"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13  settembre 2007

 


 

n. 13 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 13

 

 49. zzzzz

 

 

 

 


 

SPETTRO - Ricordati di me.

(Atto I, sc. 4)

 

AMLETO - Se mai mi hai tenuto nel cuore assentati per un poco dalla felicità, e in questo mondo feroce respira soffrendo per raccontare la mia storia. (Atto V, sc. 2)

 

 

Quinto atto, scena seconda. Amleto morente prega Orazio che scriva la sua storia. - Uno dei tanti modi per leggere il dramma è il riconoscimento di questo cerchio: all’inizio c’è un padre morto che impone al figlio una memoria da sottoscrivere col sangue della vendetta; alla fine il figlio morente chiede di far sì che ci si ricordi di lui col racconto del suo triste singolare destino. Da un ricordati di me all’altro, col secondo che ha in sé il primo: e noi a ricordarci il ricordo di quel ricordo: senza sapere alla fin fine, punto che seccò molto Eliot,  neppure bene cosa si stia ricordando.

La scrittura di Amleto è postuma già nel delirio antecedente la scrittura stessa: è postuma già nel brogliaccio appena vagheggiato dal morente a Orazio, in quel suo sogno di diventare un giorno una scrittura, un resto che avanzi al silenzio.

 

 

 

Questo «resto», questo testo avanzerà alla cacofonia della sua giovinezza sprecata, la quale del resto per natura sua tragica e leggera cos’altro è se non un anelito sorgivo e demodé? (E per questo il suo capolavoro resta Romeo e Giulietta).

Il giovane Amleto ha vissuto un destino troppo denso per lasciarlo dire a lui stesso, ai suoi taccuini caldi di madrigali per Ofelia e poi invasi dai buî ricordi paterni. Troppo ricco, per potersi dire nelle parole del suo eroe già troppo sbranato dai fatti, già troppo allucinato e inconsulto: se la voce dell’Amleto fosse stata solo la sua, il testo sarebbe stato peggio perfino del Gonzago che doveva accalappiare la coscienza del Re: un Claudio che di maiale in trono di giorno e mandrillo di notte con la pessima madre passiva, Ofelia a seconda del momento o scema o morta, il ministro leccapiedi, Fortebraccio e Orazio meravigliosi: due Amleti che la sorte puttana ha graziato, la Danimarca marcia… terribile!

 

Per fortuna scrive tutto il lento opaco Orazio, che dà subito un saggio ottimo di sé come autore in quell’epilogo-proemio che offre della vicenda a Fortebraccio: « Sentirete di colpe carnali, di atti sanguinosi e snaturati, di disgrazie volute dal cielo, di uccisioni provocate dal caso, di morti preparate con astuzia e inganno, e in questo epilogo di calcoli sbagliati che ricadono sulla testa di chi li ha fatti». Meraviglioso: sembra Shakespeare.


 

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