"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13, settembre 2007                                         

 

           n. 13 °*°  William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto °*° n. 13

 


 

 

67. Sigmund Freud

 

 


 

 

«Non è certo un caso che tre capolavori della letteratura di tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio: alludiamo all’Edipo Re di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare e ai Fratelli Karamazov di Dostoevskij. In tutte e tre le opere è messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per il possesso della donna.»

(S. Freud, Dostoevskij e il parricidio, 1927)

 

 

Testo alla mano e luce nei pensieri, il contestassimo Freud chiarisce almeno questo: Amleto è incapace di azione solo in una determinata e molto specifica condizione. Il resto è azione.

 

Per Freud Amleto è un Edipo moderno, dove moderno sta per mancato: un Edipo che con la madre non passa all’atto: passo essenziale, benché nel caso di Amleto mancato a sua volta, verso la sublimazione – ma è lo stesso - «un passo in più nella rimozione» (J. Derrida, Spettri di Marx, Milano 1994).

Che il complesso d’Edipo sia nato in realtà come complesso di Amleto, dato l’amore di Freud per Shakespeare, non può neppure stupire: «leggeva e rileggeva Shakespeare, che aveva cominciato a conoscere a otto anni e di cui aveva sempre pronta una citazione al momento giusto. Ne ammirava in special modo la superba potenza espressiva e anche più la conoscenza, così vasta, della natura umana. Ricordo qualcuna delle sue bizzarre idee sull’autore inglese: diceva che la sua fisionomia non poteva essere quella di un anglosassone, ma poteva invece essere francese, e suggeriva che il nome Shakespeare derivasse dalla corruzione di Jacques Pierre.» (E. Jones, Vita e opere di Freud. 1856-1900, 1953).

 

Tra il 1896 e il 1897, Freud stava raccogliendo materiale preso dalle fantasie, dai sogni ad occhi aperti dei suoi pazienti. C’era un motivo che tornava sempre: la seduzione di una bambina da parte del padre, un elemento troppo costante per poter essere a lungo preso per vero. Il 21 dicembre del 1897 scrive all’amico Fliess, medico come lui, che «rimane la spiegazione che la fantasia sessuale si impossessi regolarmente del tema dei genitori».

 

Quasi un anno dopo, il 15 ottobre 1898: «Mi è nata una sola idea di valore generale: in me stesso ho trovato l’innamoramento per la madre e la gelosia verso il padre, e ora ritengo che questo sia un evento generale della prima infanzia»; cita quindi Edipo re. «Mi è balenata l’idea che la stessa cosa possa essere alla base dell’Amleto. Non penso a un’intenzione deliberata di Shakespeare, ma ritengo piuttosto che un avvenimento reale abbia spinto il poeta a tale rappresentazione, mentre il suo inconscio capiva l’inconscio dell’eroe. Come giustifica l’isterico Amleto la frase: “Così la coscienza ci rende tutti codardi” e la sua esitazione a vendicare il padre uccidendo lo zio, quando lui stesso non si fa alcuno scrupolo nel mandare a morte i suoi cortigiani e non esita un istante a uccidere Laerte?» (S. Freud, Epistolari. Lettere a W. Fliess. 1887-1904, Torino 1986).

Siamo già nell’ambito di pensieri dell’Interpretazione dei sogni, pubblicato l’anno dopo:

 

«Nello stesso terreno dell’Edipo re si radica un’altra grande creazione tragica, l’Amleto di Shakespeare. Ma nella mutata elaborazione della medesima materia si rivela tutta la differenza nella vita psichica di due periodi di civiltà tanto distanti tra loro, il secolare progredire della rimozione nella vita affettiva dell’umanità. Nell’Edipo, l’infantile fantasia di desiderio che lo sorregge viene tratta alla luce e realizzata come nel sogno; nell’Amleto permane rimossa e veniamo a sapere della sua esistenza - in modo simile a quel che si verifica in una nevrosi - soltanto attraverso gli effetti inibitori che ne derivano. L’effetto travolgente del dramma più recente si è dimostrato singolarmente compatibile col fatto che si può rimanere perfettamente all’oscuro del carattere dell’eroe. Il dramma è costruito sull’esitazione di Amleto ad adempiere il compito di vendetta assegnatogli; il testo non rivela quali siano le cause o i motivi di questa esitazione, né sono stati in grado di indicarli i più diversi tentativi di interpretazione. Secondo la concezione tuttora prevalente, che risale a Goethe, Amleto rappresenta il tipo d’uomo la cui vigorosa forza di agire è paralizzata dallo sviluppo opprimente dell’attività mentale (“la tinta nativa della risoluzione è resa malsana dalla pallida cera del pensiero”). Secondo altri, il poeta ha tentato di descrivere un carattere morboso, indèciso, che rientra nell’àmbito della nevrastenia. Sennonché, la finzione drammatica dimostra che Amleto non deve affatto apparirci come una persona incapace di agire in generale. Lo vediamo agire due volte, la prima in un improvviso trasporto emotivo, quando uccide colui che sta origliando dietro il tendaggio, una seconda volta in modo premeditato, quasi perfido, quando con tutta la spregiudicatezza del principe rinascimentale manda i due cortigiani alla morte a lui stesso destinata. Che cosa dunque lo inibisce nell’adempimento del compito che lo spettro di suo padre gli ha assegnato? Appare qui di nuovo chiara la spiegazione: la particolare natura di questo compito. Amleto può tutto, tranne compiere la vendetta sull’uomo che ha eliminato suo padre prendendone il posto presso sua madre, l’uomo che gli mostra attuati i suoi desideri infantili rimossi. Il ribrezzo che dovrebbe spingerlo alla vendetta è sostituito in lui da autorimproveri, scrupoli di coscienza, i quali gli rinfacciano letteralmente che egli stesso non è migliore del peccatore che dovrebbe punire. Così ho tradotto in termini di vita cosciente ciò che nella psiche dell’eroe deve rimanere inconscio. Se qualcuno vuol dare ad Amleto la denominazione di isterico, posso accettarla solo come corollario della mia interpretazione. A questa ben s’accorda l’avversione sessuale che Amleto manifesta poi nel dialogo con Ofelia, la medesima avversione sessuale che negli anni successivi doveva impadronirsi sempre più dell’animo del poeta, sino alle sue estreme manifestazioni nel Timone d’Atene. Naturalmente, può essere solo la personale vita psichica del poeta, quella che si pone di fronte a noi nell’Amleto.

Traggo dall’ opera di Georg Brandes su Shakespeare la notizia che il dramma è stato composto immediatamente dopo la morte del padre di Shakespeare (1601), quindi in pieno lutto, nella reviviscenza - ci è lecito supporre - delle sensazioni infantili di fronte al padre. È noto anche che il figlio di Shakespeare, morto giovane, aveva nome Hamnet (identico a Hamlet).»

(S. Freud, L’interpretazione dei sogni, traduzione italiana di E. Fachinelli e H. Trettl, Milano 1973)

 

 

Otto Rank completa così: «Nel “fantasma del padre di Amleto” s’intreccia quindi tutta una serie di potenti impulsi inconsci del poeta: non solo l’odio infantile per il padre e l’inclinazione erotica per la madre, ma anche come reazione il contrario, cioè il complesso di incesto che porta a venerare il padre e disprezzare la madre; e infine anche la punizione di questi impulsi proibiti: la paura, cioè, che il figlio possa contraccambiare con eguale odio.» (O. Rank, Il tema dell’Incesto, 1912)

 

Le intuizioni di Freud verranno in seguito diligentemente ampliate da Ernst Jones nel suo Hamlet and Oedipus (1949), dove si leggerà di una paralisi isterica («un serio caso di isteria di tipo ciclotimico»), di un’«abulia specifica» che impedisce ad Amleto la vendetta.

Se ti ha interessato, vedi il seguente Anti-Freud


 

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