"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13, settembre 2007                                         

 

           n. 13 °*°  William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto °*° n. 13

 


 

 

98. Giovanni Testori

 

 


 

 

«Forse la ragione per cui l’Amleto non piace [p.e. a Eliot] è la stessa per cui piace a me: perché è un testo rabberciato, sbrindellato, pieno di incongruità»

(L. Doninelli, Conversazioni con  Testori, Parma 1993)

 

 

Su: Ambleto 1972

 

«Ad Ambleto l’esistenza si presenta costruita come una “piramida”: una “piramida” che contraddice il senso stesso della nascita di ogni uomo ove mai questa nascita dovesse avere un senso. Una “piramida” di ingiustizie, di soprusi, di assassinii. Una “piramida” che si erge purulenta e marcia, che si tiene in piedi sul concetto, dato come fatale, del potere. La morte del padre è la scintilla che fa scattare la rivolta di Amleto e che lo induce a distruggere, a “spetasciare” tutta quanta la “piramida”. Come ogni distruttore vero, innamorato della vita e non velleitario, arrivato a quel punto Ambleto sa che deve entrare anche lui nello “spetasciamento”, e si uccide»

(G. Testori, Ambleto? “Una mazzata” in Il corriere della Sera, 9 gennaio 1973)

 

Ambl, all’inizio, forse perché in italiano vien più facile da cantare di Aml, e forse anche per non sentirsi nani troppo contigui al gigante Shakespeare. Ambleto fu infatti già il titolo di alcune settecentesche versioni musicali del dramma: tra gli altri, Apostolo Zeno e Pietro Pariati (1705), Francesco Gasparini (1711), Domenico Scarlatti (1715), Giuseppe Carcani (1742). Tutti presto svaniti dalle scene.  Non sappiamo se scomparse anche le partiture.

 

Possibile che Testori sapesse di questi antecedenti e di altri.

Ambleto (1972) è con Macbetto (1974) ed Edipus (1977) uno dei testi della Trilogia degli Scarrozzoni (Ora lo leggi nelle Opere 1965-1977, Milano 1977). Drammi  animati da una lingua infera tra Folengo e Gadda, tra dialetto e latinus grossus, con rampollare di neologismi, arcaismi, forme colte e grevi, ecc: del tutto dentro, quindi, l’alter-ego espressionistico del canone occidentale di cui ripercorse magistralmente il filum Gianfranco Contini (Espressionismo letterario, in Ultimi esercizî ed elzeviri, Torino1988):

 

Totus est negher. Negher e rododendoro e porpora e mortadella marcita. El cielo rona. E a me, me pare de vedere in dappertutto brindelli di carna e de sangue; carna e sangua in della terra; carna e sangua in delle nìgore (…) in ‘sta latrina, in ‘sto vespasiano d’una terra e d’un regname.

 

Quel totus mostra che il marcio dalla Danimarca è tracimato nel mondo. Come nell’attuale rancorosa e non metaforica disfatta dell’ecosistema, qui non si salva niente e nessuno: se non le parodiche concrezioni della babelica lingua. Chi è Ambleto? Forse pazzo perché caduto da bimbo dalla «cadrega», «no inxolamente è un ‘narchico, ma come zufficesse no, è vuno di quei ‘narchi che credono anca in del Cristo!»: La battuta è di Arlungo, e cioè Claudio, condivisa fin nelle viscere dalla mamma Gertruda, che infatti sempre ce l’ha con «i extra, i ‘narchi, i sindacanti, i sobillanti». Il pensiero unico, che subito fa riconoscere gli anni settanta, contro la genìa dei sobillanti lo trovi anche in Laerto che, pensando all’amore di Ambleto e Lofelia, esclama: «Mia sorella in mogliera a esso lui! Impiuttosto la do in mogliera ai gatti! La do ai extra, ai ‘narchi e ai zobillanti, inpiuttosto!», il che però molto coincide con la succitata descrizione di Ambleto. Né, per il babbo Polonio, Lofelia è meglio: «E direttissimamente spingiuta da lui [da Ambleto], in così almanco oso penzare, è venuta indicontro a me blasfemandomi essa pure. E cont ogni mezzo, fin tirando giù i cristi e le madonne…».

Tutto, come in Shakespeare, non per Ecuba ma per papà, qui però «Papà, rex, capo, dux, Benito»

 

Già nel 1970, Testori aveva scritto la sceneggiatura di un Amleto, ora pubblicata da Aragno (Giovanni Testori - Amleto. Una storia per il cinema – Aragno, 2002); vi fu infine il Post-Hamlet: «Con il Post-Hamlet sale a tre il numero delle rivisitazioni, degli imbastardimenti, degli strozzamenti, certo, delle derelitte e parzialissime prove che il qui scrivente ha tentato d’eseguire su e perfino contro (egli sa, lo sa benissimo) il sublime esemplare. (…)  Perché tanta dipendenza, certo tanta impossibilità a staccarsi dall’enorme eminentissimo personaggio? Esile e possente, centro scentrato della storia, sunto della povera, cieca e demente umana vicenda, pare a me che Amleto sia il personaggio più “aperto” a contenere in sé tutte le interrogazioni, massimamente quelle che a nli appaiono allorché si screpolano e cadono a terra, crisalide di vane cicale, le menzogne degli accomodamenti; anche i più eroici» (G. Testori, Dall’Amleto della speranza al bosco della vita, Il corriere della Sera, 9 aprile 1983).

 

 

Orazio

stringe a sé

il Prence

e piange:

è morto,

ecco

non soffre più…

Ma

Tu?

Rispondi:

Tu?

(G. Testori, Crux, Venezia 1986)


 

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