"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 12, settembre 2007

 


 

n. 12 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 12

 

 

 

12. Parole di circostanza

 

 

 


 

AMLETO - Ah che somaro che sono! Bel coraggio per il figlio d'un caro padre assassinato, spinto alla vendetta dalla terra e dal cielo, sgravarsi il petto a parole come una baldracca, darsi a bestemmiare come una puttana, come una sguattera!

(Atto II, sc. 2)

 

In tutto Racine trovi meno di duemila parole; in Shakespeare più di ventunmila. «Hamlet ne dice oltre undicimila» (G. Melchiori, Shakespeare, Roma-Bari, 2005). E da sempre le compagnie applicano al testo la cura di «Signora Forbice» (K. Branagh, Nel bel mezzo di un gelido inverno, 1995).

Ma perché poi tante? «Amleto parla molte voci: eroe, folle, sano, codardo, con un possesso formidabile delle figure retoriche dell’equivoco» (A. Serpieri, Retorica e immaginario, Parma 1986). Eliot, tutt’altro che incantato, nella logorrea del principe sente soprattutto il patologico: «L’incostanza di Amleto, le sue ripetizioni di frase, i suoi bisticci, non sono parte di un piano voluto di dissimulazione, ma una forma di sollievo emotivo.» (T. S. Eliot, Amleto e i suoi problemi, 1919, in Il bosco sacro, Milano 2003).

 

Il significato è un sasso sputato dalla bocca delle circostanze. E’ vero che più che parlante «l’uomo è parlato» (J. Lacan, Il Seminario. L’Io nella teoria di Freud e nella tecnica della psicoanalisi, Torino 1991), ma non dall’inconscio: piuttosto dall’anonimia della maschera è in quel momento. Non dal buco nero delle pulsioni, e tanto meno da un qualche dentro moralmente ispirato. Gli uomini sputano parole dettate da rapporti di forza e circostanze (e dietro al blablà niente).

 

 

 

Un esempio sui mille in Amleto: il Re, per incitare Laerte a uccidergli il nipote, dice: «la vendetta non dovrebbe avere alcun confine» (Atto IV, sc. 7): proprio lui, l’assassino di suo fratello. Quella frase la sottoscriverebbe pari pari Amleto (il che nel dramma accade per molte frasi: frasi buone per tutti!); oppure ad Amleto potrebbe suggerirla quella specie di Super-io ch’è lo Spettro, proprio per giustificare l’assassinio del Re che ora la piazza nelle orecchie del già infoiato Laerte.

 

Tutti i discorsi sono bell’e pronti da sempre: piangiamo lacrime già mille volte profuse. Giubili e lai, come gli ordigni sul muro dell’officina del meccanico, son già pronti per tutti i possibili stati del cuore: nessuna sincerità che non possa star dentro la grammatica delle frasi fatte. Poi, certo, c’è chi maneggerà meglio il retoricame. Ma son davvero vere differenze?

 

I personaggi di Shakespeare sanno fare tutto quanto è umanamente ammesso col linguaggio, compreso bestemmiare le troppo facili parole. Praticandole da virtuosi, ne conoscono la cialtroneria, la velenosità, la guapperia: l’essere un’increspatura dell’aria che pretende di definire le cose. – Allo stesso tempo, dentro il retoricame, soprattutto se ridotto all’ossario comune della laconica sincerità, i più sensibili avvertono anche altro: la parola come una vecchia pietra pomice: un grumo reso ruvido e sforacchiato dal niente pre-umano che tutto circonda e consuma. La parola come un accesso laconico al silenzio minerale del non essere? Ma scoprirlo vuol dire finirla: finire la parola e la vita. Cose da  quinto atto: quando il sangue versato e che si verserà ancora si rivela chiaramente inutile, quando la propria stessa morta è la figura opaca di un quadro spento.

 

Non resta più niente da fare, il fatto è sbagliato e non disfabile: prìncipi intelligenti contemplano per l’ultima volta disastri non evitabili che non insegneranno niente a nessuno. Lì parole residue diranno qualcosa di quel niente al nessuno che è rimasto ad ascoltare. Se sono un po’ isterici – spesso – e la loro stessa isteria non li ha ancora stremati, i prìncipi lamentano la mancanza di parole caste come la verità e micidiali come il curaro. Sempre parlando, rimpiangono il silenzio. Sono perfino più persuasivi del silenzio stesso: lo rendono denso e fatale. Poi muoiono. Sipario.

 

Questi parlanti (innamorate respinte, usurpatori di troni, figlie o mogli incomprese, monarchi legittimi, cospiratori) prima avevano però immaginato azioni più definitive di ogni eloquenza, ma  senza mai riuscirci. La dissonanza di un commento di troppo avanza a qualunque evento. A sua volta, quel commento genera una babele di parole. Se avevano fatto di un istante del tempo un tempio, stanno già tornano i mercanti: è la vita. Eppure certi furono capaci di uccidere per evitare almeno questo.


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