"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 12, settembre 2007

 


 

n. 12 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 12

 

 

1. Fonti infinite

 

 

 


 

«Non diversamente da altri scrittori, anche Shakespeare basava le sue storie e le relative problematiche su fonti a cui dava nuova forma. Sappiamo molto della sua vita e, sebbene non esistano prove documentali al riguardo, è ormai innegabile che la sua vasta conoscenza di autori, miti e usanze dell’antichità si può spiegare solo presumendo che avesse frequentato una scuola secondaria a indirizzo umanistico (grammar school). Non v’è alcun dubbio che avesse seguito un corso normale di composizione in versi e in prosa e fosse in grado di leggere Terenzio, Cesare, Ovidio e in parte anche Virgilio nella lingua originale. Quando dovette raccogliere materiale per un’opera teatrale, Shakespeare utilizzò due fonti principali in inglese, le Chronicles of England, Scotlande and Irelande di Holinshed e la versione inglese di North (da quella francese di Amyot) delle Vite parallele dei greci e dei romani di Plutarco. Sappiamo che utilizzò anche la traduzione di Omero di Chapman, quella di Plinio di Holland e quella di Montaigne di Florio. Per le Metamorfosi di Ovidio, un testo diffuso nelle scuole, che egli aveva studiato in latino, si servì di solito della versione inglese di Arthur Golding. Ma in alcuni punti risalì all’originale traducendolo in modo più preciso. E’ ampiamente dimostrato che Shakespeare aveva «letto opere latine delle quali non esisteva alcuna traduzione: due commedie di Plauto […] qualche passo di Tito Livio» (Muir, 1961), e se una storia lo interessava, conosceva abbastanza il francese e l’italiano da poter fare riferimento a fonti in lingua originale. L’ampia estensione delle sue letture è oggi documentata dalla splendida raccolta di Geoffrey Bullough Narrative and Dramatic Sources of Shakespeare (8 voll., London and Boston 1957-75), che riproduce fonti certe e probabili, con un esauriente apparato critico.»

 

(B. Vickers, Ripensare Shakespeare, Milano 2001)


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