amartìa, il «tragic flaw», di Amleto, di Otello, di Lear, che evadono dalle loro responsabilità pubbliche, o permettono che siano sopraffatte da passioni private» (G. Melchiori, Shakespeare, Roma-Bari, 2005).

 

Girard non ci tiene a  cogliere tutte queste ambiguità e taglia di netto il non scioglibile nodo: «“Peste a tutt’e due le famiglie” (Romeo e Giulietta, III, 1, 91) è a mio avviso la formula shakespeariana per eccellenza in materia di politica.»  (R. Girard, Shakespeare. Il teatro dell’invidia, Milano 2002)

 

 

Forse non Shakespeare, certo in molti ai tempi la pensavano così. Malgrado Platone e Aristotele, in Inghilterra le parole policie e politic nascono infatti all’inizio del XV secolo promettendo niente di buono per gli onesti: dicono raggiro, espediente, astuzia, inganno. Presto, con gli elisabettiani, sinonimo di politic sarà Machiavellian: «La leggenda nera di Machiavelli sorse in Italia all’epoca di Caterina de’ Medici, quasi a coronamento dell’italofobia provocata dal governo della sovrana fiorentina« e i favori goduti e i soprusi commessi dagli avventurieri italiani furono «le cause principali, se non le uniche, dell’inaudito obbrobrio di cui si circondò il nome del politico fiorentino» (M. Praz, Machiavelli e gl’Inglesi dell’epoca elisabettiana, in: Bellezza e bizzarria, Milano 2003).

 

I più dicono Machiavelli con la pertinenza sufficiente a una superstizione: «Nell’uso volgare della parola, machiavellismo suggerisce specialmente due cose: un modo proditorio di uccidere, generalmente col veleno; e ateismo»  (Ibid.), a riprova, aggiunge Auden, di «un tratto provinciale» che, «ancora una volta con l’eccezione di Shakespeare, che con ben altra consapevolezza crea personaggi come Iago e Iachimo», caratterizza tutta la stagione elisabettiana svelandone una volta di più «l’impronta dell’improvvisazione» (W. H. Auden, Lezioni su Shakespeare).

 

«Machiavelli», «fiorentino» e «italiano» in Shakespeare vengono comunque  usati nei loro dispregiativi significati comuni: «Alençon, quel famigerato Machiavelli!» (Enrico VI, Parte I, Atto V, sc. 4); «so aggiungere colori al camaleonte e cambiar forma come Proteo, se ciò giova, e dar lezioni a quell’assassino di Machiavelli» (Enrico VI, Parte III, III, 2); «Quale perfido Italiano dalla lingua avvelenata come la mano, ha prevalso sulla tua troppo facile credulità?» (Cimbelino, Atto III, sc. 3). Se avanza almeno un fiorentino degno di merito agli occhi di qualcuno, questi sarà Iago per l’incauto Cassio («non ho mai conosciuto un fiorentino più gentile e galantuomo»,  Otello, Atto II, sc. 1).

 

 

Fuori dalla pazza folla, Bacone conosceva e apprezzava Machiavelli «Noi dobbiamo essere grati a Machiavelli e agli scrittori come lui, che scrivono ciò che gli uomini fanno, e non ciò che dovrebbero fare» (F. Bacone, Advancement of Learning). Marlowe lo aveva studiato a Cambridge. Marlowe è con Kyd lartefice della trasformazione del furfante della tragedia senechiana nel più sottile e perfido filatrame italiano.

Delle letture di Shakespeare, tanto per cambiare invece non si sa, e probabilmente non gli era necessaria una conoscenza nemmeno superficiale del Principe per far dire ad Amleto una delle frasi più icasticamente machiavelliane che si possano concepire: «Io debbo esser crudele, solo per esser buono; così il male comincia, e il peggio resta indietro» (Atto III, sc. 4).


 

 torna a  

 

torna su