"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 13, settembre 2007                                         

 

           n. 13 °*°  William Shakespeare: Spettro delle mie brame - fantasmi di Amleto °*° n. 13

 


 

 

85. J. W. Goethe

 

 


 

«Cortese per consolarli, il bibliotecario quacchero, mormorò:

- E abbiamo, nevvero, quelle impagabili pagine del Wilhelm Meister. Un grande poeta che parla di un grande poeta fratello. Un’anima esitante che prende le armi contro un mare di guai, dilaniata da un conflitto di dubbi, come si vede nella vita reale. (…) Il bel sognatore inefficiente che s’infrange contro la dura realtà. Si avverte che i giudizi di Goethe sono così esatti. Esatti come analisi generale.

Biscricciolante analisi, uscì a passo di corrente.»

(J. Joyce, Ulisse)

 

 

«Shakespeare vi ha rovinato completamente», scrisse il 10 luglio del 1772 J. G. Herder a J. W. Goethe. Herder aveva appena letto la prima redazione del Götz von Berlichingen, con 49 cambi di scena tra cucina di un palazzo, una prigione, le sale del castello, una landa, tende di zingari, la camera da letto di una principessa, ecc. Altro che aristoteliche unità! E nessun passo indietro: pochi anni dopo, e due dopo il Werther, con Wilhelm Meister. Gli anni dell’apprendistato (1796) «per la prima volta un’opera di Shakespeare (Amleto) viene trattata come creazione assoluta» (M. Fazio, Il mito di Shakespeare e il teatro romantico, Roma 1992).

 

Ne darà un’interpretazione che farà storia, che influenzerà l’Eugenij Onegin di Puskin, e poi Cecov (Ivanov, 1887), Turgenev, e tanti altri:

 

«Il tempo è uscito dai cardini; guai a me che nacqui per rimettervelo!”

In queste parole, a mio giudizio, è la chiave di tutto il comportamento di Amleto, e mi sembra evidente che questo abbia voluto rappresentarci Shakespeare: una grande azione imposta a un’anima che non ne è all’altezza. Mi pare che tutta la tragedia sia stata scritta con questo intento. Un germoglio di quercia viene piantato in un vaso prezioso, destinato ad albergare nel suo grembo soltanto fiori delicati; le radici si allargano, il vaso va in pezzi.

Un essere bello, puro, nobile, altamente morale, ma senza quella virile energia che fa l’eroe, soccombe sotto un peso che non può portare né respingere; ogni dovere gli è sacro, ma questo è troppo gravoso. Si pretende da lui l’impossibile: non quello che è impossibile in sé, ma quello che è impossibile a lui.»

(W. Goethe, Wilhelm Meister. Gli anni dell’apprendistato, Milano 2006)

 

«La celebre ammirazione di Goethe per Shakespeare e per l’Amleto è insieme cruciale e ambigua», implica «una forte torsione e una nuova appropriazione ideologica» (G. Restivo, Percorsi della critica su Amleto, in Tradurre/Interpretare “Amleto”, Bologna 2002); «Nell’interpretazione di Goethe, Amleto diviene un Werther, che crolla sotto un compito troppo gravoso» (C. Schmitt, Amleto o Ecuba).

 

Affascinante tutto il work in progress – la «scrittura di scena» (C. Bene) che porta alla messinscena del dramma:

 

«Il nostro amico stava per cadere nella disperazione quando Serlo una volta, dopo un lungo litigio, gli consigliò semplicemente di risolversi presto a prendere la penna, a togliere dalla tragedia quello che non andava né poteva andare, a riunire più personaggi in uno; e se non si sentiva abbastanza esperto o non aveva cuore di farlo, lasciasse quel lavoro a lui, che lo avrebbe sbrigato prestissimo.»

 

Il personaggio di Serlo era ispirato al capocomico Schröder, tra i primi e più attivi a rappresentare Shakespeare in Germania. Già qui, dunque, l’idea del capolavoro di Shakespeare come di un tesoro tenuto in una forma comunque barbara che esige emendamenti drastici («L’unica condizione che le pongo è di non lasciarsi scandalizzare dalla forma»), idea che Goethe conserverà sempre: «Shakespeare ci porge mele d'oro in scodelle d'argento. Studiando le sue opere, noi otteniamo le scodelle d'argento, ma dentro ci mettiamo delle patate» (J. P. Eckermann, Conversazioni con Goethe, 25 dicembre 1825).

 

Goethe sviluppò sempre più un’idea di teatro molto diversa dalla nuda messinscena elisabettiana che tutto affidava al linguaggio. Tanto più se si vuol piacere alla folla «soprattutto fate che abbondi l’azione!» e «non risparmiate oggigiorno né scene, né macchine; fate apparire il sole e la luna; seminate a piene mani le stelle, usate a volontà acque, fuochi e rocce, bestie feroci e uccelli da preda. Ammassate sulle anguste tavole del palcoscenico tutte le meraviglie della creazione e percorrete a rapido volo d’uccello i cieli, la terra e l’inferno!» (J. W. Goethe, Primo Faust, Prologo) - Un idea da kolossal che, come tutti sanno, al tempo del cinema inglobò come nessuno proprio Shakespeare, e fu il suo prezzo, alla corte di Hollywood, per diventare lo sceneggiatore più saccheggiato della storia.


 

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