"Il Compagno segreto" - Lunario letterario. Numero 12, settembre 2007

 


 

n. 12 °*° W. Shakespeare : Fantasmi di Amleto  °*° n. 12

 

 

 

5. Shakes-pater

 

 

 


 

POLONIO - Io ho una figlia, ce l’ho finché è mia.

(Atto II, sc. 2)

 

«Per te, simile a un dio dovrebbe esser tuo padre.»

(Sogno di una notte di mezza estate, Atto I, sc. 1)

 

«I padri contano sempre meno di quel che vorrebbero far credere i loro figli e gli psicanalisti»

(R. Girard, Shakespeare. Il teatro dell’invidia, Milano 2002)

 

 

Chissà quanto vale questa osservazione: quando nel 1596 muore a undici anni il figlio Hamnet, «diversamente da Ben Jonson e altri che scrissero poesie piene di dolore per la perdita di figli adorati, Shakespeare non pubblicò elegie e non lasciò alcuna traccia diretta di sentimenti paterni» (S. Greenblatt, Vita, arte e passioni di William Shakespeare, capocomico, Torino 2005). In compenso il suo teatro trabocca  di padri, di figli e di figlie: pochissime però le madri. E su questo le illazioni più meravigliose  le ha scritte Joyce.

 

Sicuro che la psicoanalisi sia una delle superstizioni del XX secolo, Girard sostiene che, «al contrario di quello che comunemente si crede, in Shakespeare la figura del padre in sé conta pochissimo. Invece di essere oggetto dei desideri più profondi, come sostiene Freud, svolge la funzione di maschera del desiderio mimetico» (R. Girard, Shakespeare. Il teatro dell’invidia, Milano 2002). Soprattutto dopo il Sogno di una notte di mezza estate, «l’autorità paterna è morta e sepolta, e non svolgerà mai più un ruolo significativo nel teatro di Shakespeare» (Ibid.). E mette a posto il resto del corpus con questa osservazione: ««Se non sono già morti all’inizio dell’opera, padri e governanti di ogni  genere sono comunque già con un piede fuori dalla scena: Egeo, Teseo, Riccardo II, Enrico IV, Riccardo III, Duncan, Lear» (Ibid.).

 

Ne dimentica un bel po’, Prospero per dirne uno, ma non è questo il punto. Anche prendendo per buona la sua scansione della paterna presenza in Shakespeare, Girard scambia fa tutt’uno di forza e presenza, mentre è proprio dal limite dalla demenza e della morte che il ricatto paterno acquisisce forze infere, demenze intrattabili e rovinose. Il morire e la senilità hanno un prestigio su cui l’antropologo saprà scrivere fiumi di meraviglie, che però qui trascura. Presenta come una diminutio quella che è invece un’apoteosi: perché si potrà anche discutere con un padre, ma col suo fantasma?


  torna a 

 

        torna su