"Il Compagno segreto" - Lunario letterario.Numero 13, settembre 2007 

 


n. 13 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 13

37.  w.w.w.

(ovvero: «wild and wehirling words»)

 


Ovvero «parole stravaganti e sconnesse» (Atto I, sc. 5): è quanto Orazio si sente di dire delle parole di Amleto dopo l’incontro con lo Spettro, quello stesso Orazio che, quando Amleto si divincola dagli amici che provano a trattenerlo, pur avendo visto con lui il fantasma dice una battuta di sorprendente lungimiranza: «l’immaginazione lo rende forsennato» («He waxes disperate with imagination», Atto I, sc. 4)!

 

E’ dunque davvero diventato pazzo? Nelle versioni antiche (per Shakespeare soprattutto Saxo Grammaticus e Belleforest), la pazzia di Amleto è una furbata alla Ulisse per aiutare la vendetta: invece che fingersi vecchio e mendico in mezzo ai giovani Proci, fa il pazzo tra i vecchi sospettosi - e le loro spie –nella sua casa. Ma in Shakespeare, il fatto che all’inizio, subito dopo le rivelazioni dello Spettro, dica ai suoi che farà il pazzo che non è («forse d’ora innanzi riterrò opportuno / assumere un umore lunatico», Atto I, sc. 5), invece che darci una soluzione, è l’inizio del problema: tanto simpatetica apparirà la follia del principe a una follia vera, e così inconfutabilmente lancinante il suo dolore, che nessuno spettatore potrà azzardare tra sé e lui la distanza di una diagnosi, per consolare almeno la sua sanità mentale.

 

Più ci si ragiona, meno si capisce: la furbata del fingersi pazzo viene dichiarata da Amleto ai suoi compagni dopo l’incontro con lo Spettro, ma quegli stessi compagni, e più di tutti ovviamente Orazio, lo avevano pregato di non seguire lo Spettro perché sono incontri come quelli coi fantasmi – veri morti o diabolici simulacri? - che bruciano il cervello agli uomini.  Amleto può essere uno dei tanti pazzi che dice che sta fingendo di essere pazzo: quanti ne esistono di pazzi così intelligenti?

 

Ma Amleto stesso si contraddice: quando dice a Rosencrantz e Guildenstern «Io ultimamente, ma perché non so, ho perso tutta la mia allegria» (Atto II, sc. 2), finge? Quel perché non so ricorda subito un altro celeberrimo perdersi senza sapere come: quello di Dante nella selva oscura, «i’ non so ben ridir com’i’ v’entrai» (Inferno, canto I, v. 10), in cui Manganelli vide una perfetta descrizione dell’entrata nella depressione, o, come si diceva ai tempi di Amleto, nella malinconia. E quando Amleto urla a Ofelia, in pieno raptus misogino, che il vizio delle femmine di imbellettarsi e civettare è la colpa di tutto, che «questo mi ha fatto impazzire» (Atto II, sc. 1), finge?

«La follia gli è attribuita per errore di apprezzamento dai cosiddetti furbi (Polonio), dagli ignari (Ofelia), e dai delinquenti angosciati (l’usurpatore e la regina). Nevrosi, dunque, non psicosi» (C. E. Gadda, I viaggi la morte). E si sa che quando l’infinito Gadda nomina la nevrosi sa quel che dice.


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