"Il Compagno segreto" - Lunario letterario.Numero 13, settembre 2007 

 


n. 13 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 13

51.  Figli poco centrifughi

 


 

A – Cerchi di capirmi… Suo padre era… mi scuserà, detestabile.

B – D’accordo.

A – E detestabile era il mio.

B – Curiosa coincidenza.

A – Entrambi morti, entrambi detestabili, entrambi detestati, entrambi padri.

(G. Manganelli, Il funerale del padre, in Tragedie da leggere, Torino 2005)

 

 

«Chi è Ofelia? Nella musica dell’Amleto Ofelia è una tonalità essenziale, un timbro femminile che vibra non già secondo la mozartiana lievità delle commedie, ma piuttosto nel registro tremulo dell’ansia, della paura, della sventura. E tuttavia mai cede ai toni gravi. Ofelia segue e asseconda inquieta con concitati recitativi i metafisici assoli di Amleto, finché pazza si assenta con canti lirici dalla corte inospitale e prende la via dell’acqua, il più femminile degli elementi, in cui s’adagia obbediente e annega. Si salva così dal “marcio di Danimarca”, che sta corrompendo ogni anima» (N. Fusini, Donne fatali, Roma 2005), a cominciare da quella, più ardua ed esposta, del Principe. - Non ci son che doveri, per i figli rimasti in Danimarca. Laerte infatti se la scampa a Parigi, e Fortebraccio che troneggerà sulle rovine, vedi caso, non è danese. Varrebbe allora almeno per Amleto e Ofelia: «Se io non sono per me, chi sarà per me? E se io sono per me, chi sono io? E se non ora, quando?» (Pirké Avoth, 1, mishnah 14).

 

Né ora né mai, perché è proprio «vero che il mondo è colmo di sventure che si abbattono su innocenti» (K. Jaspers, Sul tragico, Milano 2000): qualunque cosa sia, codesto mondo, è una rete ordita dai padri. Prima Trappola per Topi: «Non riuscivano a capire che mi ci volevano dei nuovi genitori, una nuova vita» (voce di Joan in R. D. Laing, L’io diviso, Torino 1969).

 

 

 

Laforgue capisce tutto e smonta la tragedia facendo dire al suo Amleto un ovvio e sano «Io me la filo» (J. Laforgue, Amleto, ovvero Le conseguenze della pietà filiale).

 

Anche senza schizofrenia, infatti, la Trappola per Topi pare essere un problema di tutti: «l’estraniazione che chiude all’Esserci la sua autenticità e la sua possibilità – fosse pur quella di un genuino fallimento – non lo condanna però ad essere un ente che egli stesso non è, ma lo sospinge nella sua inautenticità, cioè in una possibilità di essere che gli è propria. Il movimento dell’estraniazione deiettiva, tentante e tranquillizzante porta l’Esserci a imprigionarsi in se stesso» (M. Heidegger, Essere e tempo, Torino 1955).

 

Data la difficoltà estrema, a questo punto che, per quanto magari giovanile, appare già assai compromesso, come al signore di Altan, vengono idee che non condividiamo: «Farci esentare dalla vita perché essa non è il nostro elemento? Nessuno rilascia certificati di inesistenza» (E. M. Cioran, Sommario di decomposizione). Però si potrebbe:

 

«No, non volevo la libertà, solo una via di scampo; a destra, a sinistra, non importava, non avendo nessun’altra richiesta; che la via di scampo risultasse pure un inganno; la richiesta era piccola, l’inganno non sarebbe stato maggiore. Andare avanti, andare avanti! Soltanto non fermarsi con le braccia levate, schiacciati contro la parete d’una cassa.»

(F. Kafka, Relazione per un’accademia)


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